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Courtney Barnett sugli incendi in Australia: «La gente è infuriata»

La cantautrice di Melbourne ha raccolto decine di migliaia di dollari in beneficenza. «Di fronte al cambiamento climatico ci si è girati dall’altra parte»

Courtney Barnett al Summerfest Music Festival di Milwaukee, il 4 luglio 2019

Foto: RMV/Shutterstock

Negli ultimi mesi il mondo ha assistito con orrore agli incendi che hanno devastato l’Australia e causato 24 vittime e la fuga di migliaia di famiglie dalle loro abitazioni. La crisi riguarda da vicino la cantautrice Courtney Barnett, che vive a Melbourne, non lontano da alcune delle zone colpite.

Barnett ha contribuito a organizzare un paio di spettacoli di beneficenza con il gruppo di Melbourne  dei Camp Cope. Gli show hanno raccolto quasi 60 mila euro a favore delle popolazioni indigene, di gruppi che si occupano del salvataggio degli animali e di altre organizzazioni benefiche. Barnett e i Camp Cope hanno anche messo all’asta una Fender Jaguar autografata. «Abbiamo fatto il tutto esaurito in due ore», racconta la cantautrice. «È stato incredibile vedere tutte quelle persone. La gente è generosa».

Al telefono dalla città australiana di Castlemaine, Barnett parla con Rolling Stone delle raccolte di fondi, della rabbia nei confronti del primo ministro Scott Morrison, della storia coloniale del Paese e di altro ancora.

In questo momento l’Australia è sotto i riflettori. Che cosa prova la gente laggiù?
È triste e incazzata e impaurita e scoraggiata. Cerca un modo per uscirne. La disperazione unisce le persone. La disperazione e la mancanza di aiuto e guida da parte del governo. Le comunità si sono unite per provocare un cambiamento, per protestare, per dare una mano.

Che cosa si rimprovera al governo?
Gli incendi boschivi non sono una novità, non è questo che fa infuriare la gente. È il fatto che di fronte al cambiamento climatico ci si è girati dall’altra parte. Ha a che fare anche con la lotta di classe. Il governo non aiuta i pompieri volontari. Gli hanno tolto i fondi. Per non dire del fatto che il nostro Paese, l’Australia bianca intendo, ha sottratto la terra agli indigeni e negli ultimi 200 anni l’ha rovinata. Al governo e ai nostri leader questo non sembra interessare granché.

Fino a che punto il disastro t’ha colpita o ha colpito le persone che conosci?
Il posto dove sono, a Melbourne, è relativamente sicuro. In certi giorni il vento ha portato fin qui il fumo degli incendi. Amici mi hanno raccontato le loro storie. Conosco gente che ha perso la casa. Le foto e i video sono spaventosi. E poi gli animali: è probabile che intere specie si siano estinte. È triste. Ecco da dove viene la rabbia. C’erano così tante cose che si sarebbero potute fare preventivamente e pure in fretta, ma non sono state fatte. E la risposta all’emergenza non ha migliorato la situazione.

Com’è nata l’idea dei concerti di beneficenza?
Mi messaggiavo con la mia amica Thomo che suona nei Camp Cope. “Come stai?”. E io: “Sono arrabbiata e depressa. Non so che fare”. E lei: “Io pure”. Così è nata l’idea di fare un concerto. Tempo un’ora e ha scritto una e-mail al Corner Hotel chiedendo se ci potevano aiutare. Il poster l’ho fatto io, con Photoshop. Ventiquattro ore dopo, avevamo organizzato il primo show, che era già sold out, e ne abbiamo messo in piedi un altro. Che sollievo vedere tanta gente unirsi e dare il meglio di sé.

Come sono andati i concerti?
Il Corner Hotel è uno dei locali di punta di Melbourne, una sala da 800 persone. È lì che sognavo di suonare quando mi sono trasferita in città. C’era quest’atmosfera strana, un mix di disperazione e voglia di fare. È il bello della musica, dà modo alla gente di condividere quel che prova e di indirizzare tutta quell’energia verso uno scopo. Non migliora direttamente le cose, però offre un sollievo temporaneo e spinge a lavorare più duramente, incita alla lotta. Avevo questa grande idea di far cantare a tutti quanti People Have the Power di Patti Smith, ma non ce n’è stato il tempo. Il messaggio, però, è quello.

Nel poster del concerto scrivi esplicitamente che il luogo del concerto apparteneva un tempo agli indigeni Wurundjeri.
È un fatto importante. Possiamo parlare a lungo di questa crisi e delle sue future ripercussioni, ma non dobbiamo scordarci che stiamo parlando di terre sottratte a loro. Terre che stiamo lentamente distruggendo. E non prestiamo nemmeno ascolto a quella gente che, di questa terra, ne sa più di noi. Non dobbiamo smettere di parlarne. Dobbiamo parlare di come risolvere il problema, ma sul serio, non piazzandoci sopra un cerotto.

Stai per iniziare un tour americano. Altri progetti?
Difficile dirlo. Non vedo l’ora d’iniziare il tour, ma mi sento strana. Questa crisi mi ha fatto riflettere sulle mie priorità. Nel 2020 ci saranno nuovi progetti, ho tante collaborazioni in ballo, scriverò nuove cose. Devi vivere, devi fare esperienze, e poi scriverne. Non basta chiudersi in una stanza e fare un album per il gusto di farlo, e poi portarlo in tour. No, devi imparare e crescere e sviluppare idee e raccogliere storie da condividere. Così mi piace fare. Non voglio fare musica fine a se stessa. Voglio condividere qualcosa di utile.

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