Daneshevskaya, l’assistente sociale che ha fatto un gioiellino di disco indie | Rolling Stone Italia
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Daneshevskaya, l’assistente sociale che ha fatto un gioiellino di disco indie

Fare musica nel 2023. Per Anna Beckerman e molti altri significa avere un lavoro di giorno per riuscire a fare dischi e andare in tour senza preoccuparsi di doverci guardagnare da vivere

Daneshevskaya, l’assistente sociale che ha fatto un gioiellino di disco indie

Daneshevskaya a Brighton Beach, New York

Foto: Sacha Lecca per Rolling Stone US

Prima di partire per il suo primo tour estivo, a Anna Beckerman è toccato fare una conversazione imbarazzante col suo capo. «È stato decisamente strano», ricorda ridendo Beckerman, 29 anni, assistente sociale in una scuola materna di Brooklyn. Quando ha spiegato che aveva un secondo lavoro lo ha fatto fissando timidamente il pavimento: «Ho detto: faccio musica, può cercarmi sotto D-A-N-E…».

Che sarebbe, poi, Daneshevskaya, il nome che usa quando suona indie (ed è anche il suo secondo nome nella vita reale). Si pronuncia “Dan-e-shev-ska-ia”, ma persino Beckerman lo dice male. È il nome della sua bisnonna ebrea russa e quindi è perfetto che ci si incontri al Varenichnaya, un ristorante russo a Brighton Beach, Brooklyn.

È una sera d’inizio novembre e siamo le uniche clienti. L’ambiente è accogliente e molto europeo, coi pavimenti piastrellati, pareti in mattoni a vista, uva e piante finte ovunque. Beckerman non è cresciuta mangiando cibo russo in famiglia, ma ha cominciato ad apprezzarlo vivendo a New York. Prende l’iniziativa e ordina: succo di kompot, vareniki di patate, vareniki di carne lessa, un’insalata, samsa di zucca e borscht caldo. La zuppa di barbabietole le piace da matti: «Una volta ne avevo una confezione enorme», dice, con gli occhi azzurri che si illuminano. «La versavo in una tazza e la bevevo manco fosse un succo di frutto».

Foto: Sacha Lecca per Rolling Stone US

L’8 novembre, Beckerman ha pubblicato il secondo EP Long Is the Tunnel (che segue l’ottimo Bury Your Horses del 2021). Contiene sette canzoni in cui la voce vellutata di Beckerman, accompagnata da vari strumenti, dal violino al sassofono, crea un paesaggio sonoro confortante e assieme surreale. Tutto ciò tende a contrastare coi testi, che possono essere belli diretti “Non ho mai voluto dirti che questo era un addio / Dimmi una sola cosa che mi hai detto che non fosse una cazzo di bugia”, canta nel pezzo forte dell’album, Bougainvillea.

«Mi piace che rabbia, sentimenti positivi e tristezza convivano nella stessa canzone», dice a proposito del pezzo che ha scritto insieme all’amica Madeline Leshner nel 2017. Nell’EP ci sono anche canzoni più tristi, come la splendida Challenger Deep, un brano minimale che vede Beckerman suonare la chitarra in stile fingerpicking, con un ritornello (“Mi aspetterai / Dove non c’è un dopo”) ispirato a una poesia della sua defunta nonna, Gloria. Più tardi, Beckerman mi mostrerà una foto della poesia. Si intitola Loss: “Non sono triste né arrabbiata / solo sconvolta / dallo spazio che non si riempie / Non è nemmeno che tu non sei qui / ma che non c’è un dopo”.

«Era indipendente e sveglia», dice, spiegando con un filo di voce che Gloria è morta durante la pandemia, colpita da demenza. «Vedere una persona diventare una versione infantile di sé è tremendo. Gli addii in famiglia e le separazioni sono un tema ricorrente nelle mie canzoni».

Un altro argomento ricorrente è l’acqua: la troviamo in Challenger Deep, dalla produzione “subacquea”, e altrove. «Trovo che l’immaginario legato all’acqua sia una buona fonte d’ispirazione», racconta l’artista. «Ero una di quelle bambine che provavano a vedere quanto a lungo riuscivano restare sul fondo della piscina. Penso che sia facilissimo scrivere testi banali su molti argomenti, ma l’acqua, per qualche motivo, non è mai scontata. Tutti hanno un rapporto con l’acqua, in un modo o nell’altro».

Anche i volatili sono un argomento che tocca sovente, dal rock intriso di fuzz di Big Bird a Ice Pigeon (“So che sei migliore di me / Ma possiamo andare lo stesso a fare quella passeggiata?”). Il padre collezionava figurine di uccelli e lei ricorda i genitori, quando era bambina, che nutrivano un uccellino malato usando una siringa. E poi, «sono una parte importante della fauna selvatica di New York».

Beckerman è nata a San Francisco, ma si è trasferita a New York all’età di 7 anni. Suo padre è docente di musica alla New York University, la madre ha studiato opera. Il primo CD che ha comprato è Metamorphosis di Hilary Duff («Ricordo di averlo aperto e di aver pensato: è bellissimo»), ma attribuisce ai fratelli maggiori il merito di averle fatto conoscere album indie come The Execution of All Things dei Rilo Kiley e In the Aeroplane Over the Sea dei Neutral Milk Hotel.

Ha frequentato la NYU, lavorando come stagista presso alcune etichette musicali (300 Entertainment, Mom + Pop, ATO e Domino) prima di decidere di andare alla Hunter per laurearsi in Scienze sociali. Essere un’assistente sociale di giorno e una musicista indie di notte non era esattamente nei suoi programmi.

«Riesco a fare musica e ne sono piacevolmente sorpresa. Ho sempre saputo che la musica avrebbe fatto parte della mia vita in qualche modo, ma lo trovo comunque surreale, non faccio che ripetermi: è pazzesco, non era scontato, che fortunata che sono».

Tunnel è stato prodotto dal compagno di Beckerman, Artur Szerejko, oltre che da Hayden Ticehurst e da Ruben Radlauer, batterista dei Model/Actriz. «Ci sono molte mani, molti chef». Il sax lo suona Lewis Evans dei Black Country, New Road, per i quali Beckerman ha aperto un tour di un mese a settembre.

Per via del lavoro che fa, ammette che la sua esperienza in tour è stata diversa da quella della maggior parte dei musicisti che lottano per emergere. «È stato divertente, ma ho pensato tutto il tempo a quanto sarebbe stato diverso se avessi avuto bisogno di guadagnarci a vivere. La considero una attività extra che mi dà il modo di fare la splendida senza preoccuparmi di ciò che la gente pensa, perché non con la musica non ci devo campare. Se anche se pubblicassi il disco più brutto della storia, il giorno dopo andrei comunque a lavorare, sarei apprezzata e trarrei gioia da quella parte della mia vita».

E ride ricordando il momento in cui ha rivelato che faceva la musicista sul posto di lavoro. «Il capo mi ha detto: “Ho ascoltato la band per cui apri i concerti. Somigliano tanto ai Mumford and Sons”. E io ho pensato: mmm, questo ai Black Country, New Road meglio che non lo dica».

Da Rolling Stone US.

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