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Cosa c’è che non va, Gazzelle?

Il 9 giugno canterà all’Olimpico. Contento? Ovvio, eppure nel nuovo album ‘Dentro’ canta «il buco che cerco di riempire. Come il personaggio di Virzì, ho un uovo sodo dentro che non va né in su né in giù»
gazzelle TOUR

Foto: Leonardo Mirabilia

Dicono che, a volte, un’immagine vale più di mille parole. E la copertina del nuovo disco di Gazzelle, Dentro, ci racconta molto del suo vissuto. C’è un grande prato verde (no, non quello di Gianni Morandi) con un’enorme buca in mezzo. E inquietanti nubi nel cielo. Non proprio rassicurante.

È la metafora di come si sente oggi questo cantautore amatissimo e un po’ introverso, perennemente nascosto dietro gli occhiali scuri, che il 9 giugno si appresta a realizzare un sogno proibito: il concerto allo Stadio Olimpico di Roma, la sua città. A cui, per altro, ha dedicato nell’album un pezzo rudemente sentimentale, Roma, in duetto con Noyz Narcos.

A proposito di collaborazioni: nella track list ce ne sono un altro paio, diversamente interessanti. Con Fulminacci nella super-orecchiabile Milioni (potenziale futuro singolo?) e con thasup in Quello che eravamo prima. Per il resto è il “solito” Gazzelle, con le sue paturnie e i suoi dubbi, i suoi amori tormentati e il suo mood in altalena. E rari squarci di luce piena. Potrebbe andare meglio, insomma. Ma, sembra suggerire lui, in fondo va bene, va bene così.

La copertina dice tutto. O quasi.
È un’immagine diretta. Lo specchio di come mi sento io. Un prato verde, tagliato bene, con una voragine dentro e un cielo tempestoso, che non promette nulla di buono.

Ma qual è il problema?
Non lo so. Lo dico anche nel pezzo iniziale, Qualcosa che non va, la mia canzone preferita, quella che riassume bene tutto il disco. Ci trovi malinconia, ma anche speranza. E un grande amore per la vita. Non sono depresso, tengo a precisarlo. Io sto bene, ma dentro ho qualcosa che non va. Appunto.

Vuoi uscirne, insomma. O, quanto meno, conviverci meglio.
Ci sto lavorando, sto cercando di capire come funziona. Mi sento un po’ come il protagonista di Ovosodo di Virzì. Diceva: “Ho un ovo sodo dentro, che non va né in su né in giù”. Be’, io con questo disco ho voluto raccontare il buco che ho dentro e cerco di riempire in tanti modi. Uno è la musica. A volte, però, mi rendo pure conto che forse quella voragine fa parte proprio del pacchetto. Forse non è detto che vada riempita. Forse la puoi solo arredare, metterci dei fiori vicino. Chissà.

La musica aiuta, dicevi…
La musica per me rappresenta (si ferma qualche secondo a riflettere, nda)… rappresenta qualcosa di extrasensoriale, di magico, che va oltre la vita. Dà un po’ di colore e di senso al non-senso di vivere. Come l’arte in generale, che ci dà modo di distrarci da questo pensiero fisso. La musica aiuta tanto, ma non è tutto. Non basta, non può bastare. La felicità credo sia nascosta altrove. In cose più importanti.

Per esempio?
Le relazioni umane. Penso sia tutto lì il segreto. Non conosco persone felici che non abbiano felici relazioni umane. Non credo che la felicità sia nella solitudine.

Anche lì ci stai lavorando sopra?
Sì. Perché vorrei godermi questa vita. Al di là degli stereotipi e dei luoghi comuni. Vorrei godermi il tempo, perché è l’unica cosa che abbiamo.

Ascoltando il disco mi sembra di sentirci il “solito” Gazzelle. E non è una critica.
Io sono sempre io. In questi due anni il mondo è cambiato e la cosa mi ha toccato. E anche disturbato. Però ogni volta che scrivo canzoni sono io e basta, non cambierà mai. Il metodo è sempre quello. Come cantava Vasco: “Ma le canzoni son come i fiori / nascon da sole…”. Ecco, mi arrivano delle cose nella testa, sensazioni, frasi, musica. E le lascio uscire. Magari cambieranno arrangiamenti e suoni, ma non il mio approccio alla scrittura e alla creazione. La formula è quella. Non so bene quale sia, ma è quella. C’è sempre un po’ di malinconia perché, come dicevo prima, dentro di me c’è sempre malinconia. Fa parte del mio carattere. Perché quando scrivo le canzoni sono io, non un alter-ego costruito. Parlo di me perché è l’unica cosa di cui mi sento di avere il diritto di parlare.

Tanto che nel nuovo singolo ci hai messo la faccia, anzi il nome: Flavio. E già mi immagino la gente che ai concerti canterà con te il ritornello: “Flavio dai Flavio dai…”.
Sì, anche se non è esattamente un pezzo allegro. Del resto mi piace nascondere la tristezza dietro la leggerezza della musica. L’ho già fatto in Polynesia, che faceva ballare ma raccontava la fine di un amore. E ti assicuro che se canto Flavio solo piano e voce, diventa malinconica. È un pezzo che ironizza su tante cose. Alla fine “Flavio dai” me lo dico da solo. È un’esortazione a non mollare.

Il 9 giugno sarà la tua prima volta in uno stadio, all’Olimpico di Roma. Ci sei arrivato dopo una certa gavetta, mentre oggi c’è chi fa i palazzetti con un solo album.
Questa è un’epoca in cui tutto cambia rapidamente, anche il Covid ha inciso. Dopo anni di reclusione, nell’aria c’è tanto entusiasmo, tanta voglia di andare ai concerti, di fare festa, di libertà. Circostanze favorevoli per chi fa musica oggi. Magari un artista che oggi fa il Forum di Assago tre anni fa non lo avrebbe fatto. Ma per me la gavetta è stata importante. Avere dietro esperienze aiuta, sei più forte, sei più pronto, hai le spalle larghe. E, poi, dai: più ci metti e più te la godi.

Come ti stai preparando all’evento?
Al mio meglio. Mi sento un artista privilegiato, perché poi non sono poi così tanti quelli che fanno lo stadio. Sono molto orgoglioso, vuol dire che passo passo ho costruito qualcosa. Solo sei anni fa lavoravo in una pizzeria, e adesso… Però l’ho sempre sognato. Ci ho fantasticato sopra un sacco di volte. Spero di vivermela al 100% perché non me la voglio dimenticare.

Molti tuoi colleghi vivono male il successo e la popolarità. E tu?
Non c’è niente di affascinante nell’essere popolare, solo una conseguenza di questo lavoro. Non mi interessano la fama e il successo, anzi mi tengo lontano da mondanità, feste e cose del genere. E anche dai social, anche se a loro devo molto. È una questione di carattere, io sono così. E, forse, è una fortuna. Perché il successo ti può anche dare alla testa. E allora sei spacciato.

Andresti mai a Sanremo?
Non lo escludo. Prima o poi magari nella vita. Dipende molto dal momento, devo avere tra le mani una canzone in cui credo tantissimo ed essere abbastanza sereno da potermi accollare tutto quello stress.

Ho una curiosità: chi è il Michelino della canzone?
Un personaggio che ho inventato per metterci dentro tutte le cose brutte dell’umanità, quelle che detesto. Michelino non è felice per gli altri, né per se stesso. È ostile, egoista, invidioso. L’ho creato per ricordarmi di come non diventare. E anche per ricordarmi di chi non devo frequentare.

In questi anni ti sei tolto tante soddisfazioni: cosa ti manca?
Ho già realizzato tanti sogni. Però forse mi piacerebbe scrivere una serie tv, dei romanzi. Il cinema mi attira, non come attore ovviamente, ma dietro le quinte.

Il tuo film del cuore?
Forrest Gump. È il film perfetto, dentro c’è tutto. Trent’anni di storia americana attraverso la vita di un ragazzo speciale. Con Tom Hanks, uno dei miei attori preferiti. E quella poetica anni ’90, che oggi non c’è più. In più una colonna sonora da favola. Un capolavoro.

Sogni ancora un duetto col tuo mito Liam Gallagher?
Magari, sarebbe una delle cose più incredibili della mia vita.

Mai dire mai. Se i Måneskin hanno aperto per i Rolling e duettato con Iggy Pop, una speranza può sempre esserci.
È diverso. Loro sono una band internazionale e cantano in inglese. Io sono solo un piccolo cantautore di quartiere.

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