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Congratulazioni, dottoressa Smith!

Abbiamo passato tre giorni in compagnia della sacerdotessa del rock, adesso neo-laureata. Ecco cosa ci ha raccontato

Un mese fa l’inaugurazione della mostra Higher learning, poi la laurea ad honorem, il concerto e—finalmente—l’incontro con lei: Patti Smith. Ecco la cronaca della tre giorni che Parma ha dedicato all’icona del rock e figura chiave della cultura contemporanea: cantautrice, poetessa, scrittrice, artista, fotografa con un fortissimo legame con l’Italia.
Un avvertimento: il diario contiene molte dichiarazioni, perché quando hai davanti la sacerdotessa della musica non puoi che far parlare lei.

Giorno 1: Congratulazioni, dottoressa Smith! 

PARMA, 3 maggio: Loris Borghi, rettore dell’Università di Parma, ha conferito la Laurea Magistrale in Lettere Classiche e Moderne a Patti Smith. Foto Roberto Serra – Iguana Press/Getty Images

The people have the power/The people have the power”. Prima Patti Smith declama il suo brano-simbolo durante la lectio doctoralis. Poi ne sottolinea il significato assediata dai giornalisti, subito dopo la consegna della laurea magistrale ad honorem in “Lettere classiche e moderne” da parte dell’Università degli Studi di Parma: «Sarò sempre convinta che le persone abbiano il potere, è che a volte ci dimentichiamo di usarlo o ne abbiamo paura. In tempi in cui governi e corporazioni sono così interconnessi è difficile combattere contro mali come la distruzione dell’ambiente e l’esclusione ma se ci unissimo al di là dei nazionalismi, formeremmo il più grande movimento globale mai visto. Oltre le ideologie, i confini e la religione: solo persone che vogliono aria e acqua pulita per il futuro dei propri figli». Già, Patti non ha perso un grammo del suo smalto e non riesce a trovare le parole solo quando le viene chiesto un commento sul riconoscimento accademico, il primo che le viene conferito in Europa e che sottolinea la sua matrice letteraria: «Sono senza parole. L’unica che posso usare è: felice».

Ma partiamo dall’inizio. Completo pantalone nero d’ordinanza e le immancabili trecce a raccogliere i capelli ai lati del viso, la sacerdotessa del rock è salita sul palco dell’Auditorium Paganini e più che a una lezione ha dato vita a una vera e propria performance poetica e spirituale.
«È il giorno di Patti Smith come autrice e come lettrice, una vera figura della World Literature contemporanea» ha affermato il rettore Loris Borghi, spezzando anche la formalità con un «cara Patti» che ha strappato più di un sorriso alla cantautrice. Poi la consegna del tocco e della toga. E il volto ascetico che si illumina.

Vivrò talmente a lungo che la New York Library sarà costretta a darmi il bastone da passeggio di Virginia Woolf. Ne farei tesoro per lei

Tocca a lei: ogni frase che esce dalla sua bocca sembra il verso di una preghiera laica, intervallata da spezzoni del documentario Patti Smith: Dream of Life di Steven Sebring. «Ho sempre amato i libri: sognavo di frequentare una grande università, ma venivo da una famiglia povera». Cita Thomas Mann, Pinocchio, Sant’ Agostino, L’Alchimista e recita la toccante Footnote to Howl di Allen Ginsberg:«Santo! Santo! Santo! … Santa Parma!» accenna e quando i colpi di tosse le rompono la voce «Santa la tosse!». Risate e standing ovation.

«”Perché diavolo siamo invecchiati così tanto?” Chiedo alle mie giunture, ai miei capelli color ferro. Forse vivrò talmente a lungo che la New York Library sarà costretta a darmi il bastone da passeggio di Virginia Woolf. Ne farei tesoro per lei, e per i sassi nelle sue tasche. Ma continuerei ugualmente a vivere, rifiutando di consegnare la penna».

Giorno 2: Rock the theatre

Patti Smith in concerto al Teatro Regio di Parma. Foto Roberto Serra -Iguana Press/Redferns

Ore 21.05. Il Teatro Regio è strapieno, le generazioni si mescolano e non potrebbe essere altrimenti perché Patti Smith è un’icona. Arriva puntualissima sul palco e attacca subito senza tanti convenevoli con una ballata, la dolce Wings. Il tempo per alzare la temperatura ci sarà, eccome. Alle sue spalle c’è una rock band in piena regola, «una band speciale» come l’ha definita lei stessa, composta dal fidato Tony Shanahan, ma anche dai figli della cantautrice, Jesse Paris e Jackson, e dal nuovo batterista Brian Griffin: «Ho tutta la famiglia qui» scherza. Poi Patti annuncia un brano dall’album Horses, sorride: «Sorry, this is not». E parte Ghost Dance scritta insieme a Lenny Kaye per Easter. Applausi, un «We love you» dal pubblico. Ecco l’arrangiamento reggae e quella «little song from Horses» promessa prima: Redondo Beach. Ma la laurea appena ritirata tiene banco. D’altra parte il tour si chiama Grateful e, prima di imbracciare la chitarra, «Ma non ho avuto una laurea in chitarra», e cantare il brano omonimo, la sacerdotessa si sbottona il gilet: sotto indossa la t-shirt dell’Università di Parma. Il pensiero è ovvio ma non scontato.

Sulle prime note di Dancing Barefoot la platea inizia a battere le mani, Patti avanza sul palco, poi torna dalla band e tocca a My blakean years, dedicata ovviamente «a William Blake, poeta visionario ma anche attivista e a tutti gli artisti non apprezzati nel mondo». In scaletta c’è anche When doves cry di Prince con un bellissimo assolo di Shanahan e un «No more war!» urlato che fa scattare un applauso senza fine. Ma Patti prende di nuovo in mano la chitarra e torna alla letteratura, ad Arthur Rimbaud, al quale dedica Beneath the Southern Cross: «Raise your arms!» e il pubblico obbedisce: «Sentite la vostra forza, la vostra libertà. Voi siete il futuro e il futuro è adesso!».

Inforca gli occhiali e, emozionata, intona Hard Rain di Bob Dylan tenendo sotto il testo per non dimenticare le parole. Altro brano, Pissing in a river, altra riflessione per scuotere le coscienze: «Viviamo in tempi difficili, dobbiamo sacrificarci, anche perdere a volte, ma mai smettere di combattere».
Il meglio deve ancora venire.«Questa per me è una canzone italiana perché l’Italia la tiene nel cuore. L’ho scritta con Bruce Springsteen»: si scatena l’inevitabile esplosione collettiva al ritmo di Because the night, l’inno rock per eccellenza.

Tutto il teatro canta con lei. Ormai siamo agli sgoccioli, purtroppo. Patti esce di scena per qualche minuto ma torna con People have the power: «Io e Fred (il marito Fred “Sonic” Smith , scomparso nel 1994, ndr) abbiamo composto questo pezzo per voi». Metà del pubblico va sotto al palco, batte le mani, accompagna il ritornello. Un’ora e mezza filata di concerto, senza pause. E un’ultima raccomandazione: «Non dimenticatelo, lottate».

Giorno 3: Faccia a faccia

Patti Smith ritratta in compagnia di Bob Dylan

Primo appuntamento: la visita all’archivio-museo universitario della città e alla mostra “Higher learning”, dove Patti Smith ha fatto da guida tra le sue fotografie al ministro Franceschini. Secondo appuntamento: l’incontro con la stampa. «Sono onorata di avervi qui» ha iniziato subito la Smith «In questa stanza ci sono sicuramente giornalisti più intelligenti di quelli che invita Trump, il quale invece preferisce tenere quelli intelligenti fuori. Sto scherzando, ma sono seria». E la stoccata al presidente americano è arrivata in apertura. Sotto con le domande.

Qual è la differenza più grande nel fare arte oggi rispetto agli anni ’70? 
Il mio lavoro si è evoluto, ma il perché lo faccio non è mai cambiato. La motivazione è la cosa che è stata più corrotta oggi. La mia generazione voleva cambiare il mondo, stupire le persone. Nella cultura della celebrità in cui viviamo, grazie anche all’aiuto della tecnologia, prevale quanto si è popolari, su quante copertine di giornali si appare. Se vuoi celebrità, soldi o essere una popstar, va bene: io amo le popstar, mi piace Rihanna. Ma per me questo non è mai stato un obiettivo. Ho sempre sognato di imparare, crescere, fare arte che ispiri la gente. I ragazzi devono concentrarsi sul perché vogliono essere artisti: duro lavoro, esercizio, sacrificio. Se salti questa parte non vivi la gioia del processo.

È possibile creare qualcosa di davvero nuovo? 
T.S. Eliot diceva che ogni generazione deve tradursi per se stessa. Quando ero giovane, negli anni ’60 e ’70, dicevano: il romanzo è morto, la rivoluzione è finita, è stato fatto tutto. E io non potevo crederci perché ero nuova nel mondo. Ci saranno sempre persone con una nuova idea, una nuova visione. Se i giovani decidessero di unirsi attraverso la tecnologia e dare vita al più grande movimento di pace o a favore dell’ambiente mai visto, ci riuscirebbero. Possono fare cose che noi non ci siamo nemmeno sognati. Magari non avranno un Allen Ginsberg o un Pasolini, ma avranno qualcun altro e dobbiamo essere aperti con la mente e con il cuore.

Hai fatto una bellissima apparizione in Song to Song di Malick. Hai mai pensato di scrivere un copione per un film o per una serie tv? So che ti piacciono molto.
Ci sto pensando e sto lavorando ad una serie tv tratta dal mio libro Just kids, che ho scritto su Robert Mapplethorpe. Ho così tante idee e così tanti progetti in mente: quando non riesco a dormire mi faccio un intero film nella testa. Ma penso che nei prossimi anni mi concentrerò sulla scrittura, voglio scrivere più libri.

Quando ero giovane tutti dicevano: il romanzo è morto, la rivoluzione è finita, è stato fatto tutto. E io non potevo crederci. Ci saranno sempre persone con una nuova idea, una nuova visione

Quanto ti ha influenzato la cultura europea?
Quando ero piccola la cultura americana non mi ha mai affascinato molto. Mi attraeva quella europea: la storia e l’architettura, la moda francese e italiana, il cinema. Faccio quasi fatica a spiegarlo perché è davvero una parte di me, come dimostrano anche le mie fotografie. Vengo da un’area rurale del New Jersey, un posto bello in cui crescere ma dove non c’è molta cultura e quindi l’ho scoperta nei libri: leggevo i poeti francesi, vedevo film come La Dolce Vita, guardavo Anna Magnani, Jean-Luc Godard. Amo quello che gli uomini creano, che sia in nome dell’amore, di Dio, di loro stessi. In Europa c’è una cultura più ricca, l’America purtroppo non sempre valorizza la sua storia: musei e altri spazi sono stati distrutti per fare spazio alla Trump Tower e a dei condomini, ci siamo sbarazzati del CBGB. Non c’è molto senso di conservazione. Ma gli USA sono una nazione giovane e nonostante tutto abbiamo dato al mondo John Coltrane, Jackson Pollock, l’RnB.

Qual è la tua concezione di spiritualità?
Per me significa essere in armonia con la natura. Da ragazzina ero molto affascinata dal Cattolicesimo ma non per i dogmi, bensì per l’arte generata dalla Chiesa, è una connessione estetica. Mi affascinano anche i rituali, ho sempre seguito i papi, alcuni più di altri. Abbiamo bisogno di buoni leader: leader spirituali, a scuola, al governo, ma spesso veniamo delusi, perciò se vediamo qualcosa di speciale in personalità come Giovanni Paolo I o II è anche un’energia politica. E poi c’è Papa Francesco che ha un cuore puro e parla in modo così diretto. L’insegnamento di Gesù “Amatevi l’un l’altro” è la cosa importante, il resto non conta.

Spesso ai concerti suoni My generation degli Who: che senso acquisisce oggi?
Da quando ho iniziato a eseguirla ho sempre cambiato le parole, so che agli Who non importa: al posto di “I hope I die before I get old” preferisco “I hope I live until I get old”, perché non voglio morire. Ho avuto molti amici che sono mancati, conosco bene la morte. Quindi canto “I hope I live until I get old” e poi dico alle persone: «Io sono vecchia». Ho 70 anni e vivrò fino a quando ne avrò 110, invecchierò ancora. La vita è bella.

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