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Dan Auerbach: «Voi guidate, io suono»

Il frontman dei Black Keys ha fatto il secondo disco solista con vere leggende del Rock. Perchè a Dan Auerbach non serve nulla di moderno
Dan Auerbach a Milano fotografato da Margherita Chiarva

Dan Auerbach a Milano fotografato da Margherita Chiarva

Siamo nella sede della Warner, Dan è un po’ provato dalla giornata di interviste per il nuovo disco. Resiste bevendo qualcosa con ghiaccio. Nella nostra stanza ci sono gigantografie degli artisti di punta dell’etichetta, lui si siede davanti a quella di Bruno Mars.

Lo conosci?
Non di persona. Lui fa le canzoni giuste. Che gli vuoi dire di cattivo, a parte che è basso? È alto così (fa un gesto con la mano e un sorriso sornione, nda). E io non sono un gigante.

Ascoltando Waiting on a Song la prima cosa che ho pensato è a quanto ti devi esser divertito.
È stato bellissimo, come se fosse sempre Natale. Ho lavorato con delle leggende, gente che ha suonato i migliori pezzi di tutti i tempi. Tutto questo nel mio studio, con le mie cose. Abbiamo registrato dall’estate scorsa fino a poco fa, senza mai fermarci.

Dan Auerbach è nato nel 1979 ad Akron, Ohio. Nel 2001 ha fondato i Black Keys, “Waiting on a Song” è il suo secondo album solista. Foto di Margherita Chiarva

 

Hai fatto una versione Stereo 8 dell’album. Per uno come te che ci tiene tanto al suono, è duro pensare che molta gente ascolterà il tuo disco con la qualità audio di YouTube e Spotify…
La versione Stereo 8 è solo un gadget, è un modo come un altro di tentare di vendere una copia in più. Ci sono le cassette e i vinili di differenti colori, e ora ecco la versione Stereo 8. Ormai hanno fatto vinili di così tanti colori diversi che non c’è più neanche la possibilità di pensare di fare un vinile colorato un po’ esclusivo. Pensavamo fosse solo una cosa divertente, ma i miei fan l’hanno presa molto seriamente: il pre-ordine online è andato subito esaurito. Per l’altro discorso che facevi, è vero: la qualità dell’audio di YouTube è terribile.

E quindi?
E quindi che ci posso fare? Le cose stanno così, boy. C’è gente che fa musica e gente che fa i soldi con la musica, e non sono mai le stesse persone.

L’ultimo tuo disco solista è di quasi otto anni fa. Come mai solo ora un nuovo album?
In questi otto anni non sono stato fermo un secondo tra The Black Keys, The Arcs e altre produzioni. L’estate scorsa ho capito che ero arrivato al limite, avevo bisogno di una pausa, ero in tour da quasi 5 anni consecutivi. Ero pronto a fermarmi, ma appena mi sono seduto ho iniziato a scrivere e ho messo in piedi delle session con i migliori musicisti di Nashville e del mondo, da Bobby Wood a Gene Chrisman.

C’è gente che fa musica e gente che fa i soldi con la musica, e non sono mai le stesse persone

E non dimentichiamo John Prine e Duane Eddy… Com’è stato avere a che fare con musicisti che per età potrebbero essere i tuoi padri, anzi meglio, i tuoi nonni? Com’era una giornata tipo di registrazione?
Iniziavamo alle 9, come in ufficio. Però poi andavamo avanti fino alle 2 o alle 3 del mattino senza fermarci. Eravamo addicted alle registrazioni, non uscivamo neanche a mangiare, ordinavamo il cibo e ce lo facevamo portare. C’era tanto da imparare da quei “ragazzi”, la loro capacità di creare musica perfetta, canzoni pop catchy, ma impossibili da catalogare in un genere preciso. Penso a Sweet Caroline di Neil Diamond o Suspicious Minds di Elvis Presley, pezzi incatalogabili, con un’energia unica: era questo che volevo imparare, a scrivere e suonare così.

Ti sei divertito come allievo di questi maestri. Stai lavorando per essere un buon insegnante?
Lavorare con gente più giovane è un’esperienza totalmente diversa. I musicisti alle prime armi tendono a essere molto insicuri e, soprattutto, a pensare troppo. E poi vogliono parlare, discutere…

Con i tuoi amici di Nashville non parlavate?
Parlavamo solo per scherzare e dire cazzate. Altrimenti si suonava. Certo non si parlava mai di musica, di quella che si stava suonando. Al massimo loro raccontavano aneddoti divertenti su altri musicisti. C’erano il più grande batterista del mondo e il più grande tastierista della storia del rock: a che cazzo serviva parlare di quello che stavamo suonando? Mettevo le cuffie, registravamo e loro mi facevano andare via di testa, tutto qui. Ogni persona in quello studio per me era un regalo.

Puoi dirci il tuo segreto? Come fa la tua musica a suonare contemporanea e non vintage? È soul, è blues, è folk, ma contemporaneo.
Per molti fare il mio tipo di musica significa mettersi un abito, magari retrò, che non indosserebbe abitualmente. A me piace usare vecchie tecniche e strumenti di registrazione, mettendoli al servizio di quello che c’è nel mondo reale. Mi servo di quel sound non per suonare vintage, ma perché è ancora quello più potente, che spacca di più: il mio riferimento, quando penso a fare musica, è The Dark Side of the Moon dei Pink Floyd, non Drake.

Parliamo dei testi delle tue nuove canzoni. È sempre presente il Mito dell’America, che si colloca sopra il tempo e la Storia pur facendone parte. Ascoltandole mi vengono in mente gli Stati Uniti raccontati da Cormac McCarthy…
Non sono né di Brooklyn né di L.A., sono nato ad Akron, in Ohio, sono uno dei personaggi dei libri di Cormac McCarthy. Solo che, a differenza di quei personaggi, non ho mai ucciso nessuno. Ora vivo a Nashville, ma se guidi dieci minuti da lì o da Akron ti troverai in un posto che è molto simile, è lì da dove vengo e dove vivo. Non uso i social media, non vado sui siti che parlano di musica, ho capito che non mi serve nulla di tutto questo. Ho capito che, se voglio fare arte, devo essere libero da queste cazzate. Voglio essere egoista, in un modo sano e che sia utile alla mia musica. Il mio mondo a Nashville è molto piccolo, esco poco e frequento sempre le stesse persone: facendo così sono più creativo, proteggo me stesso.

Questo tuo disco sembra perfetto per… (Vengo interrotto).
…Per guidare, per fare un giro in macchina.

Sì, come fai a saperlo?
Perché è così pure per me. L’ho ascoltato mentre guidavo da Memphis – dove ho fatto il master dell’album – fino a Nashville ed era perfetto, mi portava via su quelle strade, cambiavano a ogni ascolto.

Che altro ascolti in macchina? Rap? Rock?
Mi piacciono alcune nuove band, ma non ascolto tanta musica nuova.

Perché stai invecchiando?
No, sono più interessato alle mie cose, al sound che porto avanti. Non mi interessa più l’hip hop, si è normalizzato: è solo business, non è più ribelle. La ribellione va cercata nella musica che non è di moda, che non è al centro dell’attenzione del mercato.

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