

Foto: Michele Perna
Mentre Shiva è ancora su al quinto piano a farsi scattare le ultime foto nell’appartamento di sua nonna, noi ci ritroviamo giù di sotto ad aspettare. Il servizio fotografico sta richiedendo più tempo del previsto, anche per via del poco spazio di manovra per un’intera crew di fotografi, stylist, fonico, artista più membri del management, all’interno di un minuscolo trilocale delle popolari di Corsico, pochi chilometri a sud-ovest di Milano. Il risultato è che siamo in ritardo sulla tabella di marcia. Quindi, giù sotto in strada, si riunisce chi non è strettamente necessario di sopra, oppure chi come me ha già fatto una parte del suo lavoro d’intervistatore e sta aspettando il prossimo cambio di location del set per proseguire la chiacchierata col rapper.
Mi ritrovo così a metà di un pomeriggio di fine marzo in mezzo alla crew di Milano Ovest, svaccata un po’ sui muretti e un po’ sugli scooteroni T-Max. «Zio, ma non puoi fare le cose così a cazzo» rimprovera il suo socio, uno dei fra, parlando di palestra, che è uno dei topic ricorrenti. «Se fai petto poi devi fare schiena. Bisogna controbilanciare sempre allenando i muscoli opposti. Non ha senso fare petto e gambe», conclude il ragazzo in outfit West Milan Club, il brand di Shiva, sfoggiando un fisico asciutto, di quelli tutti nervi e muscoli che ti danno la netta sensazione di essere perfettamente in grado di scassare di botte gente grande il doppio. «Frate, ma io che devo dirti», risponde il socio che, pesando come il mezzo su cui è seduto, invece se volesse potrebbe scassare di botte chiunque nel giro di 40 chilometri. «E poi a me manco piace fare gambe, figurati». Voce del verbo piazzare, insomma.
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Dopo i guai con la legge, tre figli in tre anni e un album che, al momento dell’intervista, è già praticamente d’oro ancora prima di uscire avendo già quasi 30 mila pre-order fisici, Shiva comincia seriamente a riflettere su cosa abbia senso e cosa no. Come la divinità induista da cui prende il nome, distrugge il passato per trasformarlo in rinascita, dissolve il proprio universo per consentire un nuovo ciclo. Oggi Andrea si chiede quanto valga la pena una cosa rispetto a un’altra e, soprattutto, se la sua condotta di padre, e quella di suo padre prima di lui, verrà un giorno soppesata da qualcuno lassù.
Sono pensieri altissimi su cui nei secoli si sono arrovellati teologi, letterati, pensatori di ogni genere. E che ora, guarda un po’, tartassano anche la mente di un ragazzo che si è sempre detto cinico. Ma che, intravedendo l’alba dei 30, forse si è stancato di fare i dischi con dentro le parole “gang, cash, flex” (come lui stesso ammette in una traccia). Il titolo del disco avrebbe dovuto essere Dal Vangelo secondo Shiva. Poi per qualche motivo, forse il non voler essere troppo profano, ha optato per un più lapidario Vangelo. L’intento rimane lo stesso: raccontare un codice sacro e valido solo in determinati posti, tra determinata gente. Dio riconosce i suoi, e Shiva pure.
Hai mai visto tante persone in questa camera?
Hai voglia, certo. C’è anche una foto in cui eravamo tipo in 20. Perché io registravo lì, su quel comodino dietro di te. Le mie prime hit le ho fatte qui: Mon fre, Take 1, Rip RMX, un po’ di roba vecchia. Poi ho scelto questa stanza e questo letto anche per la copertina del Routine EP del 2020. Adesso la vedi vuota, ma era piena di roba quando ci vivevo. Ha un significato importante. Anche quando registravo c’era un gran casino di là. Gente che entrava e usciva. In questo palazzo comunque c’è sempre casino. Amici miei, ma anche parenti o amici di mia nonna. Lei dorme in salotto anche ora che non vivo più qui e questa stanza è inutilizzata. Preferisce così.
Dev’essere anche una donna religiosa, a giudicare dalle figure sacre della Madonna appese per casa. Tu sei credente?
Sì, sono credente. Mi sono avvicinato di recente alla religione. Mia madre è buddista, io non sono né battezzato né niente. Però diciamo che credo nella fede più che nella Chiesa. È una cosa che mi ha aiutato, soprattutto nei periodi difficili che ho avuto negli ultimi tre anni. Ho capito che avere fede, qualsiasi essa sia, è fondamentale. Non è magari una fede prettamente cristiana, però credo molto in Dio, o che ci sia qualcosa. Sono le coincidenze, i segnali che mi hanno portato a crederci. In carcere ho avuto dei chiari segnali che mi hanno portato fino a qua e quelli erano proprio cristiani. Lì si sente molto la presenza della religione. Però poi il mio pensiero si è sviluppato. Ho sempre avuto un rapporto con una fede interiore, ho sempre creduto in un destino. Tutto quello che mi è successo sembra parte di un piano che era già scritto. Ho imparato ad accettare alcune cose.
All’inizio il titolo del disco era diverso, giusto?
Sì, doveva essere Dal Vangelo secondo Shiva. Perché volevo parlare del mio rapporto con Dio, di tutte le cose che mi sono successe e delle domande che mi pongo. Poi alla fine ho scelto solo Vangelo. In questo momento storico sento che c’è un grande bisogno di fede, soprattutto nella mia generazione. C’è questo vuoto gigante che in qualche modo il credo ti aiuta a colmare. Ti aiuta a trovare un senso a tutto, a quello che stai facendo.
Quando rappi che hai fatto un disco “senza le parole gang, cash, flex” stai sostanzialmente dicendo che queste cose non ti bastano più?
Certo, fai conto che c’è una parolaccia in tutto il disco. Volevo mettermi alla prova e dire: sono arrivato a un punto in cui non ho bisogno di usare un linguaggio così tagliente per far arrivare il messaggio. Voglio usare altri modi e ne sono in grado. C’è sicuramente qualcosa di più, voglio osare di più nella musica e nel suo contenuto. Sono anche padre, ho 26 anni, non sono più un ragazzino. Sento il bisogno di trasmettere qualcosa di più.
Ho saputo, a proposito di parole, che sei un fanatico della Settimana Enigmistica.
Mi piacciono? (Si gira verso Laura che risponde: «Tante parole crociate. È il suo sport preferito», nda). Ho iniziato con le parole crociate senza schema, poi sono diventate facili. Allora mi sono appassionato di incroci obbligati, che sono senza schema e senza ordine. Quindi sono mega difficili da fare. Ho un amico molto bravo, e quando siamo insieme li riesco a risolvere sempre.
Sei più nerd di quanto la gente immagini.
La mia identità è sempre stata quella. Nel rap si usano spesso le similitudini, come sai. E le mie spesso e volentieri rimandano al mondo fantasy, o comunque a universi opposti al nostro. Mi piace un botto la fantascienza come Dune. Anche Star Wars. E poi vabbè mi piace anche Il Signore degli anelli. Tutto ciò che è distopico o allegorico lo assorbo in maniera incredibile. Perché ci stiamo letteralmente andando incontro, è questo che è assurdo. È un presente spaventoso. L’intelligenza artificiale per esempio mi ha flashato. Ci stiamo abituando a delle cose incredibili troppo in fretta. Quanto facevano cagare le immagini generate dall’AI soltanto due anni fa? Guarda ora. Non riesci a distinguerle da quelle vere. E poi: se affidi ogni cazzo di ragionamento, sforzo mentale, capacità di ricordare a una macchina, non rischi prima o poi di perderle tu queste capacità?
Ed è proprio per questo che personalmente cerco di tenere la mente allenata quotidianamente. Tu fai le parole crociate, io per esempio gioco alle carte Magic.
Ma che cazzo dici? Fra, anche io gioco a Magic. Sono un grande giocatore.
Sei serio?
Zio, agli arresti domiciliari mi sono trovato con un sacco di ore libere. Quindi ho aperto il PC e ho iniziato a scovare dei mondi incredibili. Così ho iniziato a giocare a Magic online, anche se poi con degli amici ho fatto anche partite con le carte vere. In qualche modo dovevo passare il tempo, tenere la mente occupata. Poi, uscito dagli arresti domiciliari, ho mollato tutto. Unica cosa che ho conservato è la fede rinnovata.
Cosa intendi quando dici che sei la prova che Dio esiste?
Beh, forse sì, forse no. È un continuo contrasto e la mia vita mi ha messo nella posizione di pensarlo, me l’ha dimostrato. Forse un po’ l’ho manifestato io questo contrasto. Un momento sei su, un momento dopo sei giù. Persone a cui vuoi del bene un momento dopo magari sono complete nemiche. Persone che ami poi le odi. E costantemente così, sotto la legge cosmologica di questo binomio. E quindi voglio analizzare questa cosa, voglio scavare dentro, voglio capire qualcosa, capire perché. Ci sono dei momenti in cui la fede non basta, anche nella buona volontà. Sì, forse sono la prova che Dio esiste oppure la dimostrazione che non esiste proprio. Non lo so. Vedremo.
“Posso tornare in carcere e incolpare Dio, oppure fare il disco dell’anno e dire: è merito mio”.
Ho sempre avuto un’indole decisamente cinica. Sono sempre successe tante cose, nel bene o nel male, prima del carcere. Ma quello che è successo tre anni fa mi ha fatto riflettere, perché capisci davvero le cose per cui vale la pena agire. Combattere il nemico fino a che punto se tanto poi a smenarci sei tu? Ogni tanto forse bisogna mettersi lì e prendere le cose con più calma. La pazienza è quello che ho imparato. Farsi scivolare addosso certe cose. Porgere l’altra guancia (ride).

Foto: Michele Perna. Outfit Shiva. Giacca: Dolce&Gabbana.
Jeans: Purple.
Cintura: Htc Los Angeles. Scarpe: Timberland. Cappello: Aderente Mains x New Era. Occhiali: Chrome Hearts
Tratto dal numero cartaceo di Rolling Stone Italia dedicato a Shiva da oggi in edicola e sul nostro shop online.
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Talent: Shiva
Photographer: Michele Perna
Interview by: Claudio Biazzetti
Editor in Chief: Alessandro Giberti
Music Content Editor: Claudio Todesco
Producer: Maria Rosaria Cautilli
Art Director: Pierfrancesco Gallo
Magazine Editorial Curator: Mattia Barro
Editorial Coordinator: Eric Fiorentino
Business Development Manager: Matteo Berciga
Editorial Marketing Manager: Matteo Zampollo
Fashion Editor: Francesca Piovano
Graphic Designer: Stefania Magli
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Photographer Assistant: Antonio Sanasi
Talent Personal Stylist: Gaia Dallorto
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