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Craig David is back

Il cantante R&B inglese è tornato a 15 anni fa con il suo ultimo album, "Following My Intuition". Leggi l'intervista
Crediti: Rio Romaine

Crediti: Rio Romaine

Quella di Craig David è una storia comunissima nel pop. Il primo album, Born To Do It, esce nel 2000, quando Craig è soltanto un diciannovenne di Southampton come migliaia di altri, e in poco tempo raggiunge livelli di attenzione allucinanti. Figlio di un afro-grenadino e di una ebrea ortodossa, Craig si distingue dalla scena mainstream dell’R&B perché aggiunge alle sue canzoni una componente dance e i ritmi sincopatissimi dello UK garage, genere fino ad allora rintanato nei club e nelle autoradio. La formula funziona benissimo, troppo bene. Tanto che dopo tour mondiali e dischi sei volte platino l’attenzione che lo aveva portato alle stelle comincia a scemare, album dopo album.

Stanco e forse un po’ disgustato dal posto che gli aveva dato e tolto tutto, Craig finisce a Miami, dove diventa una specie di guru della vita notturna organizzando feste titaniche nella sua casa. Sembra che ormai i tempi d’oro di Rewind o Walking Away non debbano tornare mai più. Poi, succede qualcosa. Justin Bieber, Frank Ocean, The Weekend: l’R&B riprende piede fino a tornare in cima alle classifiche (parallelamente al garage nella dance), spianando a Craig la strada per un ritorno alle origini. Il 30 settembre è uscito Following My Intuition, per la gioia dei fan della barbetta rifinita al laser nel video di Seven Days.

Ho sentito che sei tornato a vivere a Londra.
Sì, sono tornato qui da più di un anno. Di nuovo a Londra, man! A godere dell’atmosfera e scrivere nuova musica.

Non ti è mancata un po’ la city quando eri via?
Troppo. Qui c’è una biodiversità musicale che fa spavento e solo quando sei lontano te ne accorgi. Tornare qui è stata la cosa migliore che potessi fare per il nuovo album, si sente nitidamente l’influenza del ritorno a Londra. Ormai è un anno e mezzo che sono andato via da Miami.

Hai smesso di scrivere musica quando eri a Miami?
No, ho sempre continuato. Però la maggior parte delle energie erano occupate dai TS5, degli house party che ho iniziato a organizzare a casa mia tre anni fa. Semplici feste in casa con una decina di amici che tre anni più tardi ho portato davanti a 20 mila persone quest’anno al Glastonbury. È sconvolgente: se hai un’idea e la porti avanti con passione, le cose potrebbero cominciare ad andare per il verso giusto prima o poi. L’importante è fare una scelta. Io ho scelto di tornare in Inghilterra e ora ho fra le mani un nuovo album, Following My Intuition.

Hai sempre seguito il tuo intuito?
Nel bene o nel male, sì. Se poi ripenso al passato mi viene da ridere. Quando avevo 17 anni e stavo scrivendo il mio primo album ricordo che gli amici mi chiamavano ogni cinque minuti dicendomi: “Oh, andiamo a questo party, andiamo in quel club!” Ma io sfigatissimo rifiutavo, continuando a scrivere quelle che sarebbero diventate Rewind, Fill Me In, 7 Days. Sul momento mi mangiavo le mani per perdermi tutti quei party, ma col senno di poi ho fatto bene a fidarmi dell’intuito. E soprattutto ho smesso con la paura di perdere tutto di colpo. Se deve succedere, succede, ma è più probabile che succeda se stai lì a piangerti addosso.

E poi, dai, sono impazziti tutti da quando sei tornato al sound originale, allo UK garage del primo album.
Chiaro. Quando ho fatto uscire il primo singolo, When The Bassline Drops, le reazioni dei fan sono state due. C’è chi, soprattutto le nuove generazioni, con quel singolo ha scoperto la mia musica, e quindi poi è andato ad ascoltarsi tutti i vecchi dischi; tutti quelli che invece sono cresciuti ascoltando i miei primi dischi sono tornati ventenni per un attimo. È vero, sono tornato allo UK garage, ma nell’album trovi soprattutto R&B anche se i primi singoli a uscire sono sempre più ritmati. Avevo fatto lo stesso nel 2001 con Fill Me In e Rewind. Ma il cuore del disco, come tutti gli altri, rimane l’R&B.

Così facendo oltretutto hai influenzato intere generazioni di artisti pop. Quest’estate Jack Garratt mi parlava proprio di te come idolo d’infanzia.
Non posso che rispondere al complimento parlando bene di lui. Tornare in UK mi ha permesso anche di conoscere tantissimi nuovi talenti come quello di Jack Garratt. Lui oltre ad avere una dote compositiva allucinante è anche umile. Può suonare mille strumenti, cosa che invidio molto. Quando l’ho sentito fare la cover di 7 Days a BBC Radio, ho subito restituito l’omaggio facendo la sua Breathe Life in versione drum and bass per Beats by Dr. Dre. È davvero figo fare parte di questa nuova generazione di artisti R&B. Tanti ragazzi di fianco ai loro idoli con cui sono cresciuti.

Che impressione hai avuto dell’Inghilterra al tuo ritorno?
Prima di tutto mi sono sentito a casa: ho famiglia e amici qui. Poi mi sono stupito di quanto i generi musicali siano flessibili qui. Posso fare contemporaneamente hip hp, R&B, garage, drum and bass o house mantenendo pur sempre un’identità artistica concreta. La direzione generale è quella della dance, ma si sta ripetendo quel ciclo di 15 anni fa per cui si può unire tranquillamente una parte garage a una più lenta. Sto collaborando tantissimo con giovani produttori. La mentalità qui è molto più aperta che altrove e c’è molta libertà nella musica.

Certo, ma non credi che stiano chiudendo un po’ troppi locali storici per colpa di una politica fin troppo repressiva delle istituzioni?
Una cosa che ho imparato in tutti questi anni è che tutto cambia, è inevitabile. Il problema è che il Regno Unito ha un problema gigantesco con le droghe, un problema ben più grande delle droghe nelle discoteche. Questa cosa genera rabbia, che purtroppo ha trovato il suo capro espiatorio nei club, nelle feste notturne. Da amante dei club sono deluso, perché così facendo si preclude a tantissimi ragazzi la possibilità di conoscere nuovi artisti, nuovi DJ, nuovi amici. Chiudere le discoteche storiche è una mossa isolata e inutile per combattere il problema dell’abuso di droghe.

Esatto! Non è la soluzione.
La gente troverà comunque altri modi per uscire la notte e magari drogarsi. È un peccato che debbano chiudere il Fabric per colpa di un paio di ragazzini sotto acidi. Lì dentro ci ho fatto i concerti più belli della mia vita. Vai sul mio Instagram, è pieno di video bellissimi girati là dentro.

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