Custodire il fuoco dei King Crimson | Rolling Stone Italia
Tra disciplina e rischio

Custodire il fuoco dei King Crimson

Meet the Beat: intervista a Adrian Belew, Tony Levin e Steve Vai, che con Danny Carey dei Tool rifanno i pezzi anni ’80 della band di Fripp. «Questa musica non appartiene a una sola epoca, ecco perché ha senso portarla in giro»

Custodire il fuoco dei King Crimson

Da sinistra, Tony Levin, Steve Vai, Adrian Belew, Danny Carey

Foto: Alison Dyer/Hungry Promotion

Non è un’operazione nostalgia. Non c’è alcuna patina celebrativa, nessuna distanza museale. I brani vengono suonati come materia viva, instabile, aperta. Non è nemmeno un tributo, nel senso più prevedibile del termine. Quello che accade quando salgono sul palco i Beat è qualcosa di più sottile e, insieme, più radicale: la riattivazione di un codice. Un linguaggio che sembrava archiviato nella storia del rock come parentesi crimsoniana anni ’80 e che invece torna a pulsare, teso, nervoso, attuale.

All’inizio degli anni ’80 i King Crimson avevano già cambiato pelle più volte. Ma con la trilogia Discipline (1981), Beat (1982) e Three of a Perfect Pair (1984) hanno fatto qualcosa di diverso: hanno riscritto le regole del gioco, spiazzando anche i fan più conservatori del progressive della prima ora. Un lessico nuovo, fatto di geometrie chitarristiche, poliritmie ossessive e tecnologia usata come estensione organica del pensiero musicale. Minimalismo e new wave, rigore matematico e istinto, chitarre che si inseguono come algoritmi impazziti e ritmiche che sembrano progettate più che suonate. Un laboratorio sonoro che ha influenzato generazioni di musicisti, spesso senza che il grande pubblico se ne accorgesse davvero.

Oggi, a riprendere quella materia incandescente, sono due protagonisti di allora, Adrian Belew e Tony Levin, insieme a due fuoriclasse abituati a muoversi dove tecnica e visione coincidono: Steve Vai e Danny Carey, batterista dei Tool. Il risultato non è una replica filologica, ma una rilettura che tiene insieme rispetto e deviazione, memoria e rischio. Come scriveva Gustav Mahler, la tradizione non è l’adorazione delle ceneri, ma la custodia del fuoco. Questo è esattamente il punto: i Beat, che saranno in Italia per cinque date tra il 30 giugno e il 6 luglio (Gardone Riviera, Pompei, Bari, Perugia, Udine), non conservano, provano ad alimentare. Rimettono in circolo quella musica e, nel farlo, la espongono di nuovo al rischio, all’imprevisto, alla possibilità di cambiare e anche alle critiche.

Belew, voce e chitarra, è stato il detonatore creativo di quella mutazione crimsoniana: reduce dalle esperienze con Frank Zappa, David Bowie (Lodger, il doppio live Stage) e i Talking Heads (Remain in Light, The Name of This Band Is Talking Heads), ha portato nella band un immaginario sonoro radicale e pop insieme. Levin, tra i primissimi a esplorare lo Chapman Stick inventato da Emmett Chapman negli anni ’70, ha ridefinito il ruolo del basso. Oggi, accanto a loro, Steve Vai, l’uomo delle «impossible guitar parts» consacrate da Zappa, e Danny Carey, motore ritmico dei Tool. Il risultato è un atto di interpretazione viva: non una replica, ma una riscrittura. Un dialogo tra memoria e presente, tra disciplina e rischio. Come se quelle composizioni (da Frame by Frame a Thela Hun Ginjeet, da Heartbeat a Neurotica) fossero ancora materia incandescente.

Incontriamo tre dei quattro protagonisti in video call, in un clima che ha poco a che vedere con l’idea, spesso abusata, del «supergruppo». Niente distanze, nessuna tensione latente: Adrian Belew, Tony Levin e Steve Vai si muovono nella conversazione con una leggerezza quasi disarmante. Si interrompono, si completano, si prendono in giro. Ridono molto. E soprattutto si ascoltano. C’è un’intesa che non ha bisogno di essere spiegata, perché si manifesta nei dettagli: nei tempi perfetti delle battute, nel modo in cui ciascuno lascia spazio all’altro. Non si tratta solo di affiatamento professionale: è qualcosa di più raro, il piacere evidente di stare insieme, prima ancora che di suonare. Parlano di musica con la precisione di chi ne conosce ogni piega, ma senza mai appesantire il discorso. Anche i passaggi più tecnici scorrono naturali, attraversati da un’ironia sottile. Tony Levin è spesso il contrappunto perfetto, asciutto e puntuale; Steve Vai alterna riflessioni lucide a improvvise deviazioni umoristiche; Adrian Belew tiene il filo da «vecchio saggio» della corte di Re Cremisi.

È una conversazione che somiglia molto alla loro musica: strutturata ma aperta, precisa ma mai rigida. Alla fine restituisce un’immagine chiara: quella di tre musicisti che, pur portandosi dietro storie immense, riescono ancora a vivere tutto questo con un entusiasmo autentico. Senza pose, senza sovrastrutture, con il gusto semplice e raro di condividere il momento. Certe intuizioni non si chiudono mai davvero. Restano sospese, pronte a essere riattivate da chi ha il coraggio e la visione di riaprirle.

Cosa significa oggi confrontarsi con quella musica?
Steve Vai: Questa musica ha qualcosa di estremamente raffinato e quasi segreto. È complessa ma accessibile, compatta ma piena di gioia. Quando Adrian mi ha chiamato ho capito subito che era un’opportunità unica: da un lato è materiale impegnativo, dall’altro possiede una bellezza immediata. Sono con amici e musicisti incredibili, come Tony, che non è semplicemente un bassista: il suo modo di orchestrare le parti ha portato quei brani a un livello superiore. Un’altra cosa che mi ha colpito è il pubblico: una comunità molto appassionata, profondamente legata a questa musica. Durante il tour ho percepito una risposta diversa da qualsiasi altra esperienza vissuta in carriera.

Provenite da universi musicali diversi. Qual è stata la sfida più grande nel trovare un linguaggio comune? E cosa rappresenta oggi per voi quel periodo dei King Crimson?
Tony Levin: Avevamo un’idea iniziale, ma è stato solo durante le lunghe prove del 2024 che abbiamo capito davvero che tipo di band saremmo diventati. Poi il tour negli Stati Uniti e in Canada ha fatto il resto: dopo una decina di concerti siamo diventati una vera band. Questa musica è speciale, ma il nostro obiettivo è renderla nostra. Per me, più che tornare a quel repertorio, è importante suonarlo con loro, ogni sera.
Adrian Belew: Non ho mai visto le differenze come un problema. Siamo musicisti preparati e consapevoli. La cosa straordinaria è stata la naturalezza con cui ci siamo trovati: in pochi giorni eravamo già allineati. La risposta del pubblico è stata incredibile. Sapevo che c’era attesa, ma non immaginavo un entusiasmo così forte. Ora non vediamo l’ora di portare questa musica in Europa, soprattutto in Italia.

Foto: John R. Luini/Chime/Hungry Promotion

Com’è suonare questi brani senza Robert Fripp? E ci sono affinità tra lui e Frank Zappa con cui alcuni di voi ha collaborato?
Levin: Non è la prima volta che io e Adrian suoniamo questo repertorio senza Robert. Ovviamente lui è unico, ma questa musica è abbastanza forte da reggere interpretazioni diverse. Steve è perfetto perché non prova a imitarlo: porta se stesso.
Belew: Quando abbiamo iniziato a parlarne, ho detto subito a Steve e Danny: dobbiamo rispettare gli elementi essenziali, quelli che rendono questa musica ciò che è. Ma oltre a questo, li ho invitati a essere se stessi. Era importante per i fan e per me. Volevo sentire cosa avrebbero portato, e lo hanno fatto in modo bellissimo. Questa band ha una sua identità e aggiungo: non ho mai visto Tony Levin così felice, né suonare e cantare così bene. È una lezione per tutti.
Vai: Con Frank Zappa e Fripp c’è un punto in comune: l’importanza assoluta delle note. Con Frank spesso erano parti quasi impossibili per la chitarra: lui ragionando da compositore totale, scriveva al pianoforte cose che sulla chitarra non avevano senso. Con Robert invece le parti sono molto chitarristiche, ma suonarle con quella precisione è una sfida enorme. Cerco di rispettarle, ma inevitabilmente qualcosa cambia. Anche se esegui le sue parti, un orecchio allenato sentirà sempre un po’ di Steve Vai. Beat non è una band meccanica: c’è molta improvvisazione, e qui sono me stesso. Robert stesso mi ha detto: «Se venissi a vedere Beat, vorrei vedere Steve Vai essere Steve Vai». È stato un gesto molto bello.

Siete una band affiatata?
Belew: Sì, ed è una delle cose più belle di questo progetto. Quando tutti condividono lo stesso obiettivo, tutto funziona meglio.
Vai: Un tour è vita condivisa. Devi viverla con le persone giuste, e qui accade. Questa band è stata per me quasi una vacanza, anche se la musica è difficilissima da eseguire. E poi abbiamo tutti vissuto una vita nella musica: le storie da condividere non mancano mai. C’è sempre da ridere.

Suonate anche Red, fuori dalla trilogia. Perché questa scelta?
Belew: Rispondo io: ci siamo chiesti se includere qualcosa del passato. Avevamo in mente due brani, Larks’ Tongues e Red. Entrambi venivano eseguiti negli anni ’80 dal quartetto, quindi li consideravo parte del nostro repertorio, anche se nessuno di noi li aveva suonati nelle versioni originali né aveva partecipato alla loro creazione. Alla fine abbiamo scelto Red. Volevamo proporne solo uno ed è un pezzo straordinario. Amo il modo in cui lo eseguiamo: è molto potente. Spero che, quando Robert Fripp e Bill Bruford verranno a vederci durante questo tour – so che passeranno a salutarci – si divertano ad ascoltare il loro lavoro. Ogni sera li ringrazio per il contributo che hanno dato a questa musica.

BEAT (King Crimson) - Red • 2024-12-08 • Kings Theatre, Brooklyn, NY • 4K

È stato Robert Fripp a suggerirvi il nome Beat? E perché i brani di Discipline arrivano nella seconda parte del concerto?
Belew: Ancora una volta devo rispondere io, perché si tratta di esperienze vissute in prima persona. Quando la band è stata finalmente pronta, erano passati cinque anni di lavoro. A quel punto ho richiamato Robert. Lo avevo contattato all’inizio e, cinque anni dopo, gli ho detto: «Indovina? Alla fine sono riuscito a mettere insieme questa band». Credo sia rimasto sorpreso, in senso positivo, anche per la formazione: difficilmente si sarebbe potuto avere di meglio. Poi ha chiesto: «Come la chiamerete?». Gli ho risposto: «Non lo sappiamo ancora». Robert ha usato il termine Discipline per moltissime cose nella sua attività. Tony e io, invece, abbiamo utilizzato Three of a Perfect Pair come nome del nostro music camp per 14 anni. A quel punto ha detto: «Be’, perché non usate Beat?». L’idea mi è piaciuta molto, ripensandoci sembra quasi ovvia. Gli ho chiesto: «Se usiamo Beat, ci dai la tua benedizione?». E lui ha risposto: «Sarò in prima fila». Credo che lo sarà davvero, in qualche momento di questo tour europeo.

E la scaletta?
Belew: Nei King Crimson di solito me ne occupavo io, e ho fatto lo stesso qui. Ho pensato di inserire nella prima parte il materiale meno eseguito, meno familiare. Mi sembrava giusto dividere il concerto in due set con una pausa. All’inizio abbiamo quindi incluso brani da Three of a Perfect Pair, che erano stati suonati raramente: dopo quel disco abbiamo fatto un tour breve, quindi pezzi come Man with an Open Heart sono stati fatti poco. Nella seconda parte ho inserito quelli più noti, molti da Discipline, come Matte Kudasai e Indiscipline. Ho però infranto la mia stessa regola, aprendo lo show con due brani molto aggressivi: Neurotica e Neal and Jack and Me, entrambi da Beat.

Suonare in luoghi come l’anfiteatro romano degli scavi di Pompei (il 2 luglio, ndr), che fece da cornice nel 1971 al leggendario live dei Pink Floyd, ha per voi un valore simbolico?
Vai: C’è sicuramente una dimensione storica, ma quando sei sul palco conta soprattutto il presente. Gli anfiteatri italiani sono straordinari, unici al mondo.
Levin: Ho già suonato a Pompei con i King Crimson (insieme a Robert Fripp, Jakko Jakszyk, Mel Collins, Pat Mastelotto, Gavin Harrison, Jeremy Stacey e Bill Rieflin, ndr) nel 2018, durante il tour Uncertain Times. È un luogo speciale: si respira storia, cultura magia e, anche grazie ai Pink Floyd, è diventato un simbolo del rock. Amo fare fotografie quando sono in tour. In quell’occasione ho provato a far alzare il mio drone per scattare un’immagine dell’anfiteatro con la città sullo sfondo, ma il servizio di sicurezza non me lo ha permesso, giustamente a ripensarci. Non vedo l’ora di tornarci e senza drone (ride): è un posto speciale.

Il giorno dopo sarete anche a Bari per il Locus Festival. Il tema è ispirato a un aforisma di Miles Davis: «Suona ciò che non c’è». Cosa significa per voi oggi?
Belew: L’innovazione è sempre stata centrale in quello che faccio, soprattutto in termini di suono. Non si tratta solo di note. In questa band ci sono molti momenti in cui ogni musicista può improvvisare. Non necessariamente tutti insieme, ma individualmente. Ogni sera sento cose diverse, ed è giusto così. Devi rispettare le parti essenziali, ma oltre a questo c’è sempre spazio per spingersi oltre e cercare qualcosa di nuovo.
Vai: Per entrare in quella dimensione devi essere nell’ambiente giusto, con musicisti che condividono la stessa intenzione. Qui succede: siamo tutti alla ricerca, e questo crea un terreno molto fertile.
Levin: Non conoscevo questa citazione, ma è splendida. Mi fa pensare a Danny Carey: ogni sera suona cose che ci sorprendono. Per me è una scossa continua, devo essere pronto a tutto. È una gioia suonare con musicisti capaci di suonare anche ciò che non c’è.
Belew: Sarà il titolo del nostro prossimo disco… perché no.

Riuscite a creare qualcosa di nuovo ogni sera?
Levin: Dipende dagli spazi di improvvisazione. Alcuni brani sono più rigidi, altri più aperti. In questa band c’è un buon equilibrio. Gli assoli cambiano ogni sera e anche alcune parti, come quelle di basso.
Belew: C’è sempre un equilibrio tra parti scritte e libertà.
 (Rivolgendosi a Tony Levin) L’introduzione di Elephant Talk può essere qualsiasi cosa: te l’ho sentita fare in mille modi diversi.
Levin: È perché non mi ricordo come dovrei farla.
Belew: Esatto: ci sono spazi per cambiare, ma entro certi limiti. Era così anche negli anni ’80.
Vai: Ci sono pezzi che vanno eseguiti fedelmente, come Neal and Jack and Me. Altri permettono più libertà, come Red, dove cerchi di aumentare l’intensità.
Belew: Anche lì inseriamo piccole variazioni tra le note scritte. Ogni sera cambia, ed è bellissimo.
Vai: Alcuni pezzi richiedono precisione assoluta, altri permettono di volare.

BEAT (King Crimson) Live 2024 🡆 Neurotica 🡄 Sept 21 ⬘ Houston, Texas

Quanto è viva oggi l’eredità di quei dischi?
Vai: Sono senza tempo. Suonano freschi oggi quanto quarant’anni fa. Non appartengono a un’epoca precisa.
Belew: È per questo che aveva senso riportarli in vita. Quando qualcosa è troppo legato a un’epoca rischia di invecchiare, ma qui non è accaduto.

State pensando a nuova musica?
Levin: Non abbiamo avuto tempo. È difficile coordinarsi quando ognuno è impegnato in altri progetti.
Belew: Dopo il tour americano abbiamo pensato soprattutto a portare questa musica in giro per il mondo. È ancora il nostro obiettivo. Non c’è tempo per materiale nuovo, ma se avessimo qualche mese insieme sarebbe interessante vedere cosa succede.
Vai: Se scrivessimo qualcosa sarebbe Beat, non King Crimson. Sarebbe un esperimento interessante.
Belew: Ai tempi dei King Crimson servivano anni per sviluppare il materiale. Era un processo lungo, spesso testato dal vivo. Anche qui servirebbe tempo. E ci sarebbe inevitabilmente il confronto con i King Crimson.

I vostri progetti futuri?
Vai: Sto ultimando un album acustico e lavorando a un progetto orchestrale. Nel 2027 vorrei pubblicare un disco solista. Ho anche in programma un grande progetto all’Aia, che richiederà di comporre diverse ore di musica nuova. Dopo, probabilmente mi prenderò una pausa: sono in tour ininterrottamente da maggio 2022.
Levin: Quest’estate pubblicherò un libro fotografico, The Book of Beat, con immagini dei nostri tour. Sto anche lavorando alle mie memorie, che spero escano entro fine anno. Intanto, un’altra band in cui suono, gli Stick Men, ha un nuovo album in uscita.