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Dan Auerbach, c’è vita oltre i Black Keys

Un nuovo progetto, The Arcs: una band messa in piedi con alcuni amichetti (ma non Patrick Carney) per portare in tour un album «perfetto per sballarsi e fare sesso». Pronti a godere?

Dan Auerbach, una nuova vita con i The Arcs. Foto: Jason Goodrich Photography/Corbis Outline

Dan Auerbach, una nuova vita con i The Arcs. Foto: Jason Goodrich Photography/Corbis Outline

«Album perfetti per sballarsi e fare sesso: il 75% dei miei dischi preferiti è così». Dan Auerbach è perfettamente d’accordo con il mio primo commento a caldo dopo l’ascolto degli ultimi pezzi del frontman dei Black Keys: Yours, Dreamily – debutto della sua nuova band, gli Arcs – è fatto di canzoni stupefacenti nell’accezione più lisergica dell’aggettivo e pezzi ad alta carica erotica, sconfinanti nel porno soft. «I gemiti delle ragazze non sono campionati: sono veri! Facevano finta di fare l’amore, ma è stato molto divertente lo stesso», spiega quando gli chiedo di Come & Go, piazzata verso la fine di un disco che qua e là – tra blues, funk, soul e R&B – rimanda a certe colonne sonore di film blaxploitation. «Mi piace tanto quel tipo di sound: musica ballabile, ma comunque sperimentale. Quelle colonne sonore hanno dato a molte persone la possibilità di provare cose diverse». E rimanendo in camera da letto, o spingendosi verso camping naturisti, in questo album degli Arcs c’è un altro inno a fare cose diverse, Nature’s Child: «Perché, alla fine, a chi non piace spogliarsi e stare nudo?».

Dan se la ride divertito. Per lui, gli Arcs non sono né un passatempo extra Black Keys né un progetto solista (considerato anche il recente infortunio alla spalla del socio Patrick Carney, avvenuto ai Caraibi lo scorso gennaio, durante una session di body surf), bensì una band vera e propria. «Se ti piace giocare a basket, giochi a basket. A me piace suonare, allora suono. E sono fortunato, perché ho un mio studio e tanti amici a cui piacciono le stesse cose che piacciono a me. Considera che quando ero un ragazzino nessuno di quelli che conoscevo ascoltava blues, ho trascorso buona parte della mia vita in isolamento». A fargli compagnia in saletta per Yours, Dreamily e nel tour che verrà ci sono Leon Michels, Richard Swift, Nick Movshon (compagni di scorribande anche con i Black Keys)e Homer Steinweiss: «Da novembre suoneremo dal vivo nei teatri e non so se i fan dei Black Keys verranno a vederci. Certo, ne sarei felice… Ma, sinceramente, chissenefrega: preferirei che il pubblico venisse per le canzoni degli Arcs».

Stay in My Corner, il primo singolo estratto dall’album, sembra qualcosa di più che un tributo a Jealous Guy di John Lennon, ma Dan giura di non essersi minimamente accorto della somiglianza tra i due pezzi: «Davvero? È la prima volta che qualcuno me lo fa notare… Ma è vero che sono sempre stato un fan dei Beatles: mio padre me li faceva ascoltare quando ero piccolo. Sono dischi che ti piacciono subito, semplici da assimilare anche a 8 anni». E poi c’è The Arc, la canzone che ricorda tanto Marc Bolan e i T. Rex, spesso ripescati da Auerbach, anche con i Black Keys: «La gente, quando parla di noi, tira sempre in ballo il blues, e a me va anche bene. Ma io amo i T. Rex e Marc Bolan. Lui era una star, gli piaceva stare sul palcoscenico e in questo mi sento molto diverso da lui. In una cosa, invece, credo di essere molto simile a Bolan: provo sempre ad attingere da tutto quello che ascolto, cercando di creare qualcosa di inedito».

Compro vinili in tutte le città che visito. Ogni luogo ha roba meravigliosa, dipende da quello che cerchi

Le 13 canzoni di Yours, Dreamily sono solo una moderatissima selezione della quantità industriale di pezzi che Dan e gli Arcs hanno sfornato insieme: «Il disco è nato tutto improvvisando in studio, avevamo quasi 80 pezzi. La scelta è semplicemente ricaduta su quelli che abbiamo registrato più di recente e, siccome sono stati scritti nello stesso periodo, sono più omogenei. Questo significa che abbiamo tante canzoni inedite da mettere sui lati B dei prossimi singoli che pubblicheremo». Singoli stampati su vinile, ché Dan è un avido collezionista: «A casa ho migliaia di dischi. Purtroppo, durante l’ultimo tour americano dei Black Keys mi hanno rubato due scatole di 45 giri, erano 120 dischi di roba funk e soul. Compro vinili in tutte le città che visito. Ogni luogo ha roba meravigliosa, dipende da quello che cerchi». Vuol dire che se vai in Inghilterra ti spari il Northern Soul? «Già, ma non mi piace tanto. L’ho sempre trovato pacchiano, poco espressivo».

Ma allora, tra tutti i dischi imprescindibili per spaccarsi di canne e fare sesso, quali sono i preferiti di Dan? «Cristo… che domanda difficile, non sono preparato. Sicuramente il primo dei Velvet Underground. E poi i Cramps: Lux Interior era di Akron, la mia stessa città, e quando vivevo lì suo fratello Mike Purkhiser mi costruiva e aggiustava gli ampli della chitarra. Una volta Mike mi passò dei demo dei Cramps registrati nella loro cantina prima di trasferirsi a New York, erano strepitosi». I Cramps sono una band che ha influenzato pesantemente tutta la scena blues punk in bassa fedeltà degli anni ’90 da cui discendono i Black Keys: «Ho ascoltato tanta di quella roba… Amo i Gories, per esempio: il loro cantante Mick Collins ha una voce fighissima, davvero soul. E mi piacciono tanto anche gli Oblivians: credo che Greg Oblivian sia un personaggio straordinario, uno dei migliori songwriter americani».

Oltre che di vinili, Dan Auerbach è anche un accanito collezionista di moto made in Usa: «Ho una decina di Harley Davidson degli anni ’30 e ’40. Mi piacciono le vecchie moto, le storie che raccontano, le modifiche dei vecchi proprietari: sono opere d’arte folk che viaggiano su due ruote». Ed è proprio da uno dei tanti viaggi in Harley che Dan ha tirato fuori un’altra gran bella canzone degli Arcs, Velvet Ditch: «L’anno scorso mi sono fatto un giro da Nashville al Mississippi. Così mi sono ricordato di quando da ragazzo guidavo dall’Ohio fin laggiù e mi fermavo a Memphis o Nashville per veder suonare gente come T-Model Ford, R. L. Burnside o Junior Kimbrough. Sono tornato alle stesse emozioni dei vecchi tempi. Scrittori come William Faulkner che hanno frequentato l’università del Mississippi a Oxford avevano soprannominato il Nord dello Stato “Velvet Ditch”, perché lì c’è questa specie di muschio che cresce ovunque, a terra, si arrampica sugli alberi, creando un tappeto sofficissimo che sembra velluto e ti risucchia. Rallenta tutto e, quando arrivi da quelle parti, finisci per rilassarti e restarci per sempre».

Questo articolo è pubblicato su Rolling Stone di settembre.
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