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Dani Faiv: «Dopo il coronavirus ci sarà uno stacco dal rap, è inevitabile»

‘In peggio’, il nuovo singolo del rapper di casa Machete, è un pezzo fresco e solare che ci fa evadere dal nostro presente: «Sarei felice di distrarmi con nuova musica dei miei artisti preferiti, ho sentito una motivazione in più»

Dani Faiv

Foto: Roberto Graziano Moro

In questi giorni pazzi e distopici le uscite musicali sono centellinate, e spesso anche quelle poche superstiti sono a tema, magari legate a progetti benefici o nate sull’onda dell’ispirazione del momento. Quando capita che esca un nuovo singolo che non ha nulla a che fare con la situazione attuale e l’emergenza Covid19 capita quasi di restare stupiti e straniti, come se ci trovassimo di fronte a un reperto proveniente da un passato lontanissimo (o meglio ancora da un futuro sempre più vicino, speriamo). Quello di Dani Faiv, che esce oggi e sarà seguito dal relativo videoclip firmato YouNuts lunedì, appartiene proprio a questa categoria: In peggio è lontano anni luce dal presente, sia come tematiche che come sonorità, e la cosa non è affatto un male, in fondo, perché per qualche minuto ci permette di evadere dalla nostra prigione domestica e sognare un’estate migliore per tutti.

Il rapper spezzino, classe 1993, è da diversi anni associato alla Machete Crew di Salmo e soci e, anche se magari il suo nome non è ancora così conosciuto al grande pubblico, è già una solida certezza per gli ascoltatori di rap, grazie anche alla sua partecipazione al Machete Mixtape IV e in particolare a Yoshi, il brano più ascoltato di tutto il tape e certificato triplo disco di platino. Anche in questo caso, sembra che si parli del Paleozoico e non di qualche mese fa: riuscirà mai la musica, e in particolare una musica così strettamente legata a uno stile di vita come il rap, a tornare ai fasti di prima? Ne approfittiamo per chiederlo anche a lui quando lo raggiungiamo al telefono.

Uscire con un singolo così fresco e solare in un momento così cupo e apocalittico potrebbe sembrare una scelta un po’ azzardata: chi te l’ha fatto fare?
Eh, bella domanda! (ride) La verità è che avevo registrato parecchia roba nell’ultimo periodo, e non amo molto aspettare per pubblicarla, perché facendo un genere musicale che si rinnova costantemente, se riascolto i miei pezzi dopo qualche mese mi suonano già vecchi, passati. E poi, con Machete ci siamo detti “In fondo, perché no?”. Da fan sarei felice di potermi distrarre con nuova musica dei miei artisti preferiti, in questo momento. Perciò, a mia volta, da artista sento una motivazione in più a pubblicare qualcosa.

In peggio parla delle dinamiche conflittuali che ogni rapper ha con i suoi hater. Su quel fronte, la reclusione forzata in casa ha migliorato o peggiorato l’approccio dei frustrati da tastiera, secondo te?
In base alla mia esperienza, non è cambiato niente: gli hater resteranno hater anche nel 3000, a meno che non resettiamo il cervello dell’intera società come in una puntata di Black Mirror! La gente, soprattutto oggi che vive il 70% della propria vita sui social, è in perenne conflitto. Chi non è forte e non la prende come un gioco è perennemente incazzato, perché in quella vetrina c’è sempre qualcuno di più bello, più bravo, più realizzato di lui, e magari secondo lui ha un successo del tutto immeritato. Io un tempo me la prendevo quando vedevo questo tipo di insulti diretti a me, ma crescendo e confrontandomi con persone con più esperienza ho imparato a non leggere neppure più le critiche non costruttive. L’unica cosa che mi manda davvero fuori di testa è il bullismo gratuito e insensato verso i ragazzi gay o le ragazze più in carne, ad esempio. Quel tipo di odio online non lo sopporto, da sempre.

Fa un certo effetto sentire la canzone adesso che siamo tutti chiusi in casa: in una delle prime barre dici letteralmente “Anche questo mese sto facendo live in giro”, e nessuno di noi mette piede a un concerto da più di un mese…
Anche a me sembra passata un’eternità! Ovviamente il pezzo era stato registrato prima, quando ancora facevo davvero parecchi live in giro, ma per assurdo ascoltata oggi quella barra può suonare anche come battuta, visto che la situazione è completamente ferma per tutti.

Come te la stai vivendo, la reclusione?
A parte portare giù il cane e cucinare (una cosa che per fortuna amo molto fare), scrivo molto. È una cosa che si può fare ovunque, e a casa spesso hai un’intimità che ti permette di lasciarti andare anche di più.

E la tua scrittura è in qualche modo influenzata dagli eventi del momento?
Credo che la mia generazione abbia già di base un approccio abbastanza negativo alla vita, il Covid19 è solo la ciliegina sulla torta: il sistema stava già andando a puttane tra inquinamento, plastica e problemi globali. L’arte, però, nasce proprio dal bisogno di dire qualcosa nei momenti difficili, e quindi fare musica permette di sviluppare una sensibilità per vivere queste situazioni in una maniera un po’ diversa. Per rispondere alla tua domanda, io di solito ho una scrittura molto istintiva, quindi non mi pongo dei veri e propri obbiettivi mentre lo faccio. Sulla questione del coronavirus, oltretutto, nella scena rap è già uscito un sacco di materiale (si riferisce alle varie strofe della Covid Freestyle Challenge, una sfida a tirare fuori un freestyle a tema lanciata da Emis Killa e poi raccolta da molti altri colleghi, ndr), quindi penso che l’argomento si sia già quasi esaurito.

Avevi firmato da poco un contratto con Arista, storica etichetta di Sony che ora è sotto la direzione artistica del tuo compagno di crew Slait. In qualche modo, questa situazione di emergenza ha scombinato i tuoi piani, discograficamente parlando?
È un periodo molto strano per tutti, chiaramente. Per ora, però, per fortuna non c’era ancora un vero e proprio album nei piani: volevamo semplicemente pubblicare questo singolo, e l’abbiamo fatto. Vedremo come si evolverà la situazione.

Secondo alcuni, questo periodo storico potrebbe segnare per sempre il declino del rap come “moda”, perché sarebbe un genere musicale talmente materialista e superficiale che non si adatterebbe più allo spirito dei tempi. Tu cosa ne pensi?
Il rap non è mai stato nel DNA degli italiani. In America perfino la signora cinquantenne che lavora in una friggitoria conosce sia l’approccio leggero della trap che quello intellettuale di Kendrick Lamar; qui il pubblico generalista non ha lo stesso tipo di cultura, e conosce solo quei due/tre rapper che riescono ad arrivare anche in tv. Detto questo, a livello di numeri e classifiche restano comunque i ragazzini a pesare per la maggior parte, e ai ragazzini il rap piace. Sicuramente, nel periodo post-Coronavirus, uno stacco ci sarà e ci dovrà essere, è inevitabile, ma non mi fa paura: anche se sono relativamente giovane ho iniziato ad ascoltare questa musica quando avevo sei anni, e culturalmente vengo da un periodo in cui si riusciva ad essere felici e a campare di musica anche con poche decine di persone sotto il palco.

Ci sarà un ridimensionamento, quindi?
Chissà. Diciamo che tutti noi ci poniamo questa domanda a monte, non appena iniziamo a fare questo lavoro, perché è chiaro che il dubbio che il rap non ti dia da mangiare a vita c’è. Fare l’artista è sempre molto complicato, indipendentemente dal periodo. Spero e credo che comunque non finirà tutto: grazie alla trap siamo riusciti a rinfrescare e rinnovare il suono dell’hip hop e ad aprirci verso altro, come il reggaeton e il pop. È un genere che ha la forza di rinnovarsi sempre e quindi di non morire mai. Basta pensare ad Anna, la mia compaesana: la sua Bando ha un suono completamente diverso da quello che andava di moda fino all’altro ieri, ma sta andando fortissimo.

La conoscevi già dai tempi di La Spezia, tra l’altro?
In realtà no, ma ho scoperto di recente che era mia fan: un paio di settimane fa mi ha mandato un selfie nostro, una foto che mi aveva chiesto un anno e mezzo fa quando mi aveva beccato in giro per la città. La vita è davvero piena di sorprese!

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