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Cosa c’entra un compositore classico del Cinquecento con Gigi D’Agostino?

Chiedetelo a Danny L Harle, che dopo aver prodotto Dua Lipa, torna con ‘Cerulean’, un disco in cui connette «cose apparentemente lontane». E attenti che dentro ci mette pure Eiffel 65 e ‘Fantasia’. L’intervista

Foto: Ronan Park/Spin-Go

Un compositore del Cinquecento, il capitano del lento violento, i paladini dell’Europop anni ’90. Claudio Monteverdi, Gigi D’Agostino, Eiffel 65. A metterli uno accanto all’altro è davvero difficile trovarci un nesso; parliamo di mondi – sonori e temporali – lontanissimi. Eppure per Danny L Harle non solo convivono, ma anzi formano una precisa costellazione. «È assurdo mettere tutto insieme così, lo so», dice quasi ridendo. «Ma è quello che ho sempre fatto: connettere cose apparentemente lontane».

È da qui che bisogna partire per capire l’idea sonora del produttore inglese Danny L Harle e del suo nuovo album Cerulean, un disco che affonda le radici nella musica classica e nella trance italiana, costruendosi su un mix di elettronica emotiva da ballare e pop contemporaneo da cantare. Un lavoro in cui, come si può facilmente intendere dai nomi citati, c’è molta Italia: «Non ho idea del perché ci sia così tanta influenza italiana in questo album. Ma quelli citati sono stati musicisti fondamentali per me».

Per Danny non si tratta di citazionismo o nostalgia, né tantomeno di una boutade. Così come quando in passato aveva recuperato e lavorato a generi considerati poco nobili come il mákina e l’happy hardcore; per lui la musica è sempre una questione seria. «Fare le cose con dell’umorismo, a cuore leggero, non significa non farle bene», vuole precisare. «Anche agli inizi di PC Music, io e A. G. Cook siamo sempre stati molto seri in quello che facevamo: la mia musica non è ironica».

Dall’ultima volta che siamo parlati – nel 2021, per il suo album Harlecore – la carriera di Danny è esplosa. In questi anni, infatti, da figura chiave dell’universo hyperpop di PC Music (dove le sue scelte, considerate spesso ironiche, ora sono diventate canone), ha contribuito a ridefinire il pop sperimentale degli anni Dieci producendo album come Desire, I Want To Turn Into You e Choke Enough, i dischi rivelazione di Caroline Polachek e Oklou.

Da Harlecore, un progetto plurale che indagava vari generi musicali “minori”, a oggi, però, non è stata una strada tutta in discesa. «È facile adesso guardare indietro e vederci un percorso preciso, ma in mezzo ci sono stati viaggi a vuoto, sessioni che non hanno portato da nessuna parte, grandi progetti che sono naufragati». Naufragi che però sono serviti a Harle per capire che la sua idea di diventare un super-produttore da hit, non poteva funzionare: «Ogni volta che ho provato a fare musica pensando a ciò che sarebbe piaciuto agli altri, è andata sempre terribilmente male». Semplicemente perché, quando vestiva i panni da hitmaker, perdeva di vista «una sorta di luce guida nella mia vita musicale: una visione di come voglio che la musica suoni». Poi, però, è arrivata Dua Lipa.

E Harle si ritrova così a co-produrre – insieme a Kevin Parker aka Tame Impala – Radical Optimism di Dua Lipa, uno dei dischi pop più attesi del 2024. L’ambizione? Non perdersi a fare «pop facile». Per uno che aveva deciso di abbandonare la via del produttore da classifica, un bel ripensamento. Non è che – per profilo e soldi – è impossibile dire di no a una come Dua Lipa? «Guarda, ho detto no a molti nomi, anche grossi, anche artisti che erano miei fan. Ma sai, se nessun pezzo viene preso durante le varie sessioni, soldi non ne fai. E nella vita ho capito che se non ho niente da dare in un progetto, oltre a non avere un pezzo che finisce in quel tipo di dischi, faccio perdere tempo a tutti. Non sono abbastanza versatile da poter lavorare con chiunque».

Così spiega il lavoro con Dua Lipa: «Avevo un’idea chiara di cosa potevo offrire. In queste cose deve esserci un interesse condiviso tra artista e produttore, una sorta di diagramma di Venn, sai quello dove due insieme si intersecano creando un’area comune? Ecco, con me e Dua Lipa il diagramma funzionava».

Tra i due è scoccata una vera amicizia, tanto che la popstar ha accettato di partecipare a Cerulean con Two Hearts, un brano nato proprio durante le session di Radical Optimism. «Nessuno potrebbe cantarla se non Dua Lipa, ha un range vocale unico tra quelli che conosco. Se lei non avesse voluto farlo, l’avrei tolta dal disco». E questo è il punto di tutto l’album: ogni brano ha una voce specifica, e quella voce deve essere insostituibile. «È importante che una canzone non sembri una hit che potrebbe cantare chiunque. L’identità è fondamentale».

I featuring presenti confermano questa logica. Dalla sodale Caroline Polachek, una che ha fatto dell’escursione timbrica il proprio marchio, a Oklou, una delle voci più intriganti dell’avant-pop odierno. E ancora, oltre a Dua Lipa, il tono urban leggermente adolescenziale di PinkPantheress, a quello bedroom pop di un’artista completamente differente come Clairo. «Nessuno poteva cantare quei pezzi come loro», chiarisce a corollario di questa line-up.

Cerulean è anche il disco in cui Harle mette a fuoco definitivamente il suo rapporto con la musica classica, in questo momento al centro di un certo rinascimento (e non solo per Lux di Rosalía). Il momento di svolta, per il producer, risale a Parachute, brano tratto da Pang di Caroline Polachek. «Stavo giocando con accordi ispirati a Bruckner, sequenze che continuavano a modulare e sospendersi», racconta. «Pensavo: mi piacciono questi accordi e amo come suonano moderni con la mia attrezzatura». Lui dice che quella è stata come un’epifania, il momento in cui «ho capito che potevo prendere ciò che mi piace della musica classica e portarlo nella musica elettronica. Non sono il primo, ma l’ho fatto a modo mio».

Per questo rifiuta l’idea di una classica “ibridata” in modo superficiale. «Quando la gente pensa a classica ed elettronica insieme, immagina dischi disco anni ’70 con gli archi di Beethoven sopra una cassa dritta», dice. «Per me quella è la cosa peggiore di entrambi i mondi».

In Cerulean troviamo le modulazioni di accordi alla Monteverdi e i synth ultra-emotivi di Gigi D’Agostino (con cui, ci svela, vorrebbe fare un dj set back to back). Le 13 tracce raccontano la storia sonica di Harle. Lo fanno così bene che lo stesso Harle si è trovato a doverlo definire il suo «album di debutto», proprio per la sua coerenza interna, collocando Harlecore in un’altra categoria della sua discografia, come fosse un mixtape o una compilation.

In fondo, Harle è un tipo particolare. Scrive musica dance da ballare, ma arriva da una formazione classica, produce pezzi pop con Dua Lipa ma la sua idea di ascolto non è un concerto, ma con delle cuffie in solitudine. «Credo di aver bisogno di una distanza tra me e la musica per poter sentire davvero la mia risposta emotiva», racconta. «È come se la canzone fosse qualcosa di separato che canta a me». La musica diventa un oggetto, «quasi come un dipinto o una scultura». Cerulean è come fosse la sua prima personale in una galleria molto cool e frequentata dai migliori artisti internazionali, più che da critici e turisti.

Ma non pensiate che stiamo parlando di un producer inaccessibile. Come già dimostrato in passato, e riconfermato in Cerulean, a muovere Danny L Harle è sempre qualcosa di molto puro, qualcosa che sta tra fantasia e realtà e che vuole parlare con il nostro (e suo) bambino interiore. E con una certa innocenza che richiama l’infanzia. «Sono molto legato all’infanzia nel mio rapporto con la musica. Quando riesco a intravedere di nuovo quel confine tra fantasia e realtà, come nel film Fantasia, mi commuovo quasi fino alle lacrime: è quello che cerco nella musica».

Per spiegarlo meglio, Harle mi racconta un aneddoto di una gita a Disneyland con le sue due figlie (che appaiono anche come voci nel disco): «Sono stato sul punto di piangere per gran parte del viaggio. Quando abbracciavano Winnie the Pooh per loro era come abbracciare davvero il personaggio di Winnie the Pooh, non qualcuno vestito da Winnie the Pooh. E per me quell’esaltazione della fantasia è una delle cose più belle al mondo. La collego all’esperienza musicale della trascendenza e dell’evasione». E conclude: «Quel senso di innocenza infantile e di meraviglia è la mia luce guida».

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