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Dan Auerbach e il viaggio dei Black Keys alle radici del blues

«’Delta Kream’ rappresenta chi siamo e la musica che ci ha ispirati», dice il chitarrista dell’ultimo album della band. Qui racconta le session improvvisate e l'amore per R.L. Burnside e Junior Kimbrough

Foto: Matthew Baker/WireImage

Dan Auerbach stava producendo il disco di Robert Finley nel suo Easy Eye Sound Studio a Nashville quando ha sentito il bisogno di chiamare il batterista dei Black Keys, Patrick Carney. Il chitarrista Kenny Brown e il bassista Eric Deacon, che hanno suonato rispettivamente con le leggende del blues R.L. Burnside e Junior Kimbrough, erano lì in studio e Auerbach non ha resistito alla tentazione di improvvisare sui vecchi blues che l’hanno influenzato insieme agli uomini che li hanno suonati per la prima volta. «Era troppo. Dovevo chiamare Pat e invitarlo». È così che nasce Delta Kream, il decimo album in studio dei Black Keys. «Non pensavo di fare un disco… volevamo solo suonare le canzoni che amiamo. Per noi l’album è tutto qui. L’abbiamo registrato in un giorno, usando sempre la prima o la seconda take».

Delta Kream celebra l’Hill country blues, quello tipico del Mississippi settentrionale, e in particolare le canzoni di R.L. Burnside e Junior Kimbrough. Perché avete scelto di concentrarvi sul loro repertorio? 


Sono stati decisivi per la nostra carriera. È così che io e Pat ci siamo incontrati. È stata la chiusura di un cerchio: visti da fuori io e lui abbiamo gusti diversi, ma al centro ci sono Junior e R.L. Guidavamo tutta la notte ascoltandoli. Sono stati un’ispirazione infinita. Amavamo il loro suono grezzo, la loro semplicità. A volte hanno il fascino delle Shaggs, altre sembravano i Velvet Underground o i Grateful Dead. È musica ipnotica.

Le session sono state fatte poche settimane dopo la fine del tour di Let’s Rock. Tu e Pat eravate particolarmente in sintonia dopo un anno di concerti insieme? 

Sì, certo. È da un pezzo che mi sembra di stare in un momento buono. Non abbiamo parlato di come fare il disco. Nessuna conversazione. Pat è entrato nella stanza e ci siamo messi a suonare. Abbiamo sempre avuto questo tipo di connessione. È quello che siamo.

Non hai mai visto Kimbrough suonare dal vivo, ma so che hai fatto un pellegrinaggio al suo juke joint (i vecchi locali gestiti da afroamericani del Sud, ndt) a Chulahoma, nel Mississippi. Quanti anni avevi? 


Suppergiù 18 anni. Ci sono andato con mio padre. È lì che suo figlio Kenny ci ha detto che era malato e che qualche mese prima gli avevano amputato una gamba. Non ne avevamo idea. E ha aggiunto: «Mio fratello è in carcere adesso. Se ci prestate i soldi della cauzione, ve li restituiremo. E lui sa suonare tutti i pezzi di papà». Era David Kimbrough. È così che ho ascoltato tutte le canzoni di Junior, è stato incredibile.

E quindi gli hai pagato tu la cauzione? 


Sì, saranno stati 24 dollari. Ce li hanno restituiti alla fine della serata.

In Going Down South canti con un falsetto molto alto. Da dove viene fuori? 


Mi è sempre venuto naturale. Mi piace cantare in quel modo. Mi piacciono le armonie di quel tipo nel bluegrass, sono cresciuto ascoltando quella roba. Anche nel soul, Smokey Robinson è il mio artista preferito della Motown. La prima volta che l’ho usato in un disco è stata ai tempi di Brothers, con Everlasting Light. È semplice e divertente. Non ho più smesso.

Come mai avete deciso di tornare su Do the Romp? L’avevate già registrata per The Big Come Up, nel 2002, con il titolo Do the Rump.
Perché è una versione completamente diversa. Al di là del fatto che è passato un sacco di tempo, avevamo quei musicisti, come Kenny… era un’occasione per lasciarlo sfogare. I suoi assolo mi fanno pensare a un pitbull che ti salta addosso per azzannarti. Pat dice che sono eccentrici, direi che sono d’accordo.

Sei diventato un produttore molto richiesto, ma hai detto che gli artisti con cui lavori non conoscono i Black Keys. L’anonimato aiuta in studio?
Preferisco che sappiano il meno possibile di me. Non voglio che ci pensino su. Preferisco che si concentrino su loro stessi. In studio diamo vita a una storia. Si tratta di mettere insieme il loro passato e il loro futuro, la mia band è irrilevante. Se è necessario per la canzone, posso anche suonare il tamburello nei ritornelli.

Sei tornato a lavorare con Yola per il suo prossimo album, Stand for Myself. Come si lavora con una voce tanto potente? 


Credo che l’obiettivo sia darle supporto, metterle attorno gente che capisce quel suono e la potenza di quella voce. Quando succede è pura magia, si creano legami forti in pochissimo tempo. Capitano tante cose in fretta, ma quando tutti sono a proprio agio, allora basta che Yola sia se stessa. Il punto è lasciarla brillare.

Hai fatto qualcosa di diverso rispetto al suo ultimo album, Walk Through Fire? 


Certo, ne abbiamo parlato ed entrambi volevamo un disco più ritmato. Volevamo provare suoni più dance. Ho iniziato a pensarci e ho messo su un dream team di gente che capisce il soul, il funk, la disco, insieme ad esperti di armonie country e gospel. Mi sembrava il mix giusto.

Dopo l’uscita del documentario su Tina Turner, tutti parlano del fatto che ha raggiunto il successo come solista a 40 anni d’età. Pensi che potrebbe succedere anche ad artisti come Robert Finley, che invece ne ha 67? 


Se fosse possibile, non ci sarebbe candidato migliore. È una star, quando entra in una stanza tutti gli occhi vanno su di lui, è come se si accendesse una luce. L’ho visto ricevere tre standing ovation di fila al Ryman. Mi ha detto che in passato, quando suonava, la gente si avvicinava per raccontargli una storia e lui ci improvvisava una canzone. Ha allenato il cervello a lavorare in quel modo, mentre registravamo insieme ci faceva morire dal ridere. Era sempre in freestyle.

Al centro di Delta Kream c’è la necessità di preservare i suoni del passato. Vale anche per i locali di musica indipendente? Molti rischiano di chiudere.
Sì, ma è sempre stato un mondo difficile. Non ho mai incontrato un proprietario di club che non fosse in difficoltà. È una fatica continua, dall’alba al tramonto. È una vita difficile. Ma quei posti ti possono cambiare la vita. Di sicuro è successo a me con l’Euclid Tavern o il Grog Shop di Cleveland. È lì che ho visto Link Wray e R.L. Burnside. Se non ci fossi andato non sarei qui.

Sei un bianco che suona il blues. Com’è cambiato il tuo approccio verso il genere negli anni? La vedi in modo diverso rispetto agli inizi?
Posso parlare solo della mia esperienza. Crescendo ho ascoltato solo blues. Lo ascoltavo prima ancora di scoprire i Rage Against the Machine o altre cose. Ascoltavo blues e bluegrass, e alcuni pezzi in quei due generi sono davvero simili. Sentivo un legame forte con quella musica, poi ho visto R.L. Burnside in concerto a Cleveland e Columbus. Lui suonava quei pezzi, li viveva, li respirava. Abbiamo suonato le sue cose nel nostro primo disco. Per me e Pat, Junior Kimbrough e i Beatles erano pari. Stare lì, suonare quella musica e imparare da quelle persone ha rafforzato il mio legame con quei pezzi.

I fan dei Black Keys vi hanno mai detto di aver scoperto i bluesman neri del passato grazie alla vostra musica? 


Succede di continuo. Quando ci dicono che hanno scoperto Junior vado fuori di testa. Scoprono T-Model, artisti del genere che non avevano mai sentito prima. Adoro il fatto che il gruppo abbia una sua piattaforma e la possibilità di condividere con i fan la musica che amiamo e che ci ha ispirato.

Avete girato il video di Crawling Kingsnake al juke joint di Jimmy Duck Holmes, a Bentonia. Che ha di speciale quel posto? 


È il juke joint più antico d’America. È stato aperto dai genitori di Jimmy Duck, ci sembrava un posto fantastico per raccontare la storia di questa musica e la sua, per dare spazio a un tesoro nazionale. È davvero l’ultima cosa che ci lega al blues di Bentonia, che è diventato popolare con Skip James.

È passato poco più di un anno dalla morte di John Prine. Cosa ti manca di più di lui? 


Mi mancano le nostre cene. L’ultima volta che l’ho visto eravamo al Dan Tana di Los Angeles. Siamo andati lì per i Grammy, mi ha invitato perché l’avevo portato a un ristorante italiano di Nashville ed era diventato il suo preferito. Mi ha detto: «Se vieni a Los Angeles, voglio portarti in uno dei miei posti». Scrivere con lui era come partecipare a una seduta spiritica, ma i momenti più divertenti erano quando facevamo altro. Guidare insieme a lui, andare al White Castle. Viveva la vita a pieno. Il vialetto di casa sua era pieno di Cadillac.

Nel 2021 i Black Keys festeggiano vent’anni di carriera. Guardando indietro, c’è qualcosa che avresti fatto diversamente?
Nella mia vita personale, sì. Ma tutte le decisioni musicali che abbiamo preso si sono rivelate positive. Abbiamo visto tantissime band arrivare da zero a 100 in pochissimo tempo, suonare da headliner nei festival e poi sparire nel nulla. Noi siamo ancora qui. Con i nostri modi idioti abbiamo comunque fatto la cosa giusta.

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US

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