Cranberries: «Non c’è ragione per continuare senza Dolores. Questo è il nostro finale»

In occasione della reissue di ‘Everybody Else Is Doing It, So Why Can’t We?’, Hogan ci ha raccontato i primi anni della band, lo shock della morte di Dolores O’Riordan e il nuovo album ‘In The End’

Nel marzo 1993, quando Everybody Else Is Doing It, So Why Can’t We? uscì nei negozi, i Cranberries erano «spacciati». O almeno così dice Noel Hogan, chitarrista e co-autore dei brani della band. «Il disco sparì senza lasciare traccia», dice. «All’epoca ci dicevamo: “È tutto, siamo finiti”. Suonavamo in club vuoti ed era piuttosto deprimente. Pensavamo che fosse solo una questione di tempo prima che arrivasse la chiamata da Island Record, sai quelle dove ti dicono “Grazie di tutto, ma è tempo di andare oltre”».

Una telefonata della label arrivò per davvero, ma non quella che si aspettavano. «Ci dissero che dovevamo interrompere il tour e precipitarci in America», racconta Hogan. A quanto pare le radio dei college avevano iniziato a mandare in rotazione uno dei singoli di Everybody Else, la ballad Linger, e il fenomeno cresceva a vista d’occhio. «Potevi buttarci a terra con un dito, eravamo paralizzati», dice. «Il giorno dopo siamo volati a Denver e abbiamo suonato il nostro primo concerto negli Stati Uniti. Aprivamo i The The. Quando siamo saliti sul palco abbiamo capito che tutti conoscevano le nostre canzoni. Quella notte è cambiato tutto».

Trascinato da Linger e da Dreams, Everybody Else finì per vendere più di 6 milioni di copie in tutto il mondo, un debutto impressionante per un gruppo di giovani di Limerick, in Irlanda – Noel, suo fratello Mike Hogan, Fergal Lawler e la co-autrice e cantante Dolores O’Riordan -, in poco tempo una delle band pop-rock più famose degli anni ’90. L’album successivo, No Need to Argue (1994), vendette 17 milioni di copie, e il singolo di lancio scritto da O’Riordan, Zombie, è una delle hit del decennio.

Lo scorso anno i Cranberries si sono riuniti per lavorare su una edizione deluxe dell’album che gli ha cambiato la vita. Ma all’improvviso sono stati colpiti da una tragedia. Il 15 gennaio 2018, Dolores O’Riordan, 46 anni, è stata ritrovata senza vita nella vasca da bagno della sua camera d’albergo a Londra. Le indagini hanno stabilito che si è trattato di un incidente: Dolores è affogata, aveva troppo alcool in corpo. Secondo Hogan, però, la cantante era in un buon momento della sua vita. «Quando ho sentito la notizia non riuscivo a crederci», dice. «Sapevo che non l’aveva fatto deliberatamente. E le indagini l’hanno confermato».

I mesi successivi alla morte di O’Riordan sono stati segnati dal lutto di tutto il mondo della musica, e ovviamente dei fan sparsi in tutto il mondo. Ma nessuno ha sofferto quanto i tre uomini che suonavano con lei da quasi 30 anni. «Ci è crollato il mondo addosso», dice Hogan.

Alla fine, i membri rimanenti dei Cranberries si sono riuniti per concludere i lavori sul 25esimo compleanno di Everybodye Else, che in questa nuova versione comprende b-sides, demo in studio, vecchi EP e registrazioni – compreso il materiale scritto quando si chiamavano Cranberry Saw Us -, e performance live. Non solo, la band ha anche concluso un album tutto nuovo, con canzoni scritte e registrate da O’Riordan prima della morte. Si intitolerà In The End, e sarà l’ultimo album della loro carriera. «I Cranberries siamo noi quattro, capisci?», dice Hogan. «Senza Dolores non vedo il senso di continuare, e gli altri sono d’accordo».

In The End uscirà all’inizio del prossimo anno, «ed è così che ce ne andremo», dice. Ma prima di chiudere la carriera dei Cranberries, Hogan ha raccontato a Rolling Stone come tutto è iniziato.

C’è qualcosa che vi ha sorpreso lavorando al materiale del vostro primo album?
Sai, credo che la sorpresa più bella sia stata l’album in se, non lo ascoltavo nella sua interezza da almeno 20 anni. E non voglio essere arrogante, ma non ricordavo suonasse così bene. Mi ha riportato indietro nel tempo, ci siamo seduti a fare il mastering un paio di mesi dopo quello che è successo a gennaio.

Ascoltando il disco è chiaro che il suono dei Cranberries fosse definito già nella prima fase della vostra carriera…
Sì. E sai, l’album ha 25 anni, ma ci sono canzoni ancora più anziane, magari scritte nei primissimi mesi di vita della band. Eravamo così giovani, e cercavamo sempre di dare il meglio di noi stessi. Suonavamo da giusto un paio d’anni, e non eravamo certo i migliori musicisti del mondo. Ma credo che questo ci abbia aiutato a creare il suono dei Cranberries. Se fossimo stati musicisti migliori l’album non sarebbe venuto così.

Che cosa ricordi dell’audizione di Dolores, nel 1990?
Mi ricordo tutto come se fosse successo ieri. Era domenica, e tutti sapete della storia del nostro vecchio cantante Niall. Quando lui se n’è andato ho iniziato a scrivere pezzi come Linger e Dreams, all’epoca erano solo strumentali. Li abbiamo suonati così per sei mesi, sperando un giorno di trovare la voce giusta. Poi un giorno ho incontrato Niall e mi ha detto: “La mia ragazza conosce una ragazza in cerca di una band”. È lui ad averci presentato Dolores quella domenica. Era davvero timida, parlava sottovoce. Non la stessa Dolores che conoscete tutti. Credo che stare lì con noi altri la intimidisse molto, ma poi ci ha cantato due delle sue canzoni e un pezzo di Sinéad O’Connor, Troy. Pensavo fosse assurdo che quella ragazza non avesse una band. Appena apriva la bocca per cantare ti faceva cadere la mascella. Prima che andasse via le ho lasciato la cassetta con lo strumentale di Linger e le ho chiesto: “Ti va di lavorarci?”. Un paio di giorni dopo aveva scritto la canzone in una forma più o meno identica a quella che sentite adesso nell’album.

Com’era scrivere musica insieme a lei?
Fantastico. Credo che all’epoca non me ne rendessi nemmeno conto. Eravamo ragazzini, avevamo solo 17 anni e la stessa passione. Musicalmente Dolores mi era infinitamente superiore, cantava e suonava il piano da praticamente tutta la vita. Aveva fatto tutte le cose che un vero musicista dovrebbe fare. Io invece avevo solo ascoltato tanti dischi, soprattutto band alternative inglesi. Suonavo la chitarra da un paio d’anni, e fu lei a dirmi che le piaceva la semplicità del mio modo di suonare – diceva che le lasciava spazio per cantare. Era sempre eccitante scambiarsi cassette e aspettare che l’altro tornasse con qualche nuova idea. Quella è sempre stata la mia parte preferita, ascoltare le cassette con le sue canzoni.

Dolores era il volto e la voce della band. È stato difficile per lei gestire tutto quel successo così giovane?
Credo che la cosa più difficile sia stata il ritorno in Irlanda. L’Irlanda è un piccolo paese, non ha tante music celebrities, soprattutto in quegli anni. E noi eravamo davvero giovani. Ricordo che per Dolores era difficile persino tornare a casa, la gente la fermava di continuo. Per noi altri era diverso, riuscivamo a stare con gli amici di sempre, e in un certo senso eravamo protetti. Dolores era cresciuta in campagna, e la maggior parte dei suoi amici erano di quelle parti (Ballybricken, nella zona di Limerick). Per lei era più facile stare a New York, dove poi sparire nella folla.

Negli ultimi anni Dolores aveva raccontato pubblicamente dei suoi problemi personali. Credi che dopo la sua morte quelle storie siano state esagerate dai media, magari per spiegare quello che era successo?
Sì, sono state sicuramente esagerate. E guarda, è parte del gioco. Abbiamo imparato molto in fretta che quando fai questo lavoro ti metti in gioco completamente. È per questo che Dolores decise di raccontarsi pubblicamente. Diceva “Io non ho niente da nascondere, non ho fatto niente di male”. E in realtà tutti le dicevano la stessa cosa: “Brava, non è facile riuscire a parlarne”. L’aspetto più terribile di questa storia, però, è che negli ultimi anni Dolores stava sempre meglio. L’estate scorsa abbiamo iniziato a scrivere il prossimo album dei Cranberries – l’ultimo – che abbiamo chiuso poche settimane fa. Parlavamo continuamente, sia al telefono che via mail, l’ho sentita anche li giorno in cui è morta. Per questo quando ho sentito la notizia non riuscivo a crederci.

Cosa puoi dirci del nuovo album?
È un disco molto forte. Soprattutto i testi – è commovente. Dolores mi diceva sempre: “Nella mia vita stanno succedendo un sacco di cose, e ho molto da dire”. Era a New York in quel periodo, mentre io sono andato in Francia a scrivere le mie cose. A dicembre l’album era già finito. Avevamo già capito quali erano le canzoni migliori, e quelle che avevano bisogno di qualche ritocco. E pensa, il giorno prima della sua morte mi aveva mandato una mail che diceva: “Non so se ti avevo già mandato questa canzone, ma ascoltala e ne parleremo domani”. Poi è morta, ed è crollato tutto. Ci è voluto un po’ prima che riuscissi a lavorare di nuovo all’album, e quando ci sono riuscito ho mandato tutto agli altri ragazzi della band. Loro erano davvero, davvero entusiasti all’idea di suonare questo disco. Allo stesso tempo, però, non volevamo distruggere l’eredità di questa band con un disco messo insieme con la colla.

Avete già scelto il titolo?
C’è una canzone che si chiama In The End, è l’ultimo pezzo in scaletta e in qualche modo riassume tutta la storia della band. Perché sì, questa è sicuramente la fine dei Cranberries. È così che l’abbiamo chiamato, In the End.

La band si scioglierà subito dopo l’uscita?
Sì. Nessuno di noi vuole fare altro, e siamo felici di poter dare ai nostri fan un ultimo album. E sai, abbiamo avuto una carriera fantastica, abbiamo scritto belle canzoni e bei dischi. Ho tanti ricordi meravigliosi, abbiamo vissuto esperienze che ci hanno cambiato per sempre. Le nostre vite non sarebbero state le stesse senza questa band. Ma i Cranberries sono quattro. Non c’è ragione per continuare senza Dolores. Questo è il nostro finale.