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Danny L Harle ovvero come organizzare un rave di fronte a un computer

'Harlecore' non è solo il nuovo disco del membro del collettivo PC Music. È anche un club digitale dove sperimentare l'euforia di ambient, eurotrance, hardcore 90s, makina, con dentro un pezzo d'Italia

Foto press

Danny L Harle è gigantesco nelle idee quanto nelle produzioni. Non a caso uno dei suoi tanti soprannomi è l’autoironico Huge Danny. Da anni membro dell’innovativo collettivo inglese PC Music, dopo alcuni singoli di successo come Broken Flowers e Me4U e la produzione per artiste del calibro di Charli XCX e Caroline Polachek, ha deciso di mettersi in proprio per un album da urlo, Harlecore, che prende il nome dalla serie di serate organizzate da lui stesso nell’Inghilterra pre-pandemica.

Harlecore è un monumento alla scena rave, agli anni ’90, al clubbing. Un bignami della rave culture, nonché un club digitale 3D fruibile dai visitatori sul sito harleco.re.

Ciao Danny, come sai, la prima domanda di ogni intervista da un anno a questa parte è una pura indagine statistica sulla sopravvivenza da lockdown. Come stai vivendo questo periodo?
Ho passato la maggior parte della mia vita in casa a giocare ai videogame: sono arrivato stranamente preparato a tutto questo. Per i nerd come me, e in generale per molti producer, la situazione non è cambiata di molto. Chiusi in casa davanti al nostro computer: lo stile di vita è sempre lo stesso.

La differenza con gli altri gamer e che da questa serie di lockdown tu hai tirato fuori Harlecore, quello che possiamo definire il tuo primo disco solista (anche se ho letto che preferisci chiamarlo compilation) dopo anni di carriera. Harlecore è una dichiarazione d’amore al mondo del rave e a una pluralità di suoni che hanno segnato gli anni ’90. Tu non hai un’età per aver vissuto quegli anni da protagonista, qual è il tuo rapporto con la rave culture?
Quando ero piccolo non sono mai andato a un rave e quindi la mia esperienza musicale è molto più legata a un ascolto personale, in cuffia, piuttosto che a un’esperienza di gruppo. Quello che mi ispira è l’euforia del rave e questa è la mia lettera d’amore ai sentimenti che mi trasmette la rave music quando la ascolto.

Harlecore è un bignami degli anni ’90, un omaggio, una rivisitazione di così tanti generi e stili da sembrare una versione audio di Energy Flash, il celebre saggio di Simon Reynolds sulla scena rave. Come nasce Harlecore?
Harlecore è, prima di tutto, il nome con cui chiamavo delle club nights da me organizzate. Funziona come termine ombrello per raccogliere i differenti generi di musica che suonavo durante queste serate, i suoni che rientrano nel mondo rave e hardcore che amo. Praticamente quello che voglio sentire quando vado a ballare. Quindi ho iniziato a scrivere e produrre musica da poter suonare a questi eventi: questi brani, raccolti, sono diventati Harlecore. Ma non volevo semplicemente uploadarli online, sarebbero rimasti senza un contesto adatto. Da qui l’idea di costruire un club digitale.

È un periodo particolare per pubblicare un disco sulla rave culture. Uno si aspetterebbe di poterselo ballare in qualche festa, club, warehouse. Tu invece porti Harlecore in un club digitale.
Certo, sarebbe ancor più divertente portare questo disco in una dimensione live reale, all’interno di qualche festival, anche perché abbiamo molte cose interessanti da quel lato. Ma il disco funziona da sé perché il concept non richiede una presenza live. L’idea era presentare il club per come lo come immagino io. Volevo condividere questa visione.

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Harleco.re è un club digitale diviso in quattro stanze con quattro differenti generi di rave music. L’idea di questo club digitale è l’esempio evidente di come dovrebbe essere sfruttato il digitale oggi per la promozione musicale. Si discosta, con molta intelligenza, dall’idea miope di pensare al live digitale come una performance che tenti, senza possibilità di riuscita, di emulare la messa in scena della live music. Sembra che pubblico e addetti ai lavori non abbiano ancora capito che stiamo parlando di due cose completamente differenti.
D’accordissimo, tutto questo mondo digitale non ha nulla a che fare con la musica live e i concerti. Son due cose completamente differenti: camminare per strada non è mangiare.

E come è nata quest’idea del club?
Nasce prima della pandemia. Questo momento storico però mi ha facilitato perché ha reso più comune l’esperienza del clubbing digitale, rendendo più facile la spiegazione di questo lavoro e del progetto. Non c’era nessun contesto adatto in cui pubblicare questa musica e perciò me lo sono fatto costruire (dal futuristico studio grafico Team Rolfes, nda)

Tornando a Energy Flash, che davvero mi sembra un paragone calzante con il tuo lavoro, Reynolds parla dei rave come di «una secessione dalla normalità, una sottocultura basata […] sulla sparizione collettiva». Fare festa – e soprattutto fare rave – è sempre stato un atto politico.
Fare rave è escapismo, sempre e comunque una dichiarazione politica. Pensiamo agli anni ’90, al loro momento di picco, quando il rapporto tra rave e droghe era idilliaco. Il governo provò a chiudere tutto focalizzandosi sul lato illegale dell’utilizzo delle droghe, senza capire una cosa basilare: gli inglesi continueranno a riunirsi e a far festa qualunque cosa accada. Neanche la pandemia è riuscita a fermare molti di loro. È parte della nostra cultura, fino al midollo, e penso sia interessante questo legame intrinseco.

Il tuo disco è composto da quattro personaggi/moniker, ognuno con un sound molto peculiare. Dj Danny fa eurotrance, Dj Mayhem ha un sound super trance hardcore 90s, Mc Boing fa mákina (un sottogenere spagnolo di hardcore 90s) e Dj Ocean ci porta in un viaggio nell’ambient da fine rave. Son tutti suoni che partono da un punto comune ma che proseguono su tangenti differenti. Come sei riuscito a far funzionare tutto? Quale pensi sia la chiave?
È come se avessi portato l’ascoltare dentro la mia testa per fargli ascoltare la mia rave music preferita. Per questo il club digitale è il modo migliore per condividere l’esperienza: noi tendiamo a dividere in comparti le nostre esperienze, le nostre emozioni. E questo club lavora allo stesso modo: puoi scegliere in quale stanza andare e quale personaggio ascoltare in base al mood che hai in quel determinato momento.

Hai condiviso la produzione di questo disco con artisti di mondi distanti come Hudson Mohawke, Caroline Polachek, Lil Data, Gabber Eleganza. Come hai scelto questi compagni di rave?
Sono tutti artisti che hanno collaborato con me negli eventi di Harlecore. Ogni singola collaborazione investiga uno universo sonoro e questo ha facilitato la creazione di poli sonori specifici. Dj Mayhem (sotto cui si cela la collaborazione con Hudson Mohawke, nda), ad esempio, non rispecchia né quello che faccio io, né quello che solitamente fa Hudson Mohawke, ma è qualcosa che si trova a metà, è una congiunzione.

È incredibile che la risultante tra voi sia una versione iper-euforica di Gigi D’Agostino.
Gigi D’Agostino è il mio eroe! Ho sempre voluto collaborare con lui, ma quando ho realizzato quanto è famoso in Italia ho capito che non gli sarebbe potuto interessare. Penso sia un genio. E adoro quello stile che ha inventato, come si chiama…

Il lento violento!
Sì! Ci ho fatto un remix di Dragostea Din Tei in stile lento violento.

Da noi è un’istituzione, è pieno di serate che recuperano quel sound, qui definitivo semplicemente – e genericamente – anni ’90.
Ma come viene ballata? Non ho mai avuto l’occasione di vedere un pubblico ballare il lento violento anche se so che è molto cool a New York, una wave oscura super trendy.

Tra l’altro, un’altra variazione sul tema è il supremo (o magnifico) rallentato, ovvero la tecnica di suonare i vinili alla velocità “sbagliata”, rallentandoli, per avere un suono più denso, sudato, sexy. Qui in Italia è una wave molto molto underground, ma incredibilmente cool.
L’Italia ha sempre la mente nel futuro, è veramente unica.

Ma ce lo dimentichiamo sempre.
È vero, ma capita lo stesso nel Regno Unito. Quando spunta qualcosa di pioneristico, non viene mai rispettato o supportato. Se però c’è qualcosa che arriva da fuori, ah sì, quello lo consideriamo sempre molto cool.

Pensi sia quello che è successo con voi della PC Music? Troppo avanti per essere davvero apprezzati?
La PC Music ha trovato più riscontro negli Stati Uniti, nonostante fosse nata qui nel Regno Unito. Penso sia determinato dal differente approccio culturale dei due Paesi. La totale mancanza di rispetto per la cultura che c’è qui è il motivo per cui c’è una così grande quantità di cultura che viene continuamente creata. Noi artisti continuiamo a cercare un riconoscimento impossibile e in un certo senso è l’opposto di quello che accade negli States.

Dove anche nell’industria musicale è presente la narrativa epica dell’American dream.
Sì, non c’è nessun British dream, te lo assicuro.

E nessun Italian dream, non temere.
Dove c’è un’aristocrazia pan-europea non c’è alcun sogno.

È la caduta dell’impero.
Assolutamente, my lord (inside joke di Danny che si autodefinisce Baroque Rave Lord, ndr).

Mi sembra che quanto appena detto si sposi perfettamente con un progetto italiano come Gabber Eleganza. Da noi la gabber è sempre stata la musica del tamarro di provincia. Quando Gabber Eleganza ne ha dato una rilettura rinfrescante, in un certo senso intellettuale, qualcosa è cambiato. Poi, certo, è di nuovo un progetto più rispettato fuori dai confini che qui in patria. Come è nata la vostra collaborazione?
Lorenzo Senni aveva chiamato me e Alberto, Gabber Eleganza, per suonare in un evento all’interno di una galleria d’arte. Io sono scettico nel performare all’interno di gallerie perché c’è sempre il rischio di trasformare la tua musica in un’opera da museo, un concetto che mi sembra tolga tutta la vitalità dalla musica che stai eseguendo, dandola in pasto a questa gente dell’arte ferma a guardarti come fossi un alieno. Per me non è cultura. Quando ho suonato con Alberto sono rimasto esterrefatto da quanta energia riusciva a mettere nel set nonostante ci fossero due persone che ballavano.

Il vostro brano Ti amo, con testo italiano di Gabber Eleganza, gioca con il doppio significato del termine eroina. Ad un ascolto distratto, naturalmente, sembra una dichiarazione d’amore all’eroina come droga, la cosa più distante dal mondo Danny L Harle. Raccontaci di questo brano.
Stavamo lavorando in studio e Alberto ha iniziato a cantare questa frase, “ti amo eroina”. Non sapevo cosa significasse, ma la melodia era stupenda. Quando mi disse che il significato era “I love heroin” gli dissi chi non potevo aver quel messaggio nel testo. Mi ha però poi spiegato che eroina è riferito anche all’eroe femminile. Per questo ho pensato di inserire una risposta con voce femminile, “I love you my hero”, in modo da chiarire quale significato di eroina intendevamo. Nel lyric video che stiamo preparando sarà molto chiaro. Nella mia testa il brano è cantato in un castello, mi immagino una scena alla Romeo e Giulietta.

Harlecore è un grande viaggio nell’hardcore continuum (citando per l’ultima volta Reynolds) capace di indagare una serie di sottogeneri spesso bistrattati come l’happy hardcore, la mákina, l’eurotrance. Tutti generi molto euforici e emotivi. Nonché poco rispettati dalla critica e dal pensiero comune.
Ci sono molti generi che guadagnano il rispetto solamente a posteriori. Ci viene insegnato che alcuni generi non ci debbano piacere. Sono convinto che ci sono parecchie cose che ora sottovalutiamo, o mal giudichiamo, che rivaluteremo in futuro grazie a qualche articolo o retrospettiva. Ad esempio penso che presto guarderemo con occhio differente al lavoro di Max Martin fatto negli ’90 con Backstreet Boys e Britney Spears (Martin ha prodotto i nomi più celebri del pop, tra i tanti, Ed Sheeran, Ariana Grande, Taylor Swift, Lana Del Rey, The Weeknd, nda) e noteremo quanti di quei brani erano ben fatti nonostante fossero pensati per il super-mainstream del momento. Erano layer e layer di artigianato con riferimenti alla musica barocca e scelte armoniche estremamente intelligenti. Nel mio lavoro, con i brani di Mc Boing, voglio mettere in luce il màkina, un genere di techno hardcore nato in Spagna ma che, per qualche ragione, ha trovato nuove radici in una certa parte del nord del Regno Unito. È un genere passato sottotraccia tranne per qualche focus vagamente ironico come il documentario che gli dedicò Vice. Spero che il mio disco possa dar un’attenzione e un rispetto internazionale a questo genere.

Ogni volta che c’è euforia in musica, qualcuno storce il naso. Se prende bene e fa ridere, non può essere cool.
A me questi generi non fanno ridere, sono veramente serio quando mi ci approccio, non ci vedo ironia. Molti mi dicevano «ah, sei davvero ironico a recuperare certe cose», ma non è mai stato così per me. Sono genuinamente serio e penso che ora questo sia evidente a tutti. È musica che amo e che adoro sentire. Se davvero stessi scherzando perché mai ci starei mettendo tutta questa energia e tempo? Per riderne da solo come un matto nel mio studio? (Ride)

Sarebbe uno scherzo pazzesco però se, a 90 anni, dicessi «oh, era tutto uno scherzo!».
Un’ultima gigantesca risata!

Hai prodotto molte artiste e artisti, anche di generi molto differenti dal tuo. Alcuni nomi sono Charli XCX, Caroline Polachek, Chic and Nile Rodgers, Tommy Cash, Rina Sawayama. Come ti approcci a queste produzioni? Come riesci a farle funzionare nella tua narrativa sonora?
Non sono uno di quei producer in grado di lavorare su qualsiasi genere e stile ad alto livello. Io posso solamente lavorare su musica che mi piace. La capacità di adattarsi è uno dei motivi per cui un producer come Max Martin ha resistito nei decenni e per tanto tempo ho sperato di potercela fare pure io: sarò fottuto se a un certo punto la musica che mi piace fare non sarà più trendy. Per me è stato semplice lavorare con artiste come Charli XCX o Caroline Polachek perché abbiamo sensibilità artistiche molto simili e ci capiamo al volo. Non ci sono compromessi, e l’obiettivo è comune: creare la miglior musica possibile.

Non posso lasciarti disconnettere se prima non mi togli una curiosità. Da qualche tempo nella diffusa e ampia community della PC Music c’è un grande parlare di te perché si vocifera tu abbia abbandonato la PC Music. Domande secca: sei dentro o fuori la PC Music?
Molti mi fanno questa domanda ma vorrei capire: cos’è la PC Music per te?

Un collettivo aperto di artist*.
Allora sì, certo che ci sono dentro! Le persone pensano che io sia uscito perché il mio disco non è stato pubblicato da PC Music, ma molti dei nostri associati hanno fatto uscire dischi per altre etichette. PC Music – come sempre è stato – è un collettivo in cui non ci sono costrizioni. Harlecore era perfetto per uscire con una label come Mad Decent (l’etichetta di Diplo, nda).

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