Corinne Schwab è probabilmente l’ultima reduce della fase glitterglam di David Bowie, il periodo di Aladdin Sane, Moonage Daydream, dei costumi sgargianti, delle guardie del corpo gigantesche, dell’ex manager Tony De Fries e dell’aura misteriosa da stanzetta sul retro del Max’s Kansas City. Nei tre anni in cui è stata sua segretaria, Corinne ha visto Bowie lavorare con intelligenza alla mossa più difficile della sua carriera: il passaggio da rocker déco e di culto a grande star del cinema e della musica, intrattenitore per un pubblico vasto. «Voglio essere una figura alla Frank Sinatra», dice lui, «e ci riuscirò».
Corinne spinge il carrello della spesa in un supermercato a Hollywood, a soli tre isolati da dove David sta lavorando al nuovo LP Station to Station. Non ha dubbi sul fatto che Bowie finisca per raggiungere gli obiettivi che si prefigge. Per come la vede lei, ha un solo problema. «Devo riuscire a fare ingrassare un po’ quel ragazzo», sospira mettendo il latte nel carrello.
Bowie è appena tornato ai Cherokee Studios dopo tre mesi senza vizi trascorsi nel New Mexico, dove ha recitato nel film di Nicolas Roeg L’uomo che cadde sulla Terra. È raggiante per l’esperienza e, assicura Corinne, in grandissima forma. È rilassato e quasi non lo si nota mentre gira per lo studio e dirige i musicisti (Carlos Alomar ed Earl Slick alle chitarre, George Murray al basso, Dennis Davis alla batteria) che stanno incidendo le sue canzoni. È un Bowie diverso da quello di sei mesi fa, ma ovviamente da lui ci si aspetta cambiamenti totali di personalità. «Mi piace», scherzava qualche mese prima, «sono una fabbrica di personaggi».
In effetti è qualunque cosa si voglia che sia in un dato momento: un truffatore paranoico, un opportunista arrogante, un attore versatile, un gentiluomo, forse persino un genio. D’altronde ci aveva avvisato fin dal principio: «Non aspettatevi di trovare il vero me… il David Jones sotto tutto questo».
Maggio 1975. Sono le 4 del mattino a Hollywood e David Bowie è pieno d’energia. Si agita, infila e sfila nervosamente una sigaretta dalle labbra, rimbalza leggero su uno sgabello dietro il banco di controllo di uno studio improvvisato e fissa la persona che è dall’altra parte del vetro: Iggy Pop.
Bowie ha passato le ultime nove ore a comporre, produrre e suonare ogni strumento che compone la base musicale ed è finalmente ora che Pop faccia la sua parte. Dopotutto, stanno registrando una demo di Iggy. Bowie preme un pulsante e parte una strumentale minacciosa, simile a una marcia funebre. Iggy, a torso nudo, ascolta attentamente per un momento, poi si avvicina al microfono. Non ha preparato alcun testo, lo improvvisa ringhiando:
You go out at night from your 60 dollar single down in West Hollywood
With your ripped off clothes that are bulging at the seams.
I can’t believe that you don’t know you look ugly.
I mean, are you really all that dumb?
I mean, I don’t want you to be that dumb, you know.
But you are.
You’re just dumb. Straight out of the cradle and into the hole with you.
He begins screaming.
When I walk through the do-wa.
I’m your new breed of who-wa.
We will nooowwwwwwwwww drink to meeeeeeeeeeeeeeeee.
Bowie si mette la mano sul cuore e sorride raggiante manco fosse un padre orgoglioso che guarda il figlio alla recita scolastica. Sussurra pieno di meraviglia che «non lo apprezzano, Iggy. È Lenny fucking Bruce e James Dean. Quando parte con quei suoi flussi di coscienza è impareggiabile. È jazz fatto con le parole».
Pop sembra sfinito dalla prestazione, riascolta il pezzo una sola volta e con fare intontito lo proclama «la cosa migliore che abbia mai fatto». Una donna che conosce si materializza, manco fosse arrivata a comando, e lo trascina via afferrandolo per i capelli color platino.
«Vai e fai quello che vuoi», gli grida dietro Bowie, «basta che non sparisci troppo a lungo. Domani abbiamo ancora un sacco di lavoro da fare».
«Non preoccuparti», borbotta Pop, «tanto non mi lascia mai baciarla, mai…».
«Bene, bene», aggiunge David. «Iggy, per favore, mantieniti in salute».
Pop continua a borbottare mentre esce. «Non riesco a credere alla mia pazienza», dice a nessuno in particolare. «Non riesco proprio a credere alla mia pazienza. Non mi lascia nemmeno darle un bacetto…».
Si lascia alle spalle Bowie che ride, in parte per la battuta, ma soprattutto per esserte riuscito a produrre l’improducibile.
Meno di un minuto dopo, a Iggy Pop già non pensa più. Il volto pallido e ossuto di Bowie si è increspato. «Sono molto, molto annoiato», dice. Ma è ancora carico e allora si alza in piedi, passa nella stanza accanto e imbraccia una chitarra elettrica. Ecco Bowie il rocker, e l’immagine è notevole. Sta sotto la luce blu profonda dello studio, vestito come uno strillone trasandato di quelli che si trovavano negli angoli di strada negli anni ’30, e pesta su uno strumento arancione perfettamente abbinato ai capelli che spuntano da sotto il berretto. Per un paio d’ore si muove a velocità vertiginosa. Nel giro di poco scrive e registra una nuova canzone intitolata Movin’ On. Solo tre mesi prima, lui e John Lennon avevano tirato fuori il singolo numero uno in classifica Fame in appena 45 minuti. «Un’altra canzone. È l’ultima cosa di cui ho bisogno. Scrivo un album al mese. Ne ho già due nuovi pronti. Datemi tregua».
Ma è felice. Sono le 7 del mattino e David Bowie è finalmente appagato mentre chiude a chiave lo studio.
Bowie fuori dal Cherokee Recording Studio di Hollywood. Foto: Mark Sullivan/Contour/Getty Images
Al volante di un maggiolone Volkswagen preso in prestito, Bowie non smette di scandagliare le strade mentre affronta il traffico mattutino diretto verso le Hollywood Hills. Si entusiasma per i centri massaggi, per i cartelloni pubblicitari, per i vagabondi barcollanti. «L.A. è il mio museo preferito».
È fuggito da New York in treno (non ama volare) solo cinque giorni fa. Dopo le numerose cause legali, controcause e ingiunzioni legate alla separazione dal manager Tony De Fries e dalla società MainMan, ha cominciato a sentirsi oppresso a New York. Ora vive a casa di Glenn Hughes, il bassista dei Deep Purple. Mentre i Purple sono in tournée, stai lì con Phil, il governante di Hughes. Quando entra in casa, David trova uno sconosciuto, ospite di Phil, ubriaco e mezzo addormentato sul divano.
Bowie tende la mano con cautela. «Ciao, sono David e tu chi sei?». Lo sconosciuto si ridesta di colpo. Sembra proprio uno che si è appena svegliato e si è trovato di fronte David Bowie. Gli stringe la mano con foga. «Sono Jack», dice. «Ehi amico, cazzo, è un piacere enorme conoscerti. Phil m’ha detto che stavi qui anche tu. Adesso dorme… allora, come cazzo va, eh?».
Dopo una rapida colazione passata a schivare domande («Ho sentito che adesso suoni solo soul, ma è vero?»), Bowie spiega con grazia che è in ritardo per un appuntamento. Esce di casa, salta in macchina e urla: «Oh mio Dio, che demente era! Mi ha distrutto i nervi, quell’imbecille! Cristo!». Poi si calma e comincia a sottrarsi con educazione all’intervista che abbiamo programmato, la sua prima da oltre tre anni. Invoca la stanchezza dopo due giorni interi passati senza chiudere occhio. «Magari ti accompagno in albergo e ci vediamo la settimana prossima?». E subito sterza in direzione Beverly Wilshire. «Sai, potrei persino prendere una stanza in hotel per dormire un giorno intero. Nessuno saprà dove sono, nessuno mi disturberà… sì, farò così».
Alla reception, però, scopre che Ron Wood alloggia nella stanza 207 e allora decide di andare a trovare il vecchio amico. Si procura una bottiglia di ottimo champagne e bussa alla porta. Wood si è appena addormentato, ma è comunque felice di vedere Bowie. Spiegano l’uno all’altro che cosa stanno facendo a L.A., poi si mettono ad ascoltare una cassetta del Jeff Beck Group dal vivo al Grande Ballroom di Detroit. Bowie si sdraia sul letto della stanza d’albergo, l’intervista ha inizio. «Allora», chiede, «di cosa vuoi parlare?».
Menziono i problemi legali con la MainMan. Risponde con un tono di voce pacato, controllato. «La rottura si stava preparando da tempo. Nell’ultimo anno e mezzo non provavo alcuna empatia con loro. Credo che non siano riusciti ad accettare quello che volevo fare. Si sono messe in mezzo un sacco di persone che non avevo nemmeno mai incontrato. Ho finito per detestarli e così ho semplicemente detto loro addio. No, ovviamente non è così semplice, ma ho deciso di renderlo tale. Non è un problema. Sopravviverò. Sono tutt’altro che al verde. Sono libero» (contattato negli uffici MainMan di New York, De Fries non ha voluto commentare).
«Non sono mai stato così felice», aggiunge Bowie. «Ho ritrovato la vecchia sensazione tipo “cambierò il mondo”. L’avevo una volta. Una volta ero un grande idealista, ma quando ho visto tutti i miei sforzi fraintesi, sono diventato un vero pessimista. Un maniaco-depressivo. Ora mi sento di nuovo forte dal punto di vista mentale. Probabilmente si sente da Young Americans che sono in un periodo sì. È il primo disco che mi piace davvero dai tempi di Hunky Dory. In buona sostanza, non mi è piaciuta molta della musica che ho fatto negli ultimi anni. Ho dimenticato che non sono un musicista e non lo sono mai stato. Ho sempre voluto fare il regista e così inconsciamente ho messo assieme i due media. Cercavo di inserire concetti cinematografici in una messa in scena audio. Non ha funzionato».
Bowie ha firmato i contratti per il debutto cinematografico in L’uomo che cadde sulla Terra. Non che il regista Nicolas Roeg (Far From the Madding Crowd, L’inizio del cammino, A Venezia… un dicembre rosso shocking e Sadismo) abbia avuto vita facile nello scritturarlo. A David non piaceva la sceneggiatura che gli era stata inviata, ma è rimasto colpito dal fatto che Roeg lo ha aspettato per otto ore dopo che si era dimenticato di avergli dato appuntamento. I due hanno chiacchierato per altre otto ore, fino al pomeriggio successivo e il regista ha conquistato Bowie. «Non ci ho messo molto a rendermi conto che quell’uomo era un genio. Ha un livello di comprensione dell’arte totale. Ero, e sono tuttora, in soggezione di fronte a Roeg. Pura soggezione». Ciononostante, alcune parti della sceneggiatura sono state riscritte.
Prima di cadere sulla Terra, Bowie era pronto, così pare, per recitare con Elizabeth Taylor in Il giardino della felicità. «Questa cosa io non l’ho mai detta», ribatte, «l’ha detta Elizabeth Taylor. È stata un’idea sua farmi fare il film, però poi ho letto la sceneggiatura ed era molto arida. Voglio dire, lei era gentile e tutto il resto, anche se non ho avuto grandi occasioni di conoscerla sul serio. Mi ha detto che le ricordavo James Dean e questo mi ha reso simpatico ai suoi occhi, ma la sceneggiatura era… noiosa. I miei film sono più importanti, comunque».
Bowie scrive sceneggiature e soggetti con voracità fin dal tour di Diamond Dogs. Il suo primo copione completato è Dogs, un film che dovrebbe avere come protagonisti Terence Stamp e Iggy Pop, se mai Bowie riuscisse a metterlo in piedi. La composizione del cast lo diverte. «Terence farà la parte del padre di Iggy», ridacchia. «Non è adorabile? Non vedo l’ora di dirigerlo. Credo che gli attori di maggior talento oggi vengano dal rock. Iggy non avrebbe mai dovuto essere un cantante rock, è un attore. Dave Johansen è un attore. La rinascita del cinema arriverà dal rock. Non grazie ad esso, ma nonostante esso. Te lo dico, io non ho niente a che fare con la musica. Ho sempre interpretato o recitato ruoli nelle canzoni».
Ron Wood, che ha ascoltato in silenzio fino a quel momento, si anima.
«E allora perché hai cominciato a fare rock’n’roll?» chiede.
«Il rock è un mezzo molto accessibile per gli artisti giovani, non trovi? Mi piace la musica, ma non è affatto la mia vita. Voglio dire, prima ero un pittore, ma come pittore non ci guadagnavo da vivere. Così sono entrato nel mondo della pubblicità ed è stato orribile. Quella è stata la cosa peggiore. Ne sono uscito e ho provato col rock perché sembrava un bel modo di guadagnarmi da vivere e di prendermi quattro o cinque anni per decidere cosa volevo davvero fare. Non ho certo l’ideale romantico di morire di fame pur di essere un artista».
«Come me», sogghigna Wood. «Altrimenti saremmo ancora entrambi all’accademia d’arte, eh?».
«Esattamente».
Assicuratosi che Wood sia interessato ad ascoltarlo, Bowie si lancia in un monologo. «È interessante com’è iniziato tutto. Quando ho fatto Aladdin Sane avevo un pubblico di culto in Inghilterra, grazie a Hunky Dory. Credo che per curiosità abbia cominciato a chiedermi cosa vuol dire essere una rockstar. Così, in sostanza, ho scritto una sceneggiatura e l’ho messa in scena come Ziggy Stardust, sul palco e su disco. Lo dico sul serio quando affermo che non mi piacevano tutti quegli album, Aladdin Sane, Pin Ups, Diamond Dogs, David Live. Non è una questione di piacere o meno, ma di “funzionano o no?”. Sì, funzionavano. Tenevano in piedi il viaggio. Ora. Ho chiuso col rock. Finito. Ho già rockato il mio roll. È stato divertente finché è durato, ma non lo rifarò».
Si può dunque presumere che Bowie stia chiedendo di non essere più considerato il Glitter Rock King? Sembra offeso dall’idea. «Assolutamente no. Sono molto orgoglioso di quell’etichetta. È quello che il pubblico ha fatto di me ed è quello che sono. Chi sono io per metterlo in discussione? Sono il re del glitter rock, no, Ron?».
«Il re regnante».
Wood va alla scrivania e scarabocchia qualcosa. «Non mi piace dare etichette alle persone», ride sguaiato, «ma ecco. Per il re». Consegna a Bowie un cartellino con su un prezzo, 15 dollari. Sul retro ha scritto “King of Glitter Rock”.
«Quindici dollari!» commenta Bowie impassibile. «Be’, immagino che il glitter rock sia sempre stato roba a buon mercato».
Si ride per un minuto intero, poi Bowie all’improvviso diventa nervoso e paranoico. «Continuo a perdere il filo». Ammette di essere stanco. «Il mio pensiero è frammentato, per usare un eufemismo. Da un po’ di tempo devo rimaneggiare quello che scrivo per riuscire a dare al tutto una forma coerente. Quello che scrivo non ha molto senso… francamente mi sorprende che Young Americans sia andato così bene. Davvero, onestamente, non so per quanto tempo ancora i miei album venderanno. Credo che diventeranno sempre più diversi, estremi e radicali, insieme alla mia scrittura. E davvero non me ne frega un cazzo…».
Alla fine Bowie si inchina: «Potrei fare una piccola pausa? Non posso andare avanti così. Stare seduto qui a parlare… mi sfinisce».
Foto: Michael Ochs Archives/Getty Images
Giugno 1975. David è seduto a gambe incrociate contro il muro in una stanzetta illuminata da candele e piena di libri. Un cappello di paglia è inclinato con noncuranza su un occhio. Sopra la sua testa c’è la foto di copertina incorniciata di Aladdin Sane, che crea un bel contrasto. È uno dei suoi stratagemmi preferiti: mettere in scena non solo pose, ma interi ritratti.
Sono passate tre settimane dal nostro ultimo incontro e si è trasferito dalla casa di Hughes a quella, più centrale a Hollywood, dell’avvocato ed ex booking agent Michael Lippman. Bowie e Iggy non sono mai tornati in studio. Pop non si è più presentato in studio perché ha dormito tropppo. Ha chiamato ubriaco diverse notti dopo e quando Bowie gli ha detto «vai via», intendendo «attacca», Iggy lo ha fatto davvero. È sparito. «Spero non sia morto», dice Bowie, «Iggy non è un bello spettacolo».
Bowie annuncia di avere un nuovo progetto: la sua autobiografia. «Non ho ancora letto un’autobiografia di una rockstar che avesse lo stesso grado di presunzione e arroganza del rock’n’roll. Così ho deciso di scrivere la mia autobiografia come stile di vita. Magari una serie di libri. Sono così incredibilmente metodico e potrei catalogare ogni sezione e farne una cazzo di enciclopedia. Capisci cosa voglio dire? David Bowie come microcosmo di tutta la materia esistente».
Se il primo capitolo è indicativo del resto dell’opera, The Return of the Thin White Duke racconta molto più della mente frammentata di Bowie che della sua vita. Contiene una serie di autoritratti abbozzati e di episodi isolati, apparentemente collegati tra loro in modo casuale, probabilmente col cut-up. Nonostante l’entusiasmo di David, sospetto che il progetto non possa realizzarsi vista la sua soglia di attenzione ridotta. Ma è una buona idea. A 29 anni, la vita di Bowie è già materiale perfetto per un’autobiografia.
Figlio dell’addetto stampa di un orfanotrofio, David Jones è cresciuto nei quartieri duri a sud di Londra. Un pugno in una rissa gli ha paralizzato la pupilla sinistra. Oggi, visto da una certa angolazione, sembra una biglia di vetro. Alcune operazioni agli occhi lo hanno costretto a letto per gran parte del suo sedicesimo anno di vita. In quel periodo d’immobilità il fratello Terry, più grande di sei anni, è stato internato in un istituto psichiatrico. È stato allora, ricorda, che ha iniziato a porre le basi per il personaggio di David Bowie.
«Chi lo sa? Forse sono pazzo anch’io, è una cosa di famiglia, ma ho sempre avuto un bisogno quasi repellente di essere qualcosa di più che umano. Mi sentivo parecchio, ma parecchio insignificante come essere umano. Pensavo: “Fanculo. Voglio essere un superuomo”. Credo di aver capito molto presto che l’uomo non è un meccanismo particolarmente intelligente. Volevo migliorarmi. Ho sempre pensato di dover cambiare di continuo… So per certo che la mia personalità di adesso è totalmente diversa da quella di allora. Ho guardato i miei pensieri, il mio aspetto, le mie espressioni, i miei modi e le mie idiosincrasie e non mi piacevano. Così mi sono smontato pezzo per pezzo, ho buttato via delle cose e le ho sostituite con una personalità completamente nuova. Quando sentivo qualcuno dire qualcosa di intelligente, lo usavo come se fosse mio. Quando vedevo una qualità in qualcuno che mi piaceva, la prendevo in prestito. Lo faccio ancora. Sempre. È come un’auto, amico: si sostituiscono i pezzi». Bowie ha imparato ad applicare questa teoria alla musica. «Se fossi stato un pensatore originale, non sarei mai finito nel rock. Non c’è modo di dire qualcosa di nuovo».
Ricorda il periodo in cui era un mod alla moda, fino alla fine dell’adolescenza. «Non sono mai stato un figlio dei fiori. Guarda che fine hanno fatto con tutto il loro amore e la loro pace. Sono cresciuti fino a diventare l’Esercito di Liberazione Simbionese che rapisce Patty Hearst e robe del genere. Mi ero avvicinato alla meditazione anni prima che diventasse di moda, grazie a Kerouac e Ferlinghetti. All’inizio pensavo che mi interesse tornare ai beat e quando sono arrivati gli hippy con tutte quelle strane tinte psichedeliche e cose così, mi è sembrato tutto ingenuo e sbagliato. Non c’era spina dorsale. Odio le cose deboli. Non sopporto la debolezza. Avrei voluto prendere a pugni chiunque indossasse collane di perline».
«Non sono mai stato un fan degli acidi. Li ho presi tre o quattro volte, ma la mia immaginazione è già ricca di per sé. L’erba non mi ha mai interessato. Per un periodo ho fumato hashish, ma mai marijuana. Suppongo che le droghe abbiano fatto parte della mia vita negli ultimi dieci anni, ma niente di particolarmente pesante… Ho avuto brevi flirt con l’eroina e simili, ma solo per il fascino, per il mistero. Mi piacciono le droghe veloci. Detesto tutto ciò che mi rallenta».
Quando David ha conosciuto la moglie Angela aveva già mollato il liceo e cambiato nome, e aveva già suonato con alcuni gruppi pop. Lei era la fidanzata di un talent scout della Mercury Records che si era rifiutato di metterlo sotto contratto. In qualche modo, però, Angela è riuscita a muovere i fili giusti e David ha ottenuto un contratto con l’etichetta. Nel giro di pochi mesi è arrivato anche il primo successo con il singolo Space Oddity.
«L’ho sposata» dice David «perché era una delle pochissime donne con cui sono stato in grado di vivere per più di una settimana. Non ci siamo mai soffocati a vicenda. Ci siamo sempre mossi liberamente. No, non credo che ci siamo innamorati. Non sono mai stato innamorato, grazie a Dio. L’amore è una malattia che porta gelosia, ansia e rabbia brutale. Tutto fuorché l’amore. È un po’ come il cristianesimo. Non è mai successo, a me e a Angie. Lei è una persona straordinariamente piacevole a cui tornare, e per me lo sarà sempre. Voglio dire, non c’è nessun’altra… A volte sono molto esigente. Non fisicamente, ma mentalmente. Sono intensissimo in tutto ciò che faccio. Spavento la maggior parte delle persone con cui vivo».
Nel 1971 i Bowie hanno avuto un figlio, Zowie. Avere un bambino, racconta, «ha appagato il mio ego. Credo che Zowie sia un sopravvissuto. È chiaramente una persona indipendente, per scelta propria, a quanto pare. E mi viene naturale pensarlo non come mio o di Angie, ma come direbbe Gibran, come una piccola pianta. Non mi sento particolarmente paterno nei suoi confronti».
Bowie afferma con decisione di essere ancora – e di essere sempre stato – bisessuale. E non nega affatto di aver sfruttato il potenziale mediatico della cosa. «Ricordo la prima volta che la notizia è uscita. Qualcuno in un’intervista mi ha chiesto se avessi mai avuto un’esperienza gay. “Sì, certo, sono bisessuale”. Il tipo non capiva cosa intendevo dire. Mi guardava inorridito, come a dire: “Oddio, questo vuol dire che ha un cazzo e una fica”. Non avevo idea che la mia sessualità sarebbe diventata pubblica. Era solo una battuta detta sul momento. Probabilmente la cosa migliore che abbia mai detto».
Torna poi sul tema dell’autobiografia: «Non è che io abbia chissà cosa da dire. Si tratta piuttosto di calare questa estetica anti-stile sulla gente e farla innervosire. “Ma chi cazzo è Bowie per pensare di meritare un’enciclopedia?”. Il punto, però, non è cosa metti sulla tela, ma perché lo fai. È come per Andy Warhol: non è importante che abbia dipinto una lattina di zuppa Campbell, ma che tipo di uomo dipinge una lattina di zuppa Campbell. È questo che irrita la gente. Questa è la premessa dell’anti-stile. E l’anti-stile è la premessa dietro di me».
«Mi considero già responsabile della nascita di una nuova scuola di pretenziosità. Davvero. Lo dico sul serio. L’unica cosa che sembra ancora scioccare qualcuno è ciò che è pretenzioso, o kitsch. Se non porti le cose all’estremo, nessuno ti crede o ti presta attenzione. Devi colpirli in testa, la pretenziosità funziona. Sciocca ancora come Dylan dieci anni fa».
All’improvviso, perché con lui accade sempre tutto all’improvviso, David balza in piedi e corre verso una grande finestra. Crede di aver visto un corpo cadere dal cielo. «Devo farlo», dice, abbassando la tenda. All’interno è stata disegnata grossolanamente una stella con una penna a sfera; sotto c’è la parola “Aum”. Bowie accende una candela nera sul comò e la spegne subito, lasciando che un filo di fumo salga lentamente. «Non spaventarti troppo. È solo una protezione. Ho avuto qualche problema coi vicini».
Foto: Dagmar/Michael Ochs Archives/Getty Images
Qualcosa ha risvegliato un altro David Bowie: il teorico dell’apocalisse che si trova in dischi come Ziggy e Diamond Dogs. «Credo che siamo prossimi a una rinascita della consapevolezza di Dio. Non una roba sdolcinata da figli dei fiori, ma una consapevolezza molto medievale, maschile, con la mano ferma, che torni a rimettere il mondo a posto. È una sensazione che sento sempre più forte. Il rock’n’roll ultimamente mi sta deprimendo. Poterebbe seriamente diventare un immobile e sterile mezzo fascista che sputa propaganda su ogni mezzo possibile. Governa e impone un livello di pensiero e di chiarezza intellettuale che non potrai mai superare. Non hai più nessuna possibilità di sentire Beethoven alla radio. Devi ascoltare gli O’Jays. Attenzione, la disco è fantastica: grazie alla disco ho avuto la mia prima numero uno (Fame). Ma è una via di fuga, è il soma musicale. Anche il rock lo è: ti occupa e ti distrugge allo stesso modo. Fa entrare elementi ombre che non credo siano necessarie. Il rock è sempre stata la musica del diavolo. Non mi convincerete mai del contrario».
Scendendo sul concreto: Mick Jagger è malvagio? «Mick in sé? Oh, Signore, no. Non è diverso da Elton John, che rappresenta la regina. No, non penso affatto che Mick sia malvagio. Rappresenta una forma di male innocuo, borghese, che si può accettare con una scrollata di spalle. Ho questa idea che il rock non vada ipertrofizzato. Io ho fatto la mia parte con Ziggy, ho fatto esplodere tutto e fine. Quando l’artista e la canzone sono nuovi, enigmatici, allora funzionano, allora sono forti. Ma quando diventano familiari e comprensibili, non sono più rock’n’roll. Non mi ha sorpreso affatto che Aladdin Sane abbia rappresentato una svolta per la mia carriera. Ho confezionato una rockstar di plastica totalmente credibile, molto meglio di qualsiasi costruzione alla Monkees. La mia rockstar di plastica era più plasticosa di tutte le altre».
«Ci sono cascato anch’io, con Ziggy. Era facilissimo rimanere ossessionati da quel personaggio. Sono diventato Ziggy Stardust. David Bowie è sparito. Tutti mi convincevano che ero un messia, soprattutto durante il primo tour americano. Mi sono perso completamente nella fantasia. Avrei potuto essere Hitler in Inghilterra. Non sarebbe stato difficile. I concerti erano diventati così spaventosi che persino i giornali dicevano: “Questo non è rock, è Hitler! Bisogna fare qualcosa!”. E avevano ragione. Era terrificante. Anzi, mi chiedo… credo che sarei stato un ottimo Hitler. Un eccellente dittatore. Molto eccentrico e piuttosto folle».
«Qualche giorno fa pensavo che, quando mi sarò stufato del cinema e avrò fatto troppe mostre delle mie pitture e sculture, potrei diventare primo ministro dell’Inghilterra. Non mi dispiacerebbe neanche essere il primo presidente inglese degli Stati Uniti. Sono sufficientemente di destra. Pensi che Jerry scambierebbe il posto con me? Sarebbe delizioso, no?».
Bowie si accendendo una Rothmans dopo l’altra e riversa parole e concetti senza preoccuparsi delle conseguenze. Il suo unico obiettivo è l’impatto. Lo shock. L’effetto. «Ascolta, dico sul serio. Guiderei io questo Paese, la renderei una grande nazione. Non posso esistere serenamente, fare dischi e stare al sicuro dove ogni cosa è deprimente… Tutti a piagnucolare sullo stato delle cose. E allora che faccio? Me ne sto seduto ad aspettare che qualcun altro sistemi tutto? Col cazzo. Le masse sono stupide. Basta guardare i leader culturali di oggi. Una volta erano Humphrey Bogart, James Dean e Elvis Presley. Ora sono Robert Redford e John Denver… e questi dovrebbero essere i decadenti anni ’70. Non promette bene per l’America. Permettono a persone come me di calpestare il loro Paese».
«Ho questo sogno: vorrei condurre un programma televisivo via satellite e invitare tutte le più grandi band su un unico palco. Poi entrerei con una gigantesca carriola piena di mitragliatrici e chiederei: “Allora, quanti di voi faranno davvero qualcosa? Quanti prenderanno un’arma e quanti si aggrapperanno alle loro chitarre?”».
Prima che possa riprendere il filo, viene spontaneo chiedergli se prende sul serio i suoi sfoghi. Risponde con uno sbuffo impaziente, come a dire: quanto tempo vi servirà ancora, poveri mortali, per capire? «Devo portare fino in fondo la mia convinzione che l’artista è anche il mezzo. L’unico modo in cui posso essere abrasivo come persona è essere dannatamente arrogante e diretto nel mio punto di vista. E posso farlo solo credendoci sinceramente. E io ci credo. Credo davvero a tutto quello che ho detto. Credo che il rock sia pericoloso. Potrebbe benissimo generare qualcosa di molto malvagio in Occidente. Io voglio governare il mondo. C’è sempre un movimento tipo pendolo, giusto? Abbiamo avuto l’apice con il rock, ora deve andare dall’altra parte. È lì che lo vedo dirigersi: verso un’era oscura. Noi, ragazzini smilzi con il trucco e i vestiti buffi, credo che stiamo solo annunciando qualcosa di ancora più oscuro. Perché non siamo mai stati davvero oscuri. Ci siamo limitati a star ai margini. Lou [Reed] non è malvagio. Iggy non è malvagio. C’è qualcos’altro. Ed è malvagio perché anestetizza la sensibilità delle persone. Guarda i Led Zeppelin. La nostra naturale inclinazione ad esplorare la mente viene repressa. Non mi piace e non approvo il rock’n’roll».
È per questo che ha sciolto il suo gruppo, gli Spiders from Mars. «Ho dato loro più vita di quanta intendessi. E, onestamente, mi stavo anche annoiando. C’è un limite a ciò che puoi fare con una band del genere. Non volevo più avere niente a che fare con quella roba rumorosa. Mi faceva male alle orecchie. E non nutriva la mente. Da allora, il povero Mick [Ronson] ha completamente mancato la sua vocazione. Dalla sua carriera solista zoppicante in poi. Sono rimasto deluso. Avrebbe potuto essere straordinario. Non lo so. Non ci parlo seriamente da anni. Chissà se è cambiato».
Gli si ricorda una frase che Ronson ha detto al Melody Maker: «David ha bisogno di qualcuno che gli dica “vaffanculo, sei uno stupido”, non di persona che si inchini…». Bowie sorride. «Io ho Dio. Mick chi ha?». Poi si fa serio. «Mi ero promesso di non parlare di rock’n’roll e guarda cosa ho fatto. Parliamo d’altro». Sceglie la sua apparizione ai Grammy Awards. «L’hai vista? C’è il video nella stanza accanto, se no. Dovresti davvero guardarla. Dura solo un minuto. Vedi, i Grammy per me sono stati molto significativi. Era come camminare su una fune. In platea c’era soprattutto gente dello show business, di mezza età, borghesi. Dovevo intrattenerli e sembrare solo un altro cantante rock. Io sentivo di essere David Bowie, non un cantante rock. È stato molto strano. Strano, strano, strano».
«Sono pochissimi quelli che sono riusciti a uscire dal rock ed entrare in un altro medium, figuriamoci nel cinema. Io sono determinato a farlo. I media vanno usati. Non devi permettere che usino te, che è quello che sta succedendo alla maggior parte delle rockstar in giro. E per quanto riguarda i tour, credo sinceramente che uccidano la mia arte. Non andrò mai più in tour».
Qualche mese dopo Bowie cambia idea e annuncia che il 2 febbraio darà il via a un tour nordamericano di 34 date. «Frutterà una quantità di denaro oscena, di cui ho disperatamente bisogno per avviare la mia società di produzione mediatica, la Bewlay Bros».
Se la tournée rappresenta un dietrofront per Bowie, la società di produzione è coerente con il suo obiettivo dichiarato di spezzare il “circolo vizioso” dell’essere una star intrappolata nell’industria musicale. «Sono abbastanza ottimista da pensare che, tra tutti i cantanti rock, io abbia più possibilità di scappare. Una persona che ammiro sinceramente è Frank Sinatra. Lui ce l’ha fatta. Odia il gioco dell’industria musicale tanto quanto me. Io mi rifiuto di giocarci. Non ho mai fatto un album capitalizzando il successo di quello precedente. Voglio avere un impatto su me stesso. Preferisco di gran lunga correre rischi piuttosto che stare al sicuro. Come nel film che sto girando: ho tutto contro. Ho un ruolo serio, non musicale. Non canto. E sarò dannatamente bravo. Devo esserlo. Perché se non lo sono, è finita. Un altro cantante rock… che resta un cantante rock. E se deve andare così, voglio uscire di scena come Vince Taylor».
Vince Taylor?
«Sì. È stato l’ispirazione per Ziggy. Vince Taylor era una rockstar americana degli anni ’60 che stava lentamente impazzendo. Alla fine ha liquidato la sua band e una sera è salito sul palco avvolto in un lenzuolo bianco. Ha detto al pubblico di gioire, perché lui era Gesù. Lo hanno rinchiuso».
Bowie si raddrizza, toglie il cappello di paglia e si passa più volte le dita tra i capelli arancioni. «Pensi di riuscire a tirar fuori qualcosa da questa roba?»
