Cosmo: «C’è una guerra culturale in corso, e non possiamo tirarci indietro» | Rolling Stone Italia
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Cosmo: «C’è una guerra culturale in corso, e non possiamo tirarci indietro»

Il tour, il nuovo singolo 'La verità', la politica, il decreto anti-rave, la depenalizzazione delle droghe, il bisogno di agire e i progetti futuri: abbiamo parlato con Marco di questi tempi pazzi e vuoti, ma «il deserto per natura è meno saturo, quindi c’è spazio per fare qualcosa»

Cosmo

Foto: Riccardo Giori

“La verità è che stiamo bene e che ci piace stare insieme, così”: il ritornello dell’ultimo singolo di Cosmo in uscita oggi, 11 novembre, ti entra in testa e non ti molla più, così come non t’aveva mollato più quando veniva improvvisato dal vivo durante le date del tour primaverile ed estivo. La verità è in un certo senso la chiusura del cerchio degli show che Marco ha ideato nell’ultimo anno, che si erano aperti con la tre giorni bolognese de La Prima Festa dell’Amore e si sono conclusi con le date in Europa e a Miami.

L’abbiamo incontrato per tirare le somme di mesi sicuramente intensi, al termine dei quali sono arrivate le elezioni, il decreto anti-rave, un intervento diventato virale a Che c’è di nuovo su Rai 2. E la chiacchierata s’è trasformata in un’analisi disincantata dei tempi che stiamo vivendo, in cui «occorre gramscianamente occupare il dibattito pubblico, ribadire opposizione e mettersi in gioco».

Come stai?
Sono giorni positivi, sto finalmente un po’ a casa e la cosa non mi dispiace.

È una cosa che ci tenevo a dirti: la data conclusiva de La Prima Festa dell’Amore a Bologna è stata anche la prima volta in cui ho pensato «forse ne stiamo uscendo» e in cui sono stata genuinamente felice.
Era stato abbastanza puntuale: soltanto 15 giorni prima era stato tolto lo stato d’emergenza, era la congiuntura giusta. Quei giorni sono stati particolarmente belli: per quanto il tour estivo sia stato davvero figo, l’apice l’abbiamo toccato a Bologna, soprattutto l’ultimo giorno. Lo sapevo anche in quel momento: ho proprio pensato «cazzo, bello così, difficile lo sarà ancora allo stesso modo», nel senso che era davvero un allineamento di cose perfetto: la line-up, gli amici, il fatto che fosse arrivata lì anche la mia famiglia… il giorno di Pasquetta me lo sono vissuto strabene, ho ballato in mezzo alla gente, è stato davvero uno dei momenti più belli della mia vita.

Pure per me, manco mi sembrava di essere a un concerto: era una festa.
Volevo mantenere un basso profilo, anche l’esperienza del furgone fuori dal tendone creava un’atmosfera più informale: volevo fosse un rapporto il più possibile orizzontale e non verticale, non volevo andar lì a fare la star di niente. Desideravo ci fosse condivisione, stare tra le persone che partecipavano: anche con Ivreatronic organizziamo le feste per far festa noi; io stesso organizzo feste per fare festa. Non lo faccio perché è lavoro, il mio dovere o cosa simili.

Insomma, per quanto mi riguarda è un ricordo che conserverò per sempre
Anche io.

Come sono andate le date all’estero?
C’è stata una bella risposta in particolar modo in Europa: Londra, Barcellona e Madrid; Miami ovviamente, essendo una piazza più nuova, non è stata all’altezza delle altre date. Il pubblico spagnolo – che poi, a Barcellona c’erano tanti italiani, a Madrid meno – è stato davvero caloroso: i concerti finivano con cori da stadio che duravano per 15, 20 minuti. È bello quando vedi che ci sono dei local che, pur non conoscendo tutte le canzoni, capiscono le parole, seguendo con trasporto la musica e il set.

Parliamo del tuo intervento a Che c’è di nuovo: t’aspettavi sarebbe diventato così virale?
Immaginavo avrebbe avuto una certa risonanza, ma sinceramente non pensavo così tanta. Ho avuto feedback anche da ragazzi di crew che hanno sound stystem, un mondo in cui io posso essere visto come un alieno: mi hanno mandato diversi ringraziamenti, si sono sentiti capiti e rispettati. Ci sono state pure mamme che l’hanno fatto vedere ai figli a scopo educativo, così come tante altre persone che mai mi sarei aspettato che hanno apprezzato il discorso. Gli hater invece continuavano a insistere sul fatto dell’illegalità dei rave e sull’occupazione del terreno, il che m’ha portato a riflettere su alcuni aspetti. Il primo, da che pulpito arriva la critica all’illegalità in Italia: siamo un Paese che con la legalità ha sempre avuto un rapporto molto flessibile, è nel nostro DNA – sebbene questo possa suonare come un discorso qualunquista. Ciò di cui sono molto più convinto è che la legalità e la proprietà vengano messe in cima a qualsiasi gerarchia di valori per valutare la questione. La prima cosa che ti discrimina è illegale, punto. Le persone però si dimenticano che legale e illegale sono concetti storici, contingenti e relativi: sono sempre frutto di una negoziazione, di un adeguamento, a volte di un abuso. La pretesa di avere il controllo sul corpo altrui fa acqua da tutte le parti: c’è un giudizio morale e discriminatorio nei confronti di chi usa il proprio corpo in un certo modo, e questo è il problema principale. Senza contare il discorso sulla violazione di proprietà: in questo caso non è la proprietà in cui qualcun altro vive, ha la sua dignità, le sue cose, a venire deturpata. Si tratta quasi sempre di edifici in stato di abbandono, di ecomostri: vedo molta rigidità nel valutare la cosa e poca intelligenza, però – detto ciò – ogni volta che vengo insultato e sento questo livore un po’ godo, perché mi capisco quanto io al contrario sono in grado di ragionare e di argomentare.

Mi sembra che comunque l’aspetto su cui si sta facendo più leva in assoluto sia la paura.
La paura è il dispositivo principale che stanno usando per tutto.

In un certo senso, la sciatteria e il lassismo della sinistra italiana hanno portato a questo.
Negli ultimi anni, a livello di classe politica, hanno studiato più a destra che a sinistra. A destra si sono impegnati a costruire qualcosa anche a livello identitario, mentre la sinistra non ha avuto nessun coraggio e s’è bloccata. Guarda il PD con il suo cazzo di gioco di correnti, di uomini, maschi di una certa età che si mettono lì e visto che hanno fatto un certo percorso e una certa carriera interna pretendono di avere un peso, ognuno con i suoi adepti e la propria rete, senza essere né carne né pesce, senza avere il coraggio di essere veramente di sinistra e di proporre soluzioni radicali. Gli altri hanno avuto il campo libero, ma non hanno comunque proposto iniziative di tipo popolare: continuano a tirar fuori un po’ di darwinismo sociale, eppure tanti poveracci non capiscono che le prime vittime del darwinismo sociale sono proprio loro. Ecco l’incantesimo che ha fatto la destra in un simile vuoto. È molto sintomatico il fatto che al sud i 5 Stelle abbiano avuto ancora un appoggio significativo, no? Il reddito di cittadinanza è stato un qualcosa che effettivamente ha salvato tante persone: tutti a farne cattiva stampa, quando in realtà il reddito universale di base è l’accenno di ciò a cui si dovrà per forza arrivare in futuro con l’automazione che cresce e la crisi occupazionale sempre maggiore. Altro che screditarlo, occorre superarlo in una forma ancora più estrema, non c’è grossa alternativa, e l’unica che può riuscirci è una forza ultra-progressista.

Alla luce di questo (scoraggiante) panorama, come dobbiamo reagire? Quali sono a tuo parere le azioni che dovremmo intraprendere?
Dobbiamo essere puntuali nelle critiche e pronti alla mobilitazione: non penso che questo Governo sia fatto da Satana, nel senso che si tratta di persone che probabilmente sono pure in buona fede rispetto al cercare di risolvere dei problemi, e probabilmente dal loro punto di vista questo è il modo di risolverli. Detto ciò, però, bisogna essere molto lucidi, presenti: occorre ribadire il nostro diritto ad auto-determinarci, perché di questo ci stanno privando, combattendo le loro lotte identitarie sui corpi delle persone. Io in questo momento mi sento in una guerra culturale, perché appena la destra è salita al potere ha dichiarato guerra a me, a noi. A una certa parte della popolazione che sente il bisogno e vuole ribadire il diritto ad auto-determinarsi, soprattutto sull’utilizzo del proprio corpo. Questa che è in atto è una guerra culturale, di fronte alla quale non bisogna tirarsi indietro: occorre gramscianamente occupare il dibattito pubblico, ribadire opposizione, ed è il motivo per cui in due giorni ho preparato un discorso, mi sono sbattuto fino a Roma quando non avevo nessuna voglia di muovermi di casa, sono andato lì e mi sono messo in gioco. Solo per far rimbalzare il più forte possibile queste idee.

Tu hai una posizione piuttosto netta – che personalmente condivido – rispetto a come dovrebbe essere affrontata la lotta alla droga, che finora è stata fallimentare.
Non è stata soltanto fallimentare, è stata deleteria. Le sostanze stupefacenti non spariranno mai dalla circolazione, in tanti c’hanno provato ma mai nessuno ci è riuscito. Il mio amico sociologo Enrico Petrilli le definisce delle tecnologie, dei dispositivi tecnologici che vengono applicati al proprio corpo: quando una nuova tecnologia viene alla luce, o diventa obsoleta, o circolerà e verrà replicata all’infinito. Ciò dev’essere accettato: se siamo in un ambiente umano e sociale pervaso da queste sostanze, da queste tecnologie, bisogna imparare a muoversi attentamente e a conoscerle bene, non per sentito dire. Non servono i divieti, perché se dici a un ragazzino di non usare qualcosa, di sicuro non ti darà retta. Sprecare fiato a vietare è inutile, significa solo spingere le persone nel buio del sentito dire e dell’esperienza empirica, aumentando i rischi. Bisogna muoversi come persone consapevoli in mezzo a questa giungla, che se non stai attento si trasforma in un ginepraio. L’ingenuità genera rischi più alti: Paracelso diceva che ogni cosa può diventare veleno, è solo la dose a far sì che non lo sia. Un tipo di consapevolezza che ridurrebbe di gran lunga i rischi: capire quando ne stai abusando, quando ne stai diventando dipendente, i danni permanenti a cui vai incontro. Un discorso di questo genere spesso viene erroneamente visto come un incoraggiamento a drogarsi, mentre in realtà è l’esatto opposto: uno si droga a prescindere, ma se hai una cultura solida dietro, se sai ciò che devi fare, cosa non mischiare eccetera, ti muovi in maniera molto più sicura rispetto a un generico «non parliamone perché non si può». L’educazione tra pari funziona più dell’imposizione dall’alto di un’istituzione che ti dice di non farlo, no? Tra pari ci si scambia informazioni, ci si fida di più.

Un ragionamento che mi ricorda tantissimo la campagna dell’Association for Safer Drug Policies norvegese, in cui si spiegava ai ragazzi come non rischiare la vita quando assumevano una determinata tipologia di sostanza.
Come banalmente i bugiardini dei medicinali, no? Il bugiardino ti dice che c’è un limite oltre il quale rischi grosso. Perché non mettiamo al corrente i ragazzi di questo limite, anziché continuare a ripetere «non fatelo»? Perché non depenalizziamo le droghe, togliendo tutta questa pantomima degli arresti, tutti questi fascicoli nelle procure?

Depenalizzeresti tutte le droghe?
Non so se le depenalizzerei tutte, non ho abbastanza competenze per darti una risposta esaustiva. Tendenzialmente sì, perché l’esempio che ho visto in Portogallo nei primi anni Duemila, quando a Lisbona c’è stata l’epidemia di eroina, è stato emblematico. S’è deciso di depenalizzarla, investendo tutto su politiche di recupero: i ragazzi venivano più allo scoperto perché non avevano paura di essere arrestati, quindi si trovavano maggiormente nella condizione di chiedere aiuto. Si tratta di un’azione che toglie la paura di uscire allo scoperto se hai questo tipo di problema: non c’è nulla di illegale però ti stai facendo seriamente del male, dunque vai aiutato. Invece se manteniamo lo stigma, questo aggiunge soltanto un peso su un peso.

Foto: Michele Piazza

Riusciremo mai ad arrivarci?
La prima cosa da fare è legalizzare la marijuana a scopo ricreativo, prima o poi ci arriveremo: negli Stati Uniti sta cambiando tutto, e noi andremo a traino. Tra l’altro facci caso: la persecuzione delle sostanze è sempre e comunque legata a una persecuzione di minoranze, etniche o politiche. Il discorso è ampio, ma così come l’erba pure gli allucinogeni stanno per entrare come terapia al posto degli psicofarmaci per determinate patologie, Biden probabilmente li autorizzerà entro un anno. Da noi la situazione è più bigotta, ma l’Europa si sta muovendo: l’onda arriva e noi tendenzialmente siamo più reazionari, però quando ci guarderemo intorno vedremo che siamo rimasti gli unici. Non ho insomma fiducia nell’Italia, ho fiducia nel resto dell’Occidente.

Torniamo a noi, anzi, a te. Classica domanda che si fa a questo punto: progetti per il futuro?
Be’ sicuramente nuova musica: l’11 esce il nuovo singolo e sto comunque sto lavorando ad altri materiali. Poi mi sto dando da fare per aprire un club, un circolo, a Ivrea: sarà figo, voglio fare una cosa bella. Sono in trattativa con uno spazio, ho in mente un posto in cui sperimentare la direzione artistica, fare un po’ di aggregazione… ho in mente un luogo dove poi possiamo fare ciò che vogliamo, da serate elettroniche a cose più sperimentali, robe legate all’arte. Cercheremo di raccogliere e mettere insieme le esperienze umane, qualcosa che assolutamente a Ivrea – come d’altronde nella maggior parte d’Italia – non esiste più. Gli spazi di sperimentazione artistica sono la cosa che m’intrippano di più perché penso che la direzione artistica modelli gli esseri umani. Me ne accorgo quando abbiamo fatto le cose in strada a Ivrea: se metti tutto il tempo la commerciale si crea un determinato mood umano; se metti la musica che mettiamo a Ivreatronic la sensazione è completamente diversa.

Speriamo che questa cosa serva d’esempio, ormai gli spazi per la socialità sono stati quasi tutti distrutti.
Io, oltre a prendere atto dei problemi – che comunque ci sono e restano – voglio agire concretamente, e come me dovrebbero farlo in tanti. Credo molto nell’associazionismo e nel terzo settore, ecco: penso che quello sia veramente un ambito di prassi politica fighissimo perché al di là delle chiacchiere è fare qualcosa, a qualsiasi livello. Di spazi di manovra ce ne sono: il deserto per natura è meno saturo, quindi fare adesso un certo tipo di aggregazione fatto bene può essere molto giusto.

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