Da X Factor al caso Eurovision: Alina Pash ha (ancora) fame di successo | Rolling Stone Italia
Home Musica Interviste Musica

Da X Factor al caso Eurovision: Alina Pash ha (ancora) fame di successo

Al debutto in Italia col suo moderno folk bitanga, l'artista Ucraina sogna di raccontare il suo Paese e abbattere i cliché

Alina Pash

Foto: Evgen Kotenko/ Ukrinform/Barcroft Media via Getty Images

Un linguaggio immerso tra la tradizione dei Carpazi e lo urban contemporaneo, tra Inglese e Ucraino di stampo bitanga, Alina Pash si sta facendo spazio come uno dei profili più interessanti del panorama musicale contemporaneo. La sua storia nei palchi “che contano” inizia con X Factor, nel suo Paese, che le regala una vetrina importante per la ribalta. Con la vittoria nell’edizione 2022 di Vidbir, il programma di selezione nazionale Ucraino per l’Eurovision, si era assicurata un pass per Torino, finito però al centro di una storia controversa: dopo una polemica relativa a un presunto viaggio in Russia risalente al 2015 e una serrata indagine per mezzo stampa, il programma televisivo ha deciso di negarle la partecipazione, a favore del gruppo Kalush Orchestra (piazzatosi secondo alla manifestazione).

In attesa del suo debutto Italiano (e stavolta sì, davvero) in Sicilia, abbiamo fatto con lei una lunga chiacchierata, in cui ci ha raccontato a che punto è la sua evoluzione artistica, come sta influendo l’invasione Russa sulla sua musica e cosa è successo—e cosa è cambiato, per il suo percorso—dopo il trambusto Eurovision.

Dopo il successo di Shadows of Forgotten Ancestors hai di recente pubblicato il singolo Heaven, che stai portando in un lungo tour europeo: che periodo è per te?
Intenso, sicuramente. Sono tornata a Kiev, dopo una lunga serie di concerti e manifestazioni di beneficenza in diverse città in Europa. Qui mi sento sempre a casa, ci vivo ormai da tempo. Heaven è una canzone che parla dei bambini che stanno morendo durante i conflitti. È un brano che non avrei mai pensato di scrivere, ma è così che stanno andando le cose

Tu però sei originaria di Bushtyno, nell’Ovest dell’Ucraina, giusto?
Sì, dove tuttora vivono i miei genitori. È un villaggio rurale completamente immerso nella natura. Quando posso ci torno spesso, e lo farò anche quest’estate per un po’ di tempo.

Il tuo rapporto con Kiev, quindi, è maturato molto—al di là delle terribili vicende che sta attraversando il tuo Paese.
Assolutamente, ormai è casa. Ed è anche un punto di riferimento che è stato alimentato da molti altri fattori, nel tempo. Penso alla scena musicale, a quella dei club e dei locali, soprattutto: tutta benzina per idee ed ispirazioni che voglio assimilare. Credo sia il mio posto, quello dove far crescere la mia carriera.

Come hai vissuto l’inizio degli scontri, specie avendo visto trasformare una città così viva in teatro di dolore e conflitti?
È stata una sensazione piuttosto inspiegabile, disturbante. La città stava fiorendo, la pandemia sembrava alle spalle, c’era un fermento diverso rispetto ad altre volte: volevamo dimostrare le possibilità che ci sono qui in Ucraina, una volta per tutte.

E in che modo il conflitto ha influito, sulla tua scrittura?
Molto, assolutamente. Quando stava nascendo Shadows of Forgotten Ancestors il mio appartamento fu colpito da un incendio, durante uno dei primissimi periodi dell’invasione. Fu un momento che definirei tra il mistico e il tragico. Adesso lo sto rimettendo a posto, ma mi viene spesso da pensare a come fosse interamente bianco e come si sia invece trasformato in cupe tinte grigie e nere, a causa delle fiamme. Il sogno di avere una carriera nella musica sta passando per me anche da episodi assurdi, come questo.

Come immaginavi il tuo percorso prima che tutto ciò accadesse?
La mia convinzione è sempre stata quella di mostrare al mondo un’idea di musica nuova, ma che provenisse dalla mia nazione. Mi sono sempre chiesta perché certo folk moderno attecchisca in maniera così rapida nella cultura occidentale, ma quando ha origini da queste parti si fa fatica a farlo affermare: ti assicuro—con tutto il rispetto—, non sto parlando di musica che ascolterebbero i miei nonni, ma un linguaggio in grado di essere contemporaneo e tradizionale allo stesso modo.

Un po’ come ha fatto ROSALÍA per la sua Catalogna, insomma.
Esatto! Guarda, per quello che sta facendo sento in lei una connessione di sangue. La iniziai a seguire sui social tempo prima che esplodesse a questi livelli, credo addirittura cinque anni fa. La cosa che mi colpì fin da subito fu che nelle intenzioni eravamo sulla stessa identica lunghezza d’onda: far ascoltare la tua cultura, la tua identità, utilizzare strumenti old fashioned in maniera nuova e su beat con una marcia in più, campionare sample impossibili, accostare il dialetto della tua città natale all’Inglese e così via.

Il tuo percorso ha comunque già avuto picchi importanti, come la partecipazione all’X Factor Ucraino. Che ricordi hai di quel momento?
Fu una grande esperienza. Feci qualcosa come 8 live televisivi, una cosa impensabile per una studentessa che si approccia per le primissime volte a stage di quella portata. Ma ricordo anche le interviste di backstage, quelle in cui devi presentarti prima dell’esibizione, e il fatto che fui molto diretta fin dal primo momento: «Ascolta, non ho nessun dramma da raccontarti», dissi. «Sono una ragazza dell’Ovest del Paese, con una famiglia che la ama. Voglio solo portare sul palco questi valori». Credo che dopo anni di lavoro e ricerca sono finalmente riuscita a respingere tutti questi cliché, diventando ciò che volevo.

Era una versione di Alina Pash ancora “in the making”, quindi, prima di essere un’artista che mette folk Ucraino, hip-hop ed elettronica in un unico, folle contenitore.
Sì, una fase piena di domande, direi. Nel tempo ho fatto parte di band pop, rock, elettroniche, ho persino fatto l’MC girando il mondo in tour con altri progetti. Arrivata a quel punto volevo davvero capire chi fossi, portare la mia musica lì fuori e in modo diverso, dimostrare che una ragazza di un piccolo villaggio Ucraino può spaccare tutto e fare cose davvero forti. E sì, ad X Factor credo ci rimasero male: «È un po’ troppo normale come presentazione, ci vuole un po’ di pepe», dissero, dopo quel segmento di intervista. A me interessava essere me stessa, una ragazza che veniva dalle montagne della Transcarpazia convinta delle sue potenzialità. Il pepe nella mia carriera è arrivato, ma qualche anno dopo.

Ti riferisci al caso Eurovision, suppongo.
Sì, oltre che a tutte le cose successe negli ultimi 3-4 anni della mia carriera.

Caso che, paradossalmente, è diventato così clamoroso e chiacchierato solo dopo il conflitto in Ucraina, in un trambusto che ha poi portato alla decisione di dare alla Kalush Orchestra un lasciapassare per l’Eurovision. Cosa ricordi di questa esperienza e come hai superato–perché a questo punto sono certo, lo avrai già fatto–tutto questo?
Sono stata in Russia solo una volta, a Mosca, nel 2017. Ero in visita da parenti, e nel frattempo volevo vedere come fosse quel mondo, cosa stesse veramente accadendo lì, dall’altra parte. Quella che crea tutto questo folle casino nel mondo. Ma non mi sarei mai sognata di lavorare in Russia, prendere dei soldi da loro, con la mia arte. È stata creata una confusione enorme, sul caso e su di me, e ho saputo che diversi blogger sono stati coinvolti da altri artisti e pagati per infangarmi, con le loro ricostruzioni fasulle sulla vicenda. Altri mi hanno persino consigliato di pagarli per fare il contrario: farli parlare bene di me. Ma ti immagini? Io non sono affatto così, non mi interessa corrompere per trovare spazio.

Che ricostruzione hai fatto, di tutto il caso?
È stato un errore del mio ex manager e partner, lo stesso che adesso sta cercando di prendere i diritti delle mie pubblicazioni. È un ragazzo rimasto negli anni Novanta, di vibe Russa. Consegnò dei documenti sbagliati e si creò un casino, e nonostante tutto non ho mai cercato di dargli la colpa. Nel frattempo sono passati più di 7 anni, ero giovane, e—come ho dichiarato in passato—faccio fatica a ricordare con esattezza da cosa scaturì tutto il casino.

Cosa pensi ti sia rimasto, da questa situazione?
Mi porto dietro una grande lezione, e cioè che che sei vuoi essere indipendente, come artista, devi esserlo in ogni fottuto dettaglio. Cercherò di rendere questo me e la mia musica: controllare i diritti, la pubblicazione, ogni aspetto burocratico e se possibile manageriale. Tutte cose in cui prima avevo paura a metterci la testa, perché pensavo di rischiare fregature. Credo questa storia mi abbia dato modo di aprire gli occhi, e anche che sia stato un grande esempio per molti artisti Ucraini, oltre che per me.

Cosa ti ha fatto più rabbia, da artista?
Il fatto che, escludendo la mia, le canzoni in concorso a Vidbir per l’Ucraina parlavano di stronzate. Niente rifletteva la tragica realtà che stiamo passando. E mi chiedevo: «com’è possibile non far passare questo messaggio con un mezzo così potente come la musica, proprio adesso?».

Inclusa la canzone dei Kalush Orchestra?
Inclusa la loro, sì. Era una canzone dedicata alla mamma, tutto qui. Poi, almeno, hanno fatto un ottimo lavoro con il video del brano: quello sì, finalmente mostrava la realtà del conflitto. E sono contenta abbiano fatto un appello a Mariupol’ e l’Azovstal, sul palco di Torino. Avevamo bisogno di urlarlo al mondo, e sono felice questo sia successo.

Cosa pensi avrebbe portato invece il tuo pezzo?
Il racconto del nostro Paese, dei nostri antenati. Un racconto patriottico necessario e autentico. La storia di Kiev, delle nostre origini, che oltretutto sono persino più antiche di quelle di Mosca. Avrei detto tutto questo, con quel brano.

Adesso che è trascorso qualche mese come stai vivendo questa realtà così disturbante per te e la tua gente?
Dobbiamo continuare a combattere il nemico, combattere la distruzione Russa. E combattere per la democrazia e l’umanità che ci stanno togliendo, insieme: non dev’esserci Est né Ovest. Stiamo parlando di persone dalla mente piccola e contorta, e posso dirlo ad alta voce. Hanno deciso di tornare al passato e alla distruzione. Che futuro potrà avere, come nazione, dopo tutto questo? Che tipo di rapporto si aspettano di avere, adesso, col resto del mondo?

Per concludere, tornando alla musica, in qualche modo l’Italia era comunque nel tuo destino: debutterai a Opera Festival, in Sicilia. Che rapporto hai col nostro Paese?
Ci torno spesso, per me è sempre bello. Ho anche una zia che ha messo su famiglia in Italia. Sarà la mia prima volta in Sicilia, dopodiché credo di fare dei giorni di pausa da quelle parti, ricaricare un po’ le batterie al mare: ne ho bisogno.

A che progetti stai lavorando in questo momento?
A breve uscirà una nuova versione di “Shadows of Forgotten Ancestors”, su cui ho scritto dei versi inediti. Abbiamo anche girato un nuovo video in Italia, tra Padova e i laghi delle Dolomiti. Come data per la release ho scelto il 24 Agosto, il Giorno dell’indipendenza dell’Ucraina.
Poi a Settembre sarà la volta di un altro EP, prodotto da Brodinski (con cui lo scorso anno ho già collaborato per “ACCENT”, in “Amerikraine Dream”). Cercherà di raccontare come l’esuberanza e la potenza femminile, specie nei momenti che stiamo vivendo, siano la cosa più normale da cercare (e non quella da cui cercare rifugio). Sarà in fondo un identikit della mia persona e del mio percorso, arrivata a questo punto.

Sul palco e fuori dal palco sembri molto decisa a toccare corde importanti. In questo senso come immagini si evolverà la tua carriera, da qui a qualche anno?
La mia musica sta diventando più adulta in maniera naturale, anche a causa di quello che ci sta succedendo. E il palco è sempre un’occasione perfetta per raccontare e raccontarmi. Voglio far capire di cosa sono capaci gli Ucraini, dimostrare che qualcosa di diverso da queste parti è possibile.