Home Musica Interviste Musica

Danti: «Autori, non copiate le hit, ma prendete esempio da Califano»

Lui ne sa qualcosa. Ha scritto per Caparezza, Fedez, Fibra, e con Rovazzi ha cambiato la storia dei tormentoni. Ora vuole prendersi un posto da protagonista: intervista a uno degli autori più importanti del pop italiano

Danti

Curiosità: se cercate il nome di Danti su Wikipedia, non trovate neanche una pagina a suo nome. C’è solo quella dei Two Fingerz, il gruppo formato da lui e Roofio, con cui dal 2007 al 2015 ha pubblicato sei album fondendo con un pizzico di surrealismo il rap italiano e la dance (tra l’altro in tempi non sospetti). Più che le biografie, però, per lui parlano i numeri, perché nei soli due anni successivi all’avventura dei Two Fingerz, dal 2016 al 2018, le sue canzoni hanno generato 20 dischi di platino. Se lo scoprite solo adesso, probabilmente è perché non avete l’abitudine di spulciare i crediti di singoli e album: rapper, produttore, cantante e autore, Danti ha lavorato dietro le quinte e/o al fianco di molti dei principali esponenti della musica leggera italiana e del rap. Caparezza, Fedez, Max Pezzali, Fabri Fibra, Gué Pequeno, Benji e Fede, Francesco Renga, Annalisa, Nina Zilli, Fiorello… E soprattutto Fabio Rovazzi: è lui la penna che ha plasmato tormentoni come Andiamo a comandare, Tutto molto interessante, Volare e Faccio quello che voglio.

Dopo un lungo periodo da comprimario, è pronto a riprendersi la scena da protagonista: a fine 2019 ha pubblicato a suo nome un primo singolo con J-Ax e Nina Zilli, Tu e D’Io, seguito da Canzone sbagliata con Luca Carboni e Shade ad aprile 2020. Qualche giorno fa è arrivato il terzo capitolo della saga: Liberi, con Raf e Fabio Rovazzi. Nonostante questa sua vena smaccatamente pop, però, le sue radici affondano nell’underground di Milano e provincia.

All’interno della scena rap italiana sei un nome conosciuto da sempre: basti pensare che il primo, leggendario album dei Club Dogo, Mi Fist, fu registrato nei primissimi anni ’00 nello studio che tu e Don Joe avevate fondato insieme. Ai tempi avevi vent’anni…
E pensa che non era neanche il mio primo studio. Il primissimo lo aprii con la mia crew in un capanno di fronte a casa dei miei, con le pareti dipinte con le bombolette spray e l’insonorizzazione fatta coi cartoni delle uova; poi ci siamo spostati sotto l’oratorio del mio paese in Brianza, dove avevamo affittato la saletta di canto. Nonostante la situazione un po’ accampata, io e Roofio tentavamo comunque di essere super-professionali e giravamo per le radio locali proponendoci per fare i jingle, anche se non ne avevamo mai fatti in vita nostra e non sapevamo neanche da che parte si cominciava. Quando finalmente qualcuno ci ha dato una chance – Paolo Cavallone di R101 – eravamo felicissimi, peccato però che non avessimo le coriste, perciò ero io a fare anche le voci femminili (ride).

Poi è arrivato il progetto Two Fingerz. All’epoca la formula che proponevate tu e Roofio era vista come una cosa quasi eretica: come ve la vivevate?
Non abbiamo mai subito bullismo, sia chiaro, ma quando fai certe cose i duri e puri di solito non ti amano particolarmente: in tantissimi parlavano di noi, ma facevano fatica a invitarci alle serate e alle jam (le jam sono i tradizionali party in cui gli appassionati di hip hop si ritrovano a suonare, dipingere e ballare, ndr). Ogni tanto ho cercato di farlo notare con un po’ di ironia. In un nostro pezzo del 2012, E.T., c’è una rima in cui dico “Non mi vedi ai party tra ragazze e bocce / li trovi tutti tranne me, come in Thori e Rocce”. Il riferimento è al famoso album di Shablo e Don Joe, un progetto in cui erano presenti praticamente tutti i rapper attivi nel 2011… tranne noi.

Un dissing?
Ma no! Non l’ho mai fatto pesare a nessuno, ci mancherebbe, e oltretutto il tempo ci ha dato ragione. Anzi, è un bel messaggio per chi fa qualcosa di diverso, rispetto a ciò che va di moda: non scoraggiatevi se non vedete i risultati subito, perché magari il problema è che siete troppo avanti voi. Continuate a fare quello che state facendo e lasciate che il tempo faccia il suo lavoro. Per i Two Fingerz non è stata “buona la prima”, tutt’altro: il nostro album di debutto, Figli del Caos del 2007, è ancora oggi considerato un disco di culto da molti, ma ha venduto in tutto 782 copie. Sette-otto-due. La sera piangevo pensando a questo (ride). I veri numeri sono arrivati con il nostro quarto album, Mouse Music.

A proposito di crescita, tu sei una figura anomala nel mercato musicale italiano, perché fai davvero un po’ di tutto…
Crescendo ho capito che esistevano vari ruoli nel songwriting e nel lavoro di studio, ma ho sempre avuto questo tipo di approccio. Non è egocentrismo, però: non mi sento del tutto autore o produttore, perché non mi piace imporre il mio format ad altri. Piuttosto preferisco aiutare gli artisti a trovarne uno che sia davvero loro. Anche per questo le canzoni a cui lavoro non si assomigliano, anche se ogni tanto riconosci la scrittura o un certo gusto nel suono. Fare singoli con lo stampino, secondo me, è il male della musica di oggi, perché spersonalizza del tutto i cantanti e i rapper che vanno a interpretarli, e quindi non hanno modo di crescere.

Sei più per la maratona che per lo sprint, insomma.
Esatto, quando lavoro per altre persone mi piace impostare un percorso. E detesto scrivere a comando: la hit dell’estate, la hit per Sanremo, la hit radiofonica… Una singolo che funziona, funziona e basta. Devi partire dal presupposto di fare una bella canzone, non devi pensarla per uno scopo preciso. Soprattutto, devi lavorare come un artigiano che taglia e cuce su misura, tirando fuori il meglio dalla persona che hai davanti: quello che magari ancora non vede, o che non ricorda più. Per intenderci, è molto meglio costruire insieme un brano, piuttosto che consegnargli/le un compitino già fatto. Gli interpreti non devono essere intercambiabili: se avessimo fatto cantare Andiamo a comandare a Marco Mengoni anziché a Fabio Rovazzi, dubito che saremmo andati molto lontano.

Si può dire che il Rovazzi rapper sia un po’ una tua creatura…
Sì, ma tutte quelle canzoni sono in primis una sua creatura, perché in realtà lui mette becco su ogni singola parola. Magari perdiamo sei mesi a lavorare a un brano che io, da solo, avrei scritto in un pomeriggio, ma sono il primo a esserne felice.

È diverso lavorare con uno YouTuber che diventa artista rispetto a un artista che già nasce tale?
La prima volta che è arrivato da me chiedendomi di scrivere una canzone per un videoclip anziché viceversa, credo di avergli detto testualmente “Ma sei scemo?”. Adesso capita anche a me di farlo. Diciamo che è una questione generazionale, lui era già predisposto a quella modalità e io gli ho dato una mano a tradurla nella pratica.

Un po’ come Michelangelo che non scolpiva, ma “tirava fuori” dal blocco di marmo la scultura che già conteneva?
Parli del Michelangelo delle Tartarughe Ninja, vero? (ride)

La figura del ghostwriter nel rap non è ancora così sdoganata, soprattutto in Italia. Non è un mistero che tu l’abbia fatto per parecchi altri colleghi…
Non ho mai creduto all’assunto secondo cui per valere qualcosa la musica bisogna scriversela da soli, anzi; secondo me è una cosa troppo bella per farla in solitudine. È una convinzione che ho fin da Figli del Caos: ai tempi Two Fingerz non era un duo ma un collettivo di cinque persone, tra cui Dargen D’Amico. Era la prima volta che facevo un album in cui mettevo la faccia, e mi sentivo un po’ lacunoso in certe cose, perciò mi sono tutelato tirando in mezzo lui, che oltre a essere un caro amico è un grandissimo rapper. Era una cosa che in America già succedeva da tempo, tant’è che leggendo crediti delle grandi hit del rap di solito si trovano una mezza dozzina di nomi. Quando però l’ho fatto io in Italia, la gente mi diceva “Cazzo sei, il burattino di Dargen?” (ride). Sono contento che oggi non sia più così un tabù. Anche perché, per come lo faccio io, è una collaborazione reciproca: se scrivo per gente come Rovazzi o J-Ax, da cui ho imparato tantissimo, è uno scambio vero, non un’imbeccata. Ed è l’unico modo che ha senso, per quanto mi riguarda.

Però ci sono tanti interpreti che fanno il ragionamento opposto e si rivolgono all’autore del momento non per collaborare, ma proprio per comprare a scatola chiusa qualcosa che ha già funzionato bene…
Certo, ci sono alcuni che guardano quali sono i primi cinque-sei nomi in classifica e dicono “Bene, portatemi un pezzo di questo autore, che suoni esattamente così”. Quella dell’emulazione è una tendenza che è andata a consolidarsi sempre di più negli ultimi anni. Per me è sbagliatissimo, e continuo a insistere sulla personalizzazione: il metodo giusto era quello di Califano, che intervistava per due ore Mia Martini prima di scrivere una canzone per lei, in modo da essere sicuro di tradurre in poesia quello che lei credeva e pensava. E infatti, anche se era solo un’interprete, è mai esistita una cantante che assomiglia a Mia Martini? No. Oggi, invece, è diverso. Anche per questo non mi piace il concetto di compravendita delle canzoni: non c’è interazione. Per un paio d’anni anche io ho fatto il classico lavoro da autore e ghostwriter, ma ora non fa proprio per me. Preferisco un lavoro di squadra.

E la tua squadra è diventata una vera e propria etichetta, la One Fingerz.
Esatto: l’artista che sto producendo in questo momento è Palmitessa, una ragazza in cui credo tantissimo e che ci sta dando grandi soddisfazioni. Sono due le cose che mi interessano: il talento vero, quello puro, e la novità assoluta, e quando i due aspetti si uniscono non posso che buttarmi. Oltre a lei, nel roster c’è anche Yves, che lavora insieme a me a molte delle produzioni, e svariate altre persone.

Al momento sei impegnato anche a sviluppare un progetto a tuo nome: in Liberi ospiti appunto Fabio Rovazzi e Raf, un’accoppiata molto bizzarra sulla carta. Com’è nata l’idea di abbinarli?
Completamente a caso! Sono super fan di Raf, che ascoltavo sempre con mio padre: con Self Control è stato un precursore della italo dance, ed è il migliore a fare pop pettinato. Avevo scritto questa canzone, che trovavo perfetta per lui in tutti i sensi: quando l’ho contattato gli ho detto “Anche se la facessi con qualcun altro, dovrei darti dei punti di Siae, perché è evidente che è tua”! L’avevo fatta sentire anche a Rovazzi, in amicizia, dopo che il pezzo era già chiuso e pronto per la pubblicazione: ha cominciato a dirmi che la adorava e voleva assolutamente partecipare. A quel punto non ho potuto dirgli di no… (ride)

Raf, Danti e Rovazzi

C’è qualche altro artista con cui non hai ancora collaborato e con cui ti piacerebbe lavorare?
Onestamente mi sono già tolto moltissimi sfizi, ma se proprio devo sognare in grande ti direi Travis Scott e Kanye West. Peccato che io non sappia l’inglese e non abbia mai fatto grandi cose nel mercato internazionale, quindi la vedo dura.

Viceversa, ti è mai capitato di lavorare e scrivere con persone con cui non c’era assolutamente sintonia?
E come no! Di base, erano persone che non avevano lo stesso amore che metto io nel fare le cose. Ma questo tipo di collaborazione spesso non vede neppure mai la luce, perché se non trovi sintonia e sinergia, il risultato non è all’altezza. Per fortuna oggi ho la possibilità di scegliere con chi lavorare: magari non diventerò ricco, ma questa per me è la ricchezza più grande di tutte.

Leggi anche