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«Contavano solo le canzoni»: gli U2 a 20 anni da ‘All That You Can’t Leave Behind’

In attesa del nuovo box set, The Edge racconta il disco di 'Beautiful Day' che ha riportato la band in cima alle classifiche: l’importanza di Eno a Lanois, i testi cupi, l'emozione dei concerti dopo l’11 settembre



The Edge sul palco a Los Angeles il 31 ottobre del 2000

Foto: Kevin Mazur/WireImage

Gli U2 avevano qualcosa da dimostrare quando hanno iniziato a lavorare al disco del 2000 All That You Can’t Leave Behind. Le sperimentazioni elettroniche di Pop avevano alienato molti fan di vecchia data e dall’album non era uscita alcuna vera hit. Il tour negli stadi PopMart era stato un trionfo tecnologico, ma molti biglietti erano rimasti invenduti in Nord America e alcuni critici non avevano resistito alla tentazione di soprannominarlo FlopMart.

Era anche l’epoca in cui artisti da TRL come Eminem, Blink-182, Korn e Britney Spears dominavano le Top 40. Avevano poco in comune musicalmente, ma piacevano ai teenager. L’idea che una rock band nata durante l’epoca del presidente Ford potesse trovare posto in quegli anni era quasi inconcepibile.

Tutto è cambiato nell’ottobre 2000, quando è uscito il singolo Beautiful Day, seguito poche settimane dopo da All That You Can’t Leave Behind. Prodotto dai vecchi collaboratori Brian Eno e Daniel Lanois, l’album conteneva pezzi come Walk On, Elevation e Stuck in a Moment You Can’t Get Out Of centrati sulla scrittura e sui ritornelli più che sulle sperimentazioni sonore. L’album ha venduto milioni di copie, vinto Grammy e traghettato gli U2 nel nuovo millennio.

La band festeggerà i 20 anni di All That You Can’t Leave Behind con un box set di 51 tracce – in arrivo il 30 ottobre, il giorno dell’uscita originale – pieno di lati B, outtake in studio, remix e un concerto registrato a Boston durante il tour mondiale del 2001.

The Edge ha raccontato a Rolling Stone com’è nato il disco. Ne abbiamo approfittato per chiedergli di fare il punto sul futuro degli U2.

Come vanno le cose? Ti sei abituato alla vita in lockdown? 

Al momento sono in stato di semi-ibernazione. Mi sono dato l’obiettivo di buttare giù nuove idee musicali. Il periodo è frustrante, ma sono stato bene e mi sono dedicato alla creatività. Provo empatia per chi ha bisogno di uscire per lavorare. Se avessimo un tour in programma sarebbe diverso. Guarda caso è successo nel periodo in cui avevamo comunque deciso di dedicarci alla scrittura.

La tempistica è stata fortunata. Il vostro ultimo tour è finito poche settimane prima che ogni cosa diventasse impossibile. Ce l’avete fatta per un soffio.
Sapevo di avere un management efficiente, non pensavo fosse così efficiente.

Parliamo di All That You Can’t Leave Behind. Com’era l’umore della band alla fine del PopMart Tour del 1998? Adoro quel disco e quei concerti, ma ovviamente non tutto è andato come previsto. 

Credo fossimo sollevati dalla decisione di avere deciso di rischiare il tutto per tutto con la produzione di PopMart, che era ancora più grande di quella di ZooTV, all’epoca il nostro tour più spettacolare di sempre. Alla fine delle date, ci siamo guardati negli occhi e ci siamo detti che ce l’avevamo fatta, che avevamo raggiunto il traguardo che ci eravamo prefissati.

Abbiamo fatto i primi concerti dopo pochissime prove. Non che fosse la prima volta che succedeva, dovevamo mettere a punto tutto direttamente di fronte al pubblico. È salutare salire sul palco e sapere che le cose vanno migliorate. Tutto quel lavoro ci ha permesso di fare un grande show. Ero orgoglioso dei video del concerto.

Insomma, più di ogni altra cosa eravamo sollevati e già proiettati verso la fine del millennio. Ci sembrava un momento significativo, volevamo lasciare un segno. Era naturale pensare a un nuovo inizio, a mettere in discussione tutto quello che volevamo fare come band.

Alla fine del 1998 avete pubblicato The Best of 1980-1990 e The Sweetest Thing era diventata una hit radiofonica. Il pubblico sembrava pronto a riabbracciare gli U2, con la canzone giusta.
Sì, abbiamo imparato che la cosa più importante è catturare l’immaginazione della gente. Il rock’n’roll deve offrire sempre nuove idee e sorprese. Il successo della canzone è stato rassicurante.

La lunghezza del PopMart poteva rivelarsi controproducente e invece la gente era curiosa, voleva sapere che cosa stavamo facendo. C’era un’atmosfera di caos positivo, causato da un gruppo che cercava di mantenere un equilibrio interno e con il pubblico.

Non sempre fai centro quando punti in alto. E ripensando a Pop, forse mancava una canzone di quelle che entrano nel cuore della gente. Forse non c’era perché la scrittura aveva lasciato il posto alle sperimentazioni. Ad alcuni piacevano, ma sapevamo che in futuro avremmo dovuto concentrarci di più sulla scrittura.

Insomma, quando siamo arrivati ad All That You Can’t Leave Behind, avevamo bene in testa l’idea del nuovo millennio. Il titolo parla da solo, “tutto quello che non puoi lasciare indietro”. Si può interpretare anche come “l’unica cosa che non puoi lasciare indietro”, vale a dire l’essenziale. Che cosa rimane del tuo lavoro dopo tanti anni? Le canzoni.

C’è stato un momento durante le registrazioni in cui avete capito che avevate per le mani qualcosa di forte? 

Stuck in a Moment è arrivata presto. Avevo iniziato a lavorare a quella musica durante il PopMart. Io e Bono avevamo scritto qualcosa prima che Brian e Danny entrassero in gioco. Era un bel pezzo da cui cominciare. Ce n’era anche un altro, Kite, a cui avevamo lavorato tutti assieme. Suonava bene.

Il resto del materiale è venuto fuori in studio. Brian e Danny sono dei maestri delle registrazioni, soprattutto quando si tratta di usare lo studio come uno strumento di scrittura. È in quel processo che sblocchi le idee, che trovi passaggi musicali interessanti. La parte divertente è che non ti ritrovi mai a fare cose convenzionali. Il problema del songwriting tradizionale è che ti ritrovi in un mare di cliché. Quando inizi dai suoni, invece, non imbocchi strade prevedibili e viene fuori qualcosa di nuovo. Siamo partiti così.

In Pop l’idea era di decostruire tutto il più possibile. E siamo arrivati più lontano di quello che è finito nel disco vero e proprio. A un certo punto, durante quelle session, avevamo capito che stavamo perdendo alcuni elementi chiave di cos’è una rock band, quindi abbiamo fatto un passo indietro.

In All That You Can’t Leave Behind, invece, l’obiettivo era mostrare la chimica di una band. Nel farlo, ci siamo ritrovati ad affrontare il problema opposto e cioè che le rock band tendono a suonare tutte nello stesso modo. Chitarra, basso e batteria offrono una gamma limitata di opportunità sonore e per questo è stato fantastico avere in sala Brian e Danny. La bravura di Danny con suoni e tessiture, in particolare di sintetizzatore, è stata di fondamentale importanza. Tutto suonava nuovo, anche se era in tutto e per tutto il disco di una band tradizionale.

Brian Eno e Daniel Lanois hanno personalità e approcci diversi alla registrazione. Come collaboravano per tirare fuori il meglio da voi? 

Non essendo un musicista convenzionale, Eno riesce guidare il processo di registrazione in modo tale da generare qualcosa di innovativo. È un processo che ha definito nelle sue carte, le Strategie Oblique. Con noi non le ha mai usate, l’ha fatto con altri artisti. È un mazzo di carte tipo tarocchi concepito per portare ogni session in una nuova direzione. Lo usa quando sente che non si fanno progressi o che le cose si fanno prevedibili.

Quell’esperienza ci ha fatto capire come funziona la creatività in uno studio e come lavora insieme un gruppo di musicisti. Brian sa come provocare e guidare lo spirito creativo in una session. A volte arrivava presto e lavorava su qualcosa che poi ci presentava come una scommessa, un azzardo a cui partecipare. Ed ecco che nasceva una nuova composizione con la partecipazione di tutti.

Puoi fare un esempio? 

New York, che adoro. È nata da un pattern di batteria di Larry. L’ha messo in loop e ha aggiunto una parte di tastiera. Siamo arrivati in studio alle 8 del mattino e uno per volta abbiamo iniziato a suonare su quel loop e quella tastiera. La canzone è venuta fuori così. È un ottimo esempio di come Brian crea degli scenari per farti uscire dalla tua comfort zone e spingerti a tentare cose nuove.

Danny, invece, sente le cose profondamente e ispira gli altri a fare musica in modo viscerale. È quello che gli piace non tanto come produttore, ma come appassionato. È incredibilmente ricettivo, sa subito se una musica ha del potenziale. Lo facciamo anche noi, ma è fantastico avere attorno uno come lui con una sensibilità tanto acuta. È anche un grande musicista ed è felice di prendere in mano una chitarra o uno shaker, o registrare dei cori. L’ha fatto spesso su quel disco.

Ecco, mi ricordo quando abbiamo registrato Beautiful Day con Dan. Avevamo finalmente trovato il ritornello giusto per Bono. Aveva trovato la melodia e il testo. Mentre uscivo dallo studio, avevo sentito il ritornello e mi era parso un po’ scarno. Allora ho preso il microfono e ho cantato un’armonizzazione alta. Sono un minimalista, quindi ho cercato il numero minore possibile di note da usare per tirare su quel ritornello.

Dan ha sentito qualcosa, ha preso un altro microfono e ha cantato un’altra armonia da aggiungere alla mia. La sua, però, era intricata. La combinazione di quelle due voci ha dato vita a un fantastico contrappunto alla voce di Bono. Era l’elemento di cui la canzone aveva bisogno. Con Brian e Danny si lavorava così. Erano davvero il quinto e sesto membro della band durante le registrazioni. Ci si ispirava l’un con l’altro. Questo è il punto, quel che volevamo fare.

Ho riascoltato il disco e mi hanno colpito i testi cupi. Il tizio di Beautiful Day sta vivendo una giornata piuttosto brutta. Il protagonista di Stuck in a Moment pensa al suicidio e quello di New York tradisce la moglie mentre il suo mondo cade a pezzi. La leggerezza di Wild Honey colpisce per contrasto… 

Lo so. All’epoca Wild Honey sembrava una contraddizione. L’abbiamo quasi esclusa dalla scaletta dell’album proprio perché suonava leggera, luminosa, dolce. Ma aveva un’innocenza, un’ingenuità davvero importante perché è seguita da Peace on Earth, una delle canzoni più amare mai scritte dagli U2 (ride). È in parte colpa mia, perché l’idea del testo è partita da me.

Non abbiamo mai avuto problemi con i dischi che contengono posizioni contraddittorie. È come se tra gli estremi di quelle contraddizioni, da qualche parte al centro ci sia la cosa che vai cercando. Non la si può esprimere in una sola canzone, ma attraverso la tensione tra idee opposte. Per questo Wild Honey è importante.

È interessante pensare al periodo in cui l’avete scritto. Avete iniziato il disco negli anni ’90, è uscito qualche giorno prima del riconteggio dei voti dell’elezione Bush vs. Gore. Prima dell’ultima leg del tour c’è stato l’11 settembre. Il mondo continuava a cambiarvi sotto i piedi, drammaticamente. 

Sono successe tante cose dopo l’uscita di quel disco, soprattutto durante il tour. Abbiamo fatto il Super Bowl dopo l’11 settembre. Insieme ai designer degli show, abbiamo tirato fuori l’idea di far vedere i nomi delle vittime. È stato un momento importante.

I concerti a New York sono stati catartici, i primi soccorritori salivano sul palco e parlavano dei colleghi persi durante gli attentati. Era intenso e commovente. Mi ha ricordato che la musica dà alle persone la possibilità di esprimersi e affrontare le proprie emozioni. Mi ha commosso.

Era un po’ come stare sulle montagne russe, ma il lavoro che abbiamo fatto ha resistito a quel momento di crisi. Scrivi una canzone e la dai al mondo. Una volta pubblicata prende una vita tutta sua. Non sai come verrà usata, che valore prenderà. È incredibile come alcune di quelle canzoni fossero diventate attuali, che avessero colpito la gente in modo tanto forte.

Prometto che siamo quasi alla fine. Il 25esimo anniversario di Pop cadrà tra due anni. Farete un altro box set? 

(Ride) Buona domanda. Ci stiamo godendo questo momento, ci piace ristampare i vecchi dischi. Non lo escluderei. Non abbiamo ancora pianificato nulla, ma farlo è divertente e i risultati sono buoni. Potremmo farne di più. Vedremo.

Questo disco è uno dei nostri momenti più alti, creativamente parlando, grazie a quello che avevamo costruito prima di entrare in studio. Alcune outtake sono notevoli. Di solito sono canzoni tutt’altro che indimenticabili. Non le suoni dal vivo, non vanno in radio. Riascoltando queste invece pensi che forse avremmo dovuto metterle nell’album.

È bello approcciarsi al passato come un fan, avevo dimenticato come avevamo scritto alcuni pezzi, da dove eravamo partiti. L’ho fatto con una mentalità aperta. È stato divertente.

Ultima domanda: a che punto è il nuovo disco? 

Come sai, sono sempre al lavoro a nuove idee per canzoni degli U2. Ne ho un sacco. Alcune sono sviluppate, altre sono finite a metà. Al momento non abbiamo un piano specifico, mi dedico alla scrittura ed è bello tornare a qualcosa di creativo quando non c’è molto altro da fare.

È come avere di fronte a sé una tela bianca. Amo questa fase, non devi preoccuparti di dove andrai a parare, devi solo seguire l’immaginazione. Ci sono tante belle idee, ma so che cosa diventeranno o se daranno vita a un album.

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

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