Dargen D’Amico, il giullare consapevole | Rolling Stone Italia
C’è grossa crisi

Dargen D’Amico, il giullare consapevole

Mentre «andiamo a schiantarci» e la musica è diventata un «meme gigantesco», lui pubblica ‘Doppia mozzarella’ dove canta come un saltimbanco pop di guerra, consumismo, intelligenza artificiale, fallimenti. L’intervista

Dargen D'Amico

Dargen D’Amico

Foto: Lorenzo Barassi

C’è qualcosa di profondamente disallineato, quindi perfettamente coerente nel modo in cui Dargen D’Amico attraversa il presente: mentre il mondo accelera verso il disastro, lui lo racconta «svolazzando su una nuvola musicale», con una leggerezza che non è superficialità ma strategia di sopravvivenza. In un tempo in cui «il nostro cervello è in stato di crisi», si muove come un giullare consapevole, capace di intrattenere mentre descrive il crollo.

Reduce da Sanremo 2026 con AI AI, non si abbatte per il risultato, 27esimo in classifica su 30: «Mi spiace che mi sia stato rubato l’ultimo posto», spiega sornione in questa intervista. Rilanciato sul senso del suo passaggio all’Ariston, cioè raccontare «il muro verso il quale stiamo andando a schiantarci». Un’immagine che tiene dentro tutto: la crisi globale, la delega all’intelligenza artificiale («la cessione delle nostre responsabilità a una macchina»), l’illusione di un benessere trasformato in «boom economico fake».

E nel nuovo disco Doppia mozzarella, uscito oggi sulle piattaforme (e in formato CD e vinile), mette in fila le nevrosi contemporanee: i social che costringono a «vendere una versione di noi», il consumo che non risponde a ciò che manca ma a ciò di cui non abbiamo bisogno, la difficoltà di distinguere memoria e proiezione nella centrifuga della mediatizzazione. E c’è l’Italia, amata e vilipesa, «tra autoironia e autoerotismo», la musica trasformata in «gigantesco meme» e una visione ascetica del successo: «Mi piacerebbe non essere ricordato».

Dargen D'Amico

Dargen sarà in tour a partire dal 19 giugno (Rivoli, TO) Ultima data prevista per ora: 1 ottobre Milano, Alcatraz. Foto: Lorenzo Barassi

Come si riesce a fare musica in un mondo in cui scoppia una guerra al giorno?
Si cerca, all’interno del proprio ruolo, di farlo al massimo delle possibilità. Il nostro cervello è in stato di crisi, di allerta, quindi le canzoni risentono del clima nel quale viviamo. Però il ruolo è sempre quello del giullare e del saltimbanco che, rendendo allegro il luogo nel quale si esibisce, racconta anche il tempo in cui vive.

A Sanremo AI AI è arrivata 27esima. Ormai anche le posizioni più basse al Festival vengono rilette in chiave positiva, visti i precedenti di grandi artisti arrivati ultimi, oppure pensi che la tua canzone non sia stata capita fino in fondo?
Il discorso dei posti bassi vale se arrivi ultimo. Se ci arrivi, te ne puoi fregiare. In questo senso mi spiace che mi sia stato rubato l’ultimo posto, come avrebbe decretato il televoto dove sono sempre stato ultimo. Poi voi giornalisti, per farmi un dispetto, mi avete dato qualche voto più alto e quindi si è rovinata la media. Ma dipende dai punti di vista. Anche il meno televotato credo riceva ogni sera decine di migliaia di voti dal pubblico, il che mi sembra comunque un risultato soddisfacente. Io ho cercato di raccontare un momento dell’essere umano, di rappresentare il passaggio su questa Terra in modo molto umano: un brano che accennasse, magari anche goffamente o senza dare la giusta sacralità al tema, il muro verso il quale stiamo andando a schiantarci fischiettando.

Da cosa è rappresentato, per te, quel muro?
La cessione delle nostre responsabilità a una macchina. È un tema che attraversa i miei ultimi anni di scrittura, che sono racchiusi nel nuovo album. È un argomento che mi riguarda da vicino e sono contento di aver avuto la possibilità di portarlo su un palco così importante. Per me era la terza volta a Sanremo e, anche solo pensarci, mi appare qualcosa di miracoloso. Per me il Festival corrisponde alla realtà. Con questo brano non mi sarei visto sul podio o vincere, anche perché non penso che il mio modo di fare musica renda giustizia alla musica italiana in generale, ma rappresenti una parte minoritaria di questo linguaggio musicale.

Nel disco Doppia mozzarella descrivi l’Italia come “uno stivale da diva che si fa il bagno nell’olio d’oliva”. Queste immagini caricaturali sono un modo per celebrare il nostro Paese o per raccontarne l’incapacità di prendersi sul serio?
C’è dell’autoironia e dell’autoerotismo. Perché noi italiani siamo i nostri più grandi estimatori e i nostri più grandi detrattori. Conosciamo il nostro modo di affrontare tutto deformandolo, piuttosto che accettarlo per quello che è. Altrimenti dovremmo affrontare davvero i problemi contemporanei che la storia ci sta mettendo di fronte. Ma io stesso sono perfettamente italiano. E sono piuttosto certo che l’Italia sia l’unico luogo al mondo in cui mi sento a mio agio, perché riconosco negli altri i miei difetti e, nello stesso tempo, i miei pregi.

In Pianti frassi canti: “Sono pessimista però è una fase / sono fallito di nuovo – lo so – voi che fate?”. Sembri mettere il fallimento in piazza, quasi sfidando chi ti ascolta. Che cos’è per te il fallimento?
Noi lo intendiamo come la mancata possibilità di soddisfare le aspettative, soprattutto che gli altri hanno nei nostri riguardi. Però il fallimento è anche una stagione. Adesso si sta allungando la giornata, le nuvole scorrono, è come ricominciare dopo il “fallimento” dell’inverno. Io scrivo di meccanismi che non funzionano, quindi metaforicamente di fallimenti. Mi sembra, tutto sommato, il punto di partenza più che la fine.

Infatti in Ottaviano aggiungi: “Crisi dei 30, dei 100, dei sempre”. La crisi è la tua cifra, o dovrebbe esserlo per ogni artista?
È sicuramente una lettura interessante, perché la crisi comporta un tentativo di risposta. Io parlo spesso di crisi dell’umanità, visto che ci troviamo ad attraversare una crisi globale, fatta di scontro culturale continuo che va avanti da alcuni decenni. Dall’inizio di questo millennio si parla ogni giorno di crisi economica, di crisi diplomatiche, di crisi culturali. Per sintetizzare, questa condizione manda in crisi i cittadini del mondo.

Siamo tutti in attesa di un nuovo boom economico che, forse, non arriverà mai?
In realtà ci hanno venduto un boom economico fake, che è la possibilità di acquistare economicamente un’infinità di prodotti che ci raggiungono a una velocità pazzesca. Doveva essere la risposta alla domanda “cosa mi manca?”, invece è la risposta alla domanda “di cosa non avevo bisogno?”.

Dargen D'Amico

Foto: Lorenzo Barassi

“Tu volevi solo un contenuto e però così poi dopo perdi tutto”, cito da Centri commerciali. I social ci hanno fregato?
Eh sì. Non vorrei fare il sindacalista degli artisti, ma dobbiamo quotidianamente vendere una versione di noi stessi e ritenerci fortunati di servire i grandi monopoli della distribuzione e dei media. Questa è la nostra condizione. Ma se passi la giornata a pensare che quello che stai facendo si trasformerà in un contenuto, alla fine perdi tutto. La sintesi funziona.

In questo disco attraversi generi molto diversi, dall’hip hop alla techno fino al tango: il non dare punti di riferimento al tuo pubblico è una scelta consapevole?
Forse cerco di riprodurre la sensazione che ha dato a me la musica, che non mi è arrivata per accontentarmi. È arrivata per stimolarmi. In questo momento sono io il primo a cercare uno stimolo nella musica e sono contento se questa ricerca viene condivisa dall’ascoltatore.

Che caratteristiche ha, o dovrebbe avere, il tuo ascoltatore medio?
Non so quali caratteristiche potrebbe avere. Ho conosciuto alcune persone che mi hanno raccontato quello che avevano introiettato dei miei dischi e mi hanno fatto capire perché avevo scritto qualche brano, anche perché non sempre, quando lo scrivi, ne sei consapevole. Ho esperienza e ricordi di questo tipo di scambi, ma non saprei fare una media di queste persone. Credo di aver attraversato momenti musicali molto diversi, per cui per un ascoltatore è difficile seguirmi per più di un paio di dischi. Poi c’è chi mi segue dall’inizio, per affetto e curiosità, ma io non ho idea di quale sia il target del mio pubblico.

Prendo spunto da Storie: “Quella che non è mai successa è sempre una grande storia”. Quelle più forti, per te, nascono da ciò che ci manca?
Per me è così, perché come esseri viventi abbiamo fatto della storia, della memoria, della tradizione dei valori assoluti rispetto agli altri animali. Dei riferimenti così alti che, ogni volta che succede qualcosa nel presente tende a deluderci rispetto a quello che è successo in passato. Le aspettative sono costanti. Quindi ci rifugiamo nella proiezione di qualcosa che abbiamo solo immaginato. Per adesso è così, ma quando ci sarà il passaggio completo al governo della macchina non sarà più possibile distinguere tra ricordi e proiezioni.

In L’ascensore invece tratti il tema dei compromessi, delle scorciatoie, del vero e proprio prezzo del successo: “Non sognare l’ascensore se non puoi pagarlo”.
La prima strofa è nata al femminile e ho riflettuto sul perché. Da lì è nato il pezzo, da quella prima immagine. Ho pensato che viviamo in un Paese dove è molto più difficile salire sull’ascensore sociale rispetto ad altri: siamo degli immobilisti. È un canone che torna dai tempi di Cenerentola, cioè il passaggio a una vita diversa, che è condivisibile. Tutti vorremmo cercare una vita differente e migliore e trovare negli altri una felicità anche per noi. Ho cercato di immedesimarmi in un punto di vista che non è il mio, ma il pezzo mi funziona anche se non so perché è arrivato a me in questo momento.

È interessante che non sia accusatorio, ma molto pragmatico rispetto alle scorciatoie.
E di non pensare che la felicità sia irreversibile. Goditi il momento di gioia, ma cerca di essere pronto a tornare alla vita che qualcuno ha scelto per te. Ci sono possibilità infinitamente più importanti per chi è nato nella parte soleggiata di questo mondo, mentre gli altri devono accontentarsi di acquistare questo prodotto.

Moto ondulatorio e il pezzo in chiusura Ipertesto sembrano flussi di coscienza, tra spoken word e slam poetry, dove la fine è sempre rinviata.
A partire dalla durata. A volte ho bisogno di dimenticarmi che a un certo punto devi finire di scrivere, altrimenti i brani diventano troppo lunghi. In particolare in questi ultimi, avevo bisogno di andare oltre. Se sento l’esigenza di raccontare questa elasticità nei rapporti umani, con una conquista che nell’evoluzione viene subito dopo perduta, con due passi avanti e uno indietro, ho cercato di mettere insieme pensieri che mi riguardano, legati al nostro rapporto con l’altro. Mi sono reso portavoce, se vogliamo, della mascolinità.

Dopo tanti anni ti arrivano ancora critiche dalla frangia dei duri e puri del rap?
Quella fase credo sia stata superata globalmente dalla musica di derivazione urban, per stare larghi. Perché il rap ha portato a compimento una caratteristica che ha sempre contenuto in sé, e cioè la mancanza di limiti. Il rap è un liquido che puoi versare in contenitori molto eterogenei. Ci può essere un rap goth-satanico come un rap cattolico. Non ci sono più limitazioni, ancora meno nell’era della musica fluida e di supporto spesso a contenuti audiovisivi. Ormai definire un genere non ha senso, è tutto compenetrato: la musica è diventata un gigantesco meme che vive di elementi mescolati, riletture e citazioni continue. Io ho avuto la possibilità di esprimermi, anche nei primi album, quando il rap classico non ti permetteva di uscire troppo dal seminato, ma ho sfruttato la tecnologia del tempo ed ero già riuscito comunque a farlo, anche se nessuno mi dava uno studio per registrare o un’etichetta mi pubblicava o distribuiva, comunicando direttamente con persone che cercavano un rap capace di affrontare anche vicoli laterali o controviali nel racconto musicale.

Grazie all’esperienza come giudice di X Factor, da un osservatorio privilegiato sul rapporto tra giovani e industria, la nuova generazione ti dà più speranza o più preoccupazioni?
Mi preoccupa l’obbligo di avere un riscontro immediato. Perché il riscontro rallenta, quando non immobilizza, la crescita personale: tendi a riprodurre all’infinito quell’immagine di te e a non spostarti da lì. Il riscontro immediato, per lo stato di salute della musica italiana contemporanea, mi spaventa. Detto questo, parlando di individui che ho conosciuto più che di collettivi, ho avuto la possibilità di meravigliarmi e apprezzare scelte stilistiche molto distanti, con le quali ho avuto la fortuna di condividere un momento di vita. Non so se sono stato particolarmente fortunato io, ma c’è vivacità nella produzione musicale dei giovani.

Con Morgan vi siete mai chiariti davvero dopo lo scontro in tv?
No, con Morgan non ci siamo mai più risentiti. Per indole, quando avviene un certo tipo di spettacolarizzazione, che ammetto non essere my cup of tea, faccio un passo indietro. Quella condizione mi ha un po’ raffreddato, ma senza nessun rancore potranno esserci altre occasioni di collaborare.

Alla fine della tua carriera, come ti piacerebbe essere ricordato?
Se posso sognare, mi piacerebbe non essere ricordato. Cioè non aver fatto troppi danni, aver compiuto un passaggio leggero ed essere svolazzato su questa nuvola musicale.