Cosa ci fa un cammello in via Padova a Milano? | Rolling Stone Italia
Sciura, non aver paura

Cosa ci fa un cammello in via Padova a Milano?

È un’idea di Mowgli CLL, rapper d’origine egiziana, per il suo nuovo video conto la retorica anti-maranza. «Non vogliamo stare al gioco dei media e dei politici, preferiamo prenderli in giro». L’intervista

Cosa ci fa un cammello in via Padova a Milano?

Mowgli CLL con il cammello in Via Padova, a Milano

Foto: Robados

Alla vista del cammello, lo sguardo delle sciure si illumina in un misto di sorpresa e sconcerto. Dopotutto non è comune, durante una passeggiata domenicale lungo il naviglio della Martesana, imbattersi in un animale esotico. Lo stesso stupore si legge sui volti degli agenti della polizia locale quando hanno verificato che tutti i permessi necessari per la sua presenza fossero perfettamente in regola. Intorno, nel frattempo, si respira l’atmosfera di una festa di quartiere. Decine di bambini corrono e si rincorrono armati di pistole ad acqua, mentre curiosi e passanti si fermano a osservare la scena.

È in quel momento che il rapper Mowgli CLL fa il suo ingresso: in sella al cammello, avvolto in una gallabeya personalizzata con i colori dell’Inter, con il volto coperto da un passamontagna. Poco dopo compare anche una finta Silvia Sardone. Un’attrice interpreta l’eurodeputata leghista, arringando i presenti, circondata da manifesti elettorali e materiale propagandistico costruito per l’occasione. Il tutto viene ripreso dalle telecamere ed è parte del videoclip di Balla, il nuovo brano di Mowgli CLL uscito oggi su tutte le piattaforme. Una messa in scena volutamente spettacolare e satirica che si presenta come una risposta dissacrante alla crescente retorica “anti-maranza” alimentata negli ultimi anni dalla destra di governo.

«Sai, noi non siamo ingenui», rivendica Mowgli mentre chiacchieriamo seduti in uno dei tanti locali egiziani di via Padova. «Non vogliamo stare al gioco dei media e dei politici. Non è intelligente. Preferiamo prenderli in giro, fare attività che rendano felice il quartiere e che facciano riflettere i ragazzi». Non è una posizione teorica. Negli ultimi anni Mowgli è già stato protagonista di numerose polemiche sui social. Il suo videoclip Benvenuto in VP aveva attirato l’attenzione della leghista Sardone, figura che ha costruito una parte significativa della propria notorietà politica proprio attorno alla narrazione di via Padova come simbolo delle difficoltà dell’immigrazione e della sicurezza urbana.

Foto: Robados

Al centro della controversia c’era la cosiddetta “danza del coltello”, una pratica performativa diffusa nella cultura di strada egiziana che negli ultimi anni è comparsa anche in diversi contesti italiani. Un elemento che una parte del dibattito pubblico ha rapidamente trasformato in prova dell’impossibilità di integrazione dei giovani di origine straniera. Mowgli, invece, aveva scelto di inserirla nel proprio immaginario artistico, rivendicandone il valore simbolico e culturale. «In quel momento ho praticamente detto no a tutto», racconta. «Dalla Zanzara in giù. Perché non voglio essere trasformato in un fenomeno da baraccone. Io parlo attraverso la musica e i video, è lì che posso ribaltare il gioco».

L’attenzione di Mowgli, però, non è rivolta soltanto all’esterno. Se da una parte il suo lavoro artistico dialoga con il dibattito pubblico, dall’altra la sua ambizione principale è culturale: costruire un immaginario capace di mettere in relazione Milano e Il Cairo. Mentre sorseggia una limonata, mi racconta di essere cresciuto ascoltando tanto rap italiano quanto musica egiziana. Da una parte artisti come Marracash, da cui dice di aver imparato l’importanza della critica sociale; dall’altra il Mahraganat, un genere che definisce scherzosamente «il neomelodico egiziano».

Nato nei quartieri più poveri della capitale egiziana, il Mahraganat è una musica che mescola rap, elettronica e sonorità da festa di quartiere. Nel giro di pochi anni ha superato confini geografici e sociali, diventando un importante riferimento culturale anche per la diaspora. Allo stesso tempo è stato a lungo osteggiato dalle istituzioni culturali egiziane, che lo hanno accusato di essere volgare, pericoloso e inadatto a rappresentare l’immagine ufficiale del Paese. Una traiettoria che, agli occhi di Mowgli, presenta molte analogie con quella del rap. «Voglio essere il primo a portare questa roba in Italia perché fa parte della nostra identità e ne andiamo fieri. E anche i ragazzi in Egitto sono fieri di noi. Il beat di Balla, ad esempio, lo abbiamo prodotto insieme ad Ot Kormuz, un figura importante della scena giù».

Mowgli - BALLA (Prod. Ot Karmoz) Official Video

La sua è quindi una sfida che va oltre la musica e investe direttamente il tema dell’identità. «Dopo l’11 settembre noi arabi e musulmani siamo diventati il nemico pubblico numero uno in tutto il mondo. Mi ricordo che da piccolo i miei mi dicevano sempre di stare attento a quello che dicevo, a come mi presentavo. Come se ci fosse qualcosa di noi da nascondere per essere accettati». Secondo lui, però, qualcosa oggi è cambiato. «Adesso è diverso. La mia generazione si è ripresa una parte importante della propria identità. E per me la sfida è questa: raccontare cosa significa essere egiziani a Milano».

Questo incontro tra rap e Mahraganat racconta una tendenza più ampia che sta attraversando il rap europeo contemporaneo. Sempre più spesso, infatti, le innovazioni più interessanti nascono dall’incontro tra le diverse comunità migranti che abitano le grandi città del continente. È in questi spazi di contatto che si sviluppano nuovi linguaggi, nuove sonorità e nuove forme di appartenenza. Secondo Mowgli, via Padova rappresenta perfettamente questa dinamica. «Qui ci sono davvero tutte le comunità possibili. È un posto incredibile. Certo, i problemi ci sono e ci sono sempre stati, ma da questo punto di vista è un quartiere pieno di vita». Mentre parla mi indica Davide, un ragazzo di 17 anni che passa gran parte delle sue giornate insieme alla compagnia di Mowgli. «Guarda Davidino», dice sorridendo. «È italiano al 100% e parla arabo meglio di me. Solo in via Padova possono succedere cose così».

Foto: Robados

La battuta racconta bene il tipo di relazioni che si costruiscono nel quartiere. Davide, Mowgli e Alyx – socio e amico fraterno del rapper – si sono conosciuti durante le riprese di un videoclip di Cisco, rapper della zona di origini filippine. Un esempio, tra i tanti, di come le identità che abitano via Padova siano molto più intrecciate di quanto spesso venga raccontato. Per Mowgli è proprio questo l’aspetto che una parte del dibattito pubblico continua a non voler vedere. «Alla fine quello che non vogliono accettare di questa zona è proprio questo. Noi stiamo già vivendo quella realtà multiculturale che a loro fa così paura».

Quando si accusa il rap di aver perso i suoi presunti valori originari, di non parlare più della contemporaneità o di aver smarrito la propria spinta critica, forse si guarda più alla forma che alla sostanza. Su un beat di Mahraganat ipercinetico, con l’Auto-Tune portato all’estremo e un passamontagna sul volto, Mowgli fa esattamente ciò che molti sostengono il rap non fa più: critica sociale. Lo fa mettendo in discussione gli stereotipi sull’immigrazione, sull’integrazione e sulle periferie, restituendo orgoglio e senso di appartenenza alla propria comunità. E lo fa senza preoccuparsi di rassicurare il pubblico adulto. E forse è proprio questo il suo merito più grande.