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Cosmo e le musiche per Luca Guadagnino: «È il momento di essere audaci»

Il musicista racconta il dietro le quinte della colonna sonora del corto 'Fiori Fiori Fiori!' e spiega che cosa fare per evitare che TikTok distrugga definitivamente la forma canzone

Cosmo

Foto: Kimberley Ross

«La musica come puro vettore di emozioni». È così che Cosmo, alla prima collaborazione con il regista Luca Guadagnino, descrive il suo lavoro per la composizione della colonna sonora di Fiori Fiori Fiori!, cortometraggio fuori concorso nell’ultima edizione della Mostra del Cinema di Venezia.

Ambientato subito dopo il lockdown, tra Milano e Palermo, Fiori Fiori Fiori! è un viaggio alla riscoperta delle radici e del proprio posto nel mondo, in cui Cosmo costruisce una realtà sonora indefinita e un senso di smarrimento che si risolve «in un stato malinconico-ottimista».

Come nasce la musica del corto? Hai potuto lavorare direttamente sul montato?
L’impostazione del lavoro è venuta fuori da una chiacchierata in cui Luca mi ha illustrato il progetto e il risultato che voleva ottenere. C’era poco tempo per la realizzazione e questo paradossalmente mi ha aiutato. Sto impiegando quasi tre anni a fare un nuovo disco, quindi se qualcuno mi chiede di fare una cosa in breve tempo riesco a lavorare più facilmente. Luca mi ha mandato un primo premontato e ho iniziato a lavorare su quello, sperimentavo con diversi mood in maniera istintiva. Successivamente ho ricevuto dei montati sempre più vicini alla versione definitiva e ho deciso dove era fondamentale inserire i commenti sonori. Luca mi ha dato totale carta bianca, voleva che inserissi la musica dove la vedevo più coerente con la narrazione e si è fidato della mia visione.

Quindi hai potuto lavorare liberamente anche sul montaggio sonoro?
Esatto. Nella scena in cui si sente solo il rumore della api, tutto montato rapidamente in stile cut-up, ho deciso di lasciare suoni principalmente ambientali per non alterare la veridicità del momento. È successo anche nella scena in cui Luca si avvicina alla casa in cui è nato, si emoziona e dice: «questo è l’odore della mia infanzia». Se avessi messo la musica sarebbe diventato troppo patetico, non mi andava di rimarcare l’emotività del momento. Quindi in alcuni casi ho preferito lavorare in sottrazione, volevo che le musiche entrassero dando un senso “strano” al racconto, un’atmosfera sospesa che secondo me si addiceva al contenuto del corto, cioè un momento storico che ha sconvolto il mondo. Luca ha deciso di raccontare il periodo del lockdown facendo un viaggio a ritroso nella sua terra di origine, quindi la musica doveva evocare una sensazione di indefinito, di smarrimento. Un’atmosfera emotiva rarefatta che si risolve in uno stato malinconico-ottimista.

Oltre a raccontare un’evasione dal periodo di lockdown, Fiori Fiori Fiori! rappresenta anche un viaggio a ritroso verso i luoghi fondamentali per la formazione del regista. Come hai restituito la sua nostalgia?
Attraverso accordi e suoni che sembrano provenire da trasmissioni datate. Ho lavorato anche sulle frequenze, su cui mi baso quando penso a una composizione. Ho tagliato un po’ le alte per richiamare un passato più o meno recente, creando sonorità vintage e meno cristalline, come se fosse una registrazione vecchia o semplicemente deteriorata, come una foto sbiadita o un vecchio filmato su pellicola. Io faccio tutti questi collegamenti qui (ride). A te ha fatto pensare a quel mondo li?

Sì, guardando il corto ho notato una netta coerenza tra la musica e la storia che si voleva raccontare. Non mette solo in risalto un viaggio durante il lockdown, ma ripercorrere la formazione giovanile del regista.
Sono molto contento della sinergia che si è venuta a creare tra le due cose, anche a Luca è piaciuta subito. Ci siamo conosciuti solamente durante il lockdown, ma è scattata fin da subito una bellissima intesa umana e intellettuale, una fiducia reciproca. Lui mi piace molto per la semplicità e i modi di fare. È sincero, appassionato e spero di lavorarci ancora in futuro e credo che lo faremo. È da tanto che volevo lavorare nel cinema, per me è importante poter raccontare delle cose solo a livello strumentale, fare in modo che la musica diventi un puro vettore di emozioni e riflessioni senza doverci per forza cantare sopra. 

La musica è da sempre un elemento chiave dalla cifra stilistica di Guadagnino. Unisce classico e pop, coinvolge musicisti coerentemente attuali come Sufjan Stevens, Thom Yorke, Blood Orange. Com’è stato lavorare con un regista che ha un occhio così attento alle nuove sonorità e considera la musica parte fondamentale della sua produzione?
Pur avendo lui lavorato con artisti di livello internazionale, si è trovato bene anche con me, la vedo come un’apertura a qualcosa di nuovo. È fondamentale creare un collegamento tra musica e altri ambienti artistici. Parlo di una collaborazione profonda, che abbia una reale sostanza. Se compongo solo una canzone per il trailer di un film, che per carità è bello, rimane una collaborazione sterile. Fare una colonna sonora apre tutt’altro tipo di interazione tra regista e musicista. Ad esempio mi capita di ascoltare spesso le colonne sonore di Piero Umiliani, una musica evocativa che ha segnato un’epoca.

È il momento di essere audaci. In questo momento storico, l’unica cosa che potrà vincere sarà l’audacia, è come se i chakra delle persone si fossero aperti: bisogna ficcarci dentro tutta la mano. Le persone sono ricettive a cambiamenti, a novità, a qualcosa che gli racconti questo tempo così diverso dal passato e non che gli dica “è tutto come prima, tranquillo”. Gran parte della popolazione è ancora sensibile solo al classico, allo standard, però secondo me molte persone hanno vissuto oltre a uno shock anche uno strano estraniamento che li ha resi ricettivi.

Foto: Andreas Rentz/Getty Images

Da tempo molti registi hanno abbandonato l’idea di colonna sonora classica preferendo compilation in stile playlist. Ti piace questa impostazione?
No, secondo me la composizione di una colonna sonora è un lavoro nobile e soprattutto è un campo dove si può sperimentare molto. Se ad esempio ascolti le colonne sonore degli anni ’60 e ’70 trovi sperimentazione, è musica che osa. Vengo da una famiglia dove sia mio fratello che mio padre – mio padre in particolare – sono appassionati di colonne sonore, che siano canzoni o musica composta, loro sono tipo post concettuali (ride). Ricordo che a casa avevamo il vinile della colonna sonora di Platoon di Oliver Stone dove il lato A era colonna sonora e il lato B canzoni degli anni ’60, visto che il film è ambientato durante la guerra in Vietnam. Spesso ci ritrovavamo ad ascoltarlo insieme.

Si realizzano colonne sonore sotto forma di playlist per motivo oppurtunistico-economici, credo. Il futuro non è compilare la lista della spesa, la musica deve fregarsene del medium. Ormai anche le scelte di lancio di un disco sono ancorate a questi meccanismi, per carità anche io l’ho fatto, il problema nasce quando si cerca solamente di rispettare gli algoritmi di Spotify, in modo che il sistema riconosca il tuo genere e ti suggerisca agli utenti giusti. Si lavora sul tempo, sulla durata, sulla struttura per matchare con l’intelligenza dell’algoritmo. Ci sono un sacco di ragionamenti del genere dietro a tanta musica di oggi. Il problema è che si preoccupano solamente di questo, di come verrà diffuso il loro brano. Forse si inizierà a comporre musica solamente per TikTok, pezzi che durino al massimo 60 secondi. Arriverà un giorno dove si dirà che la forma canzone è finita perché i ragazzi ascoltano solo musica che dura 60 secondi: non è quello il futuro, è una distopia che bisogna combattere. Bisogna fare musica a prescindere da dove andrà e fregarsene di questi schemi.

Quindi credi che la musica per il cinema possa essere il settore dove ci sarà più sperimentazione?
Esattamente, secondo me sulle colonne sonore si può sperimentare sempre di più. Parliamo del cinema italiano, dove forse solo Guadagnino, Sorrentino e Garrone hanno il coraggio di portare qualcosa di diverso. E infatti sono internazionali, conoscono la musica e sono aperti a tutto. Il problema è che molti registi in Italia sono ancorati alla realizzazione di un brano che spinga il film anche dopo l’uscita. Ma quella non è una colonna sonora. La sperimentazione dovrebbe partire principalmente dai registi, il panorama italiano è ricco di compositori che potrebbero raggiungere e anche superare quello che si fa già da un po’ oltreoceano. Purtroppo questo mondo viene totalmente ignorato. 

Non escludi che in futuro potrai collaborare con altri registi?
Non lo escludo affatto. Molti pensano che io sia un cantante, ma in realtà mi sento prima di tutto un produttore. Negli ultimi anni sto facendo una ricerca molto profonda nell’ambito del clubbing per i miei dj set e le mie sperimentazioni. Continuare a lavorare nel cinema sarebbe una parte fondamentale della mia espressione artistica, non secondaria, perché ci credo tanto in questa cosa.

Pensi che aver lavorato a un progetto audiovisivo possa aver modificato e arricchito il tuo approccio compositivo?
Più che altro mi è servito per sfogare un’esigenza che avevo. È stato molto bello poter lavorare a questa colonna sonora, mi ha emozionato poter modellare le immagini arricchendole con la mia visione delle cose. Vivo ascoltando costantemente musica e pensando musica. Condiziona i pensieri e li segue. Io ho questa fissa da tanti anni, scaturita da un periodo della mia vita in cui non sono stato molto bene. Ho riflettuto sul fatto che quando sei in una situazione di sofferenza il dolore che ti circonda è insostenibile, eppure quando la leggi in un romanzo o la vedi attraverso le immagini di un film quella stessa situazione ti ammalia, la trovi bella. Così mi sono chiesto qual è la forza dietro tutto questo e ho capito che è un prolungamento della nostra vita. È proprio questo che voglio rappresentare con la mia musica.

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