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Damon Albarn: «Ho messo il pop alle spalle»

Il musicista parla dell'evento online semi-olografico dei Gorillaz ‘Song Machine Live from Kong’, della bolla in cui vive, del prossimo disco solista: «Sarà più diretto e privo di riferimenti strani»

Damon Albarn

Foto: JOEL SAGET/AFP via Getty Images

I Gorillaz si sono sempre definiti orgogliosamente la più grande band virtuale del mondo. Ha quindi senso che si siano adattati benissimo all’anno distopico che stiamo vivendo. «Non aspettavamo altro», dice Damon Albarn, 52 anni, con un sorriso amaro.

Albarn ha passato buona parte del 2020 a lavorare su Song Machine, una serie di singoli riuniti in un disco eccellente e pieno di leggende della musica britannica, da Robert Smith dei Cure a Elton John («veri gentiluomini, esseri umani fantastici») e di nuovi artisti della scena hip hop come Earthgang e Slowthai, tra gli altri. Ora Albarn coronerà l’annata con un evento in streaming diverso da tutti gli altri.

Song Machine Live From Kong offrirà tre diverse performance live, tra il 12 e 13 dicembre, con Albarn, una band di 14 elementi, ospiti assortiti e animazioni speciali a cura del co-creatore del progetto Jamie Hewlett. «È il progetto dei sogni: cartoni ed esseri umani interagiranno dal vivo», spiega Albarn. «I cartoni saranno sul palco, suoneranno con la band. Gli ospiti saranno in un contesto semi-olografico, tipo il teletrasporto di Star Trek. Non sarà un palco tradizionale senza pubblico. Immaginatelo come uno speciale della Gorillaz TV. In futuro verrà raccontato come una forma pionieristica di intrattenimento oppure come una bella idea che non ha funzionato».

Albarn ha risposto alle nostre domande da una suite di un hotel di South London, dove si è isolato insieme alle 40 persone che lavorano a Song Machine Live, versione musicale della bolla in cui sono chiusi i giocatori della NBA. Non riesce a non scherzare sull’atmosfera triste: «Dopo l’intervista la mia serata sprofonderà in un vuoto beige, pensami».

Considera queste performance come il culmine dell’irriverente concept multimediale che lui e Hewlett hanno ideato più di 20 anni fa. «Siamo ancora alla ricerca di qualcosa», dice. «In un certo senso, questo live ci ha dato l’opportunità di tornare allo spirito originale del progetto, vedremo se riusciremo ad esprimerlo».

Quest’anno molti musicisti hanno provato a trasferire i loro concerti su piattaforme virtuali. I Gorillaz sono sempre stati una band virtuale, è stato più facile per voi? 

Teoricamente dovremmo essere a nostro agio con l’idea. Abbiamo abitato quel mondo per anni e in tanti modi diversi. È comunque strano, soprattutto con questo disco, perché l’ho scritto in maniera episodica, come se ogni canzone venisse da una diversa dimensione. Per Momentary Bliss sono tornato alla mia gioventù, per Death Butterflies ero perso ad Atlanta, in Désolé mi sentivo come se fossi tra le montagne svizzere. Mi muovo continuamente dalla chitarra al pianoforte al keytar… Nel contesto dello streaming, abitare tutti quei posti diversi così velocemente è una sfida. Interessante, però.

La tua carriera è iniziata 30 anni fa con il primo disco dei Blur. A quale momento sei tornato con Momentary Bliss?

A quando ho incontrato per la prima volta gli Slaves (un duo punk britannico), ho suonato con loro e ho perso voce. Sono tornato al 1988, 1989, quando ero con i Blur. Suonavano come sempre, sono tornato in quel periodo e naturalmente ho perso la voce. Per fortuna suono con loro solo un pezzo. È la particolarità di questo disco: ogni canzone potrebbe dar vita a un disco intero con un suo mondo sonoro.

Nel primo tour dei Gorillaz, nel 2001, suonavi dietro uno schermo. Cosa ricordi di quell’esperienza? 

Mi calavo spesso i pantaloni. Mica solo io: gran parte di quei concerti erano suonati da gente seminuda. È interessante sapere che c’è tanta gente che ti acclama, ma che non può vederti. Adesso l’idea di suonare dietro uno schermo sembra una cosa vecchia, come se venisse da un altro mondo. «Ehi! Facciamo come se fossimo delle ombre!» (ride).

In quale tour senti di aver scoperto il modo migliore per portare i Gorillaz dal vivo?
Ogni tour è stato un successo e assieme un fallimento. Quel tour in particolare fu un successo, da questo punto di vista. I sei o sette concerti di Demon Days – non ne abbiamo fatti di più – all’Apollo: che settimana straordinaria. Sul palco c’erano Ike Turner e Dennis Hopper, e pure l’Harlem Boys Choir. Una meraviglia. Poi, quando abbiamo fatto Plastic Beach siamo diventati una vera band da arena e da allora abbiamo aggiornato il progetto. Volevo che la band si sentisse nella condizione di suonare di tutto, anche gli Earth, Wind and Fire se necessario. Capisci cosa voglio dire? 

Ora, con questo progetto stiamo entrando in un territorio inesplorato dove non sei sicuro cosa sarà reale e cosa no. Se dovesse andare bene forse faremo altri special televisivi, qualcosa che al momento manca là fuori, cioè uno show figo di musica che mette in mostra artisti vecchi, nuovi, eclettici. Non ce ne sono molti in giro.

Hai una carriera lunga e prolifica, hai fatto musica in vari contesti. Come la vedi, stiamo vivendo un’epoca creativamente fertile? 

Sì. Se pensiamo a quello che ci costringono a fare, sì, senz’altro. Forse niente sarà più lo stesso. Mi piace pensare che tra sei mesi sarò sul palco in mezzo a un grande prato, farà caldo e tutti saranno felici. Ma non posso avere la certezza che succederà davvero… è interessante questa cosa. Stiamo provando lo show separati dal mondo. Forse la musica ne beneficerà.

Hai iniziato a lavorare alla seconda stagione di Song Machine? 

Sì. Perché no? Continuerò a pubblicare nuovi episodi. Fare musica è la parte facile. Il difficile è renderla valida.

Cos’è cambiato rispetto a quando lavoravi a un disco intero, a un progetto coeso? 

I giorni in cui lavoravo a un disco e mi preoccupavo se fosse o meno pop sono finiti. Se devo lavorare a questa musica, sarà in maniera episodica, com’è stata la prima stagione di Song Machine. Deriva dalla natura eclettica dei Gorillaz. È un progetto aperto e fluido. E ogni cosa acquista senso quando le animazioni incontrano la musica. Non so di preciso cosa sia, so che lo facciamo funzionare. E mi piace.


Che altro hai fatto per tenerti occupato, prima di entrare nella bolla? 

Cucino, nuoto, faccio yoga. Mi piacerebbe dire di aver letto molto, ma non l’ho fatto abbastanza. Ho anche fatto parecchio binge-watching. La mia serie preferita è una tra The Bureau e Baron Noir, tutte e due francesi.

E la musica? Quali sono le canzoni che…

Non mi hai chiesto i miei libri preferiti.

Ti prego, dimmelo. Cosa hai letto? 

Mi sono appassionato al lavoro del (romanziere jugoslavo) Danilo Kiš. E sono orgoglioso di aver finito Fondazione della metafisica dei costumi di Immanuel Kant, anche se ci è voluto parecchio. Mi svegliavo alle 5 del mattino e leggevo per un’ora, era l’unico modo per far sì che il mio cervello fosse abbastanza sveglio da capire cosa cazzo ci fosse scritto. Ma ci sono riuscito. Ecco cosa ho fatto, cioè niente. Non dico di averlo capito tutto, ma il senso generale sì, credo (ride).

L’unico album che hai pubblicato a tuo nome, Everyday Robots, è diverso dal resto del tuo catalogo. Hai mai pensato di tornare a fare musica del genere? 

Sì, sempre. I dischi solisti sono il mio sogno, perché non c’è nessun altro coinvolto. Faccio solo le mie cose, canto e stop. Se dovessi farne un altro cercherò di aprirmi di più: vorrei fare un disco senza riferimenti obliqui, dall’inizio alla fine. Il mio sangue sulle tracce (Albarn usa l’espressione “blood on the tracks”, come l’album di Dylan, ndr). Credo di potermi spingere ancora oltre. Sono quel tipo di persona, credo sempre di poter fare di meglio. Non ho allori su cui dormire. Devo sempre andare avanti.

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

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