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Conosco ancora i vostri sogni. L’intervista a Max Pezzali

Era nostalgico già a 20 anni. Oggi, dopo 7 milioni di dischi venduti e un tour per tutta Italia, è contento di vivere nel presente

Max Pezzali: total look Z ZEGNA; Spiderman: total look DSQUARED²

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È il 1989. Jovanotti non è ancora “Lorenzo” ma è già un idolo teen, e ogni sabato pomeriggio presenta dalla discoteca “Rolling Stone” di Milano il programma musicale 1, 2, 3… Jovanotti. In una puntata, annuncia la Walkie Cup Competition, una gara tra “gente che fa spettacolo”, e i primi partecipanti sono due ragazzi di Pavia, i Pop. Il pezzo che portano è un rap in inglese che s’intitola Live in the Music e, mentre Jovanotti aizza la folla, i due ragazzi si rimbalzano le strofe molleggiando. Sono Mauro Repetto, con una giacca Varsity rossa e jeans bianchi, e Max Pezzali, con chiodo di pelle e pantaloni mimetici bianchi e neri. Questo è considerato dai fan il debutto degli 883, ed è disponibile su YouTube. «Abbiamo scomodato i servizi segreti israeliani per eliminare ogni singolo feed di quel video», dice oggi ridendo Pezzali, a 26 anni e 12 album (tra 883 e carriera solista) di distanza. Ma questo video è piuttosto significativo per capire l’evoluzione di Pezzali: mentre Jovanotti dall’89 ha cambiato look, stili musicali e il suo percepito è molto lontano da quei tempi, Max sembra rimasto lo stesso ragazzo di allora – tolto l’inglese e il panta mimetico. «Il mio immaginario è rimasto quello, e il mio modo di raccontarlo anche. Nonostante abbia girato il mondo, il mio punto di osservazione è sempre casa mia, la mia città, ed è da lì che riesco ad approcciarmi meglio alla realtà. Ma mi rendo conto di essere un rivoluzionario conservatore: mi piacciono le rivoluzioni, ma quelle di una volta».

Non c’è stato bisogno di forzare la mano per farlo parlare di uno dei sentimenti cardine di tutta la sua produzione artistica: la nostalgia. A un ascolto ragionato della sua discografia – difficile da fare al primo colpo se il disco d’esordio degli 883 esce quando hai 6 anni – si nota che tutti gli album hanno riferimenti a infanzie felici, epoche spensierate, anni d’oro. Il singolo Gli anni, forse la canzone italiana più nostalgica prodotta dagli anni ’90 a oggi, è stato scritto da Max quando aveva solo 25 anni. «Avevo un’afflizione per il tempo perduto all’età sbagliata. Quando avevo 17 anni rimpiangevo i 14. Credo sia dovuto al luogo da cui provengo: noi della Bassa Padana siamo cresciuti nel grigio, nella nebbia che non ti permette di guardare oltre. Non ci esaltiamo se le cose vanno bene e non ci struggiamo se vanno male, tutto è ammantato dalla malinconia». Eppure è sempre da Pavia che parte l’osservazione della vita quotidiana, e se una volta scriveva delle sue due discoteche e 106 farmacie in Con un deca, oggi scrive di centri estetici e Big Mac in L’astronave madre, tratta dal suo ultimo lavoro Astronave Max uscito a giugno.

Total look: Salvatore Ferragamo. Scarpe: Vans

Total look: Salvatore Ferragamo. Scarpe: Vans

Si può dire tutto della produzione di Pezzali durante e dopo gli 883, ma non si può negare un radicamento quasi unico con la realtà e un uso di termini che sembrano proibiti dalla musica pop italiana, tutta “cuore” e “amore”. In questo c’è l’influenza dell’hip hop: «I Public Enemy parlavano della Oldsmobile 98, un modello preciso di macchina, non erano generici. E se mi dai un dettaglio, mi butti subito dentro l’azione. Quando ho iniziato, nella musica italiana c’era il vizio di stare il più vaghi possibile, perché la realtà era poco poetica. Io avevo bisogno di realtà». È questa realtà che rende l’ascolto dei brani della sua produzione ancora così emotivo – non è solo nostalgia, è la precisione chirurgica con cui descrive modalità e luoghi comuni a tutti.

Avevo un’afflizione per il tempo perduto all’età sbagliata. Quando avevo 17 anni rimpiangevo i 14

In realtà è quasi impossibile giudicare in maniera non emotiva gli 883, almeno per me che ho imparato Hanno ucciso l’uomo ragno per il saggio di prima elementare nel 1993. Questo brano è diventato uno standard della musica italiana, tanto che anche il figlio di Max l’ha dovuta imparare all’asilo: «Per lui è come Twinkle Twinkle Little Star, non si capacita che sia una canzone con un autore ben preciso. L’ha imparata come s’impara Fra’ Martino Campanaro». Sono certa comunque di non essere l’unica a essere poco obiettiva: ho visto uno dei pubblici più snob di Milano andare in brodo di giuggiole durante un suo dj set (musica rap dal 1985 al ’95, la sua unica esperienza da dj) organizzato alla serata Brutto Posse. Pezzali sa bene l’effetto che gli 883 hanno avuto sulla generazione che ora ha tra i 25 e i 35 anni – che nel brano Generazioni dell’ultimo disco definisce “Chiuse tra il passato che non vuole andarsene / e il nuovo che avanza”: «Non sono completamente nativi digitali, e hanno avuto un assaggio del mondo del passato, ma senza trovare quello di cui hanno sentito parlare – il posto fisso, la meritocrazia. Hanno una sorta di romanticismo ingenuo rispetto a quello che raccontavamo, perché siamo stati l’ultimo baluardo di un vecchio mondo».

Smoking: DSQUARED²

Smoking: DSQUARED²

Ma dopo quasi trent’anni di carriera, continui concerti sold-out, tante cover band quante quelle di Vasco, e l’aver definito un decennio del pop senza mai un cedimento, come fa a sapere che il colletto bianco medio sogna il chiringuito in spiaggia, come canta nell’ultimo singolo È venerdì? «Io sono sempre in registrazione, ogni volta che parlo con qualcuno segno quello che dice. E tanta gente parla di aprirsi un chiringuito, di trasferirsi in Costa Rica, è la nuova via di fuga per evitare di cadere nella depressione». Non è l’unica volta che Max Pezzali fa riferimenti a disturbi mentali mentre parliamo, non si fa problemi a dire che i cantautori siano «cervelli rubati alla psichiatria d’urgenza» e che entrare in studio e comporre sia un buon modo per non arrivare a essere «borderline»: «Ti permette di dare un ordine al caos usando alcune routine: settare il mixer, accendere la tastiera…». Non ci si immagina tanta autoanalisi dal cantante che si è fatto tirare in mezzo dalla nuova generazione di rapper così come dai nuovi cantautori indie, che si lascia fotografare di fianco all’Uomo Ragno senza battere ciglio e non dice no a nessuno che gli chieda un selfie. Max Pezzali è il nostro Dave Grohl: è diventato famoso negli anni ’90, da quando ha iniziato non ha mai avuto un momento di decadenza e, nonostante il successo, non sembra mai tirarsela.

È un errore credere che si stesse meglio nel passato, la memoria ha il vantaggio di cancellare le cose negative

«Dave Grohl è un mito per me, è uno degli ultimi profeti del rock, perché si vede che ancora si diverte. Molti fanno questo lavoro perché devono soddisfare un’esigenza del proprio ego, altri lo fanno perché è estremamente divertente – e non è detto che domani ti venga data la stessa opportunità. Quando Grohl fece il disco con tutti i suoi idoli si capiva che era ancora un fan, che vedeva la musica come una figata, non un lavoro in cui devi tutelare l’immagine o una purezza artistica. Io mi diverto ancora tantissimo». E il continuo rimando agli 883 non gli pesa affatto: «Non vivo il passato come una colpa da cancellare, per me è un eterno presente». E si vede che nulla è cambiato quando, ascoltando l’ultimo album, si arriva alla traccia Fallo tu, una versione 2015 di Non me la menare: «È la dimostrazione che le aspettative all’interno della coppia non cambiano con l’età, anzi tendono a incancrenirsi. L’unica cosa che è cambiata da allora è che ho capito che bisogna armarsi di tanta pazienza, ora tollero cose che a 20 anni mi avrebbero mandato su tutte le furie». Alla fine, il passato non sembra così bello come dovrebbe raccontarlo un nostalgico e la provincia degli anni ’90 – sempre dall’ascolto ragionato dei suoi brani – è tutto fuorché una figata: «C’era un senso di inadeguatezza enorme, anche allora non sapevi cosa avresti fatto della tua vita. È un errore credere che si stesse meglio nel passato, la memoria ha il vantaggio di cancellare le cose negative, ma c’erano molti problemi».

La nostalgia non è fatta di anni, piuttosto è fatta di luoghi radicati nella provincia, pavese ma non solo, da cui non bisogna separarsi per non perdere l’identità. Come il bar dei vecchi: «Io immagino i bar del futuro dove, invece di parlare della guerra o del boom economico, parleremo dei Sex Pistols e di Joe Strummer, sempre e comunque in dialetto». Forse tra qualche decennio lo sentiremo cantare di cataratte? «Magari di cateteri, il futuro è la minzione assistita».

Questo articolo è stato pubblicato su Rolling Stone di ottobre.
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