Home Musica Interviste Musica

Da Frank Zappa a Kendrick Lamar: la sbronza musicale di Thundercat

È il bassista più cool del mondo, oltre ad essere un super-producer. Con "Drunk" ha unito riferimenti musicali diversissimi in un disco che è un casino. Bellissimo

Stephen Bruner, in arte Thundercat, è nato nel 1984. "Drunk" è il terzo album in studio. Foto: Karlo Ramos / Red Bull Sound Select / Content Pool

Stephen Bruner, in arte Thundercat, è nato nel 1984. "Drunk" è il terzo album in studio. Foto: Karlo Ramos / Red Bull Sound Select / Content Pool

Se avete gradito Cosmogramma di Flying Lotus, To Pimp a Butterfly di Kendirck Lamar o The Epic di Kamasi Washington, sappiate – ma credo già lo sappiate – che il merito è in parte anche del bassista polistrumentista che si fa chiamare come una serie d’animazione americana degli anni ’80 con dei micioni umanoidi come protagonisti: Thundercat. Nato e cresciuto nella nuova Mecca del modern jazz, Los Angeles, Stephen Bruner, classe 1984, calca la scena dei grandi palchi da quando aveva 16 anni e accompagnava Stanley Clarke, nonostante fosse un membro della band punk metal Suicidal Tendencies. Ha iniziato a cantare grazie a Flying Lotus e nella sua musica c’è di tutto, dal blues al funk, da Frank Zappa al punk, fino all’elettronica. Suona il basso ed è dietro tutte le principali produzioni hip hop che oggi rappresentano la nuova scena che emerge dall’underground e vince i Grammy.

Pharrell Williams lo adora, Herbie Hancock pure, e il suo modo di interagire musicalmente ha reso il modern jazz e l’hip hop i nuovi riferimenti da cui trarre ispirazione per le generazioni future. Oggi il suo quarto disco esce per la Brainfeeder, una delle etichette più fiche di questo millennio nonché l’etichetta del nipotino di Alice Coltrane, Steven Allison aka Flying Lotus. Dentro ci sono 23 tracce di cui quattro featuring con Pharrel Williams, Michael McDonald e Kenny Loggins, Wiz Khalifa e Kendrick Lamar. C’è anche l’irrinunciabile e fedele presenza del suo amichetto Steven e il sassofono ormai onnipresente di Kamasi Washington. L’abbiamo intervistato per miracolo, perché è in tour in tutti gli Stati Uniti e in Europa e non ha nemmeno un day off fino a maggio.

Questo disco suona molto più complesso rispetto agli altri, non credi?
Non sapevo cosa aspettarmi da questo album, credo sia il risultato del lavoro fatto per To Pimp A Butterfly di Kendrick Lamar. L’aver lavorato a diverse cose contemporaneamente mi ha dato la possibilità di avere diverse prospettive. Il dover lavorare a più canzoni ti coinvolge, anche emotivamente per quanto riguarda i testi, e questo finisce per cambiare il tuo modo di suonare. Volevo che la mia mente si aprisse all’idea di cosa sarebbe potuto accadere con questo nuovo album, seguendo la scia dell’idea.

La seconda traccia di Drunk, Captain Stupido, mi ha fatto pensare a Frank Zappa. Sono totalmente fuori strada?
No, assolutamente, sono un grandissimo fan di Frank Zappa, è un pezzo fondamentale della storia della musica americana. Il mio modo di scrivere e suonare musica dipende molto dall’influenza che Zappa ha avuto su di me.

L’aver lavorato a diverse cose contemporaneamente mi ha dato la possibilità di avere diverse prospettive

Il FZ di quale periodo?
Sicuramente quello più jazz in cui George Duke entra nella sua band. Adoro sia quel periodo che Duke. Uno dei miei dischi preferiti è Filmore East 1971, dove Zappa si concede alla tecnica più virtuosa. Quel concerto per me è fondamentale.

In questo disco hai un modo di cantare diverso, sembri più attaccato alla battuta, più legato alle note e al ritmo.
Sì, è il risultato di quello che ho fatto e che sono stato in questi ultimi due anni: diverso ogni volta. E ho provato a esserlo il più possibile che ho potuto. C’è sicuramente più cantato su questo disco e la tecnica è più complessa. Quando assimili molte sonorità riesci a concederti più libertà nella forma.

Mentre il mondo musicale diventa più militante, tu pubblichi un disco dal titolo Drunk, anche se poi all’interno parli di social media e della nostra stupidità nell’utilizzare questi nuovi mezzi di comunicazione.
Quella parola è molto descrittiva, può definire sensazioni diverse in altrettanti contesti diversi. Il titolo rimanda a delle sensazioni, a come ti senti quando fai certe cose da ubriaco, a certi stati d’animo, al “down” della sbornia.

Il tuo sound ha quest’aurea misteriosa che viene rafforzata dai suoni ambientali molto presenti in questo disco.
Il modo in cui ho registrato quest’album è stato davvero poco convenzionale, mi piacciono i suoni ambientali naturali che rendono l’atmosfera più realistica.

Questo potrebbe essere connesso alla tua passione per il cinema?
Sì, assolutamente. Sinceramente, ora che hai citato il cinema, uno dei miei film preferiti è Cannibal Holocaust, che è stato tra i primi a usare la tecnica del “falso documentario” per rappresentare la società contemporanea e criticare i mass media. Per me è la migliore versione sadica del nostro presente ed è la visione che mi ha aiutato a creare l’atmosfera del disco.

Leggi anche