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Con Ele A il rap torna a essere una questione di stile

Viene dal Ticino, è apprezzata da Lovegang126 e Madame, è considerata la next big thing del rap in italiano. È nata nel 2002, ma il suo stile ricorda l'hip hop anni '90, rielaborato in modo contemporaneo

Foto: Elisa Trento

Ascoltando l’EP appena uscito di Ele A, rapper ticinese del 2022, si fa un viaggio con la macchina del tempo, destinazione hip hop vecchia scuola anni ’90. Il suo merito sta nel far suonare tutto questo “fresco”, e l’impressione è di trovarsi di fronte a una tipa consapevole di “fare la sua cosa nella casa” in maniera originale, senza la polvere del vintage.

Per entrare nel suo mondo basta guardare su YouTube il video di Globo: c’è Ele A nel suo quartiere, tra le mure di casa, in cortile, con i nonni, le amiche, il fratello. Una sorta di ritratto hip hop di famiglia che è anche un manifesto indentitario.

«Volevo appunto presentare al mondo il mio globo, le mia identità, le mie esperienze e la mia quotidianità, che è anche il concept di tutto l’EP Globo. È un piccolo ecosistema rappresentato in modo naturale: ho passato tanto tempo della mia vita a Besso, un quartiere di Lugano, dove vivono i miei nonni materni».

Non sono i block di New York di Biggie o Nas – reference più che esplicite nel suo rap – e anche se «Besso è un posto super tranquillo, che in passato è stata una piccola piazza di spaccio» Ele A è interessata di più all’architettura urbana. «Non mi interessa creare un immaginario ghetto, sarebbe un fake». Sicuramente c’è il fascino per un mondo hip hop old school, soprattutto musicalmente: «Ho delle basi jazz e classiche (Eleonora ha suonato per qualche anno il violoncello, nda) e il fatto che il rap old school campionasse dei pezzi iconici con quel mood mi ha avvicinato al genere». E poi «la realness, la fame che si percepisce ascoltando quella musica mi ha davvero colpito».

Le chiedo quanto per lei sia diversa dalla realness della trap, della drill e di altre sonorità più attuali: «Non voglio sbilanciarmi troppo però mi sembra che una volta ci fosse più rispetto per la verità mentre adesso è più diffusa la bugia. Nel rap anni ’90 era necessario essere veri, oggi si è sdoganato il fatto di dire cazzate, l’importante è solo che suonino bene».

Ascoltando il suo flow morbido, polleggiato si diceva una volta, e super cool più che Nas e Biggie vengono in mente A Tribe Called Quest, De La Soul e Digable Planets: «Ho scoperto tardi gli A Tribe Called Quest perché venivano citati da uno dei miei preferiti in assoluto, Mac Miller. Un pezzo che mi ha davvero svoltato è 93 ’Til Infinity di Souls of Mischief. È così che voglio che la mia musica suoni».

Mi dice che anche l’estetica di quegli anni – che non ha vissuto perché non era ancora nata – sta tornando di moda, e i videoclip dei 90s sono tutt’ora i suoi preferiti, tipo Sky’s the Limit di Notorious B.I.G., perché «stilosi, senza tempo, dei classici». Fa strano un aggettivo come stiloso – molto Gen X – in bocca a una ragazza di vent’anni, ma sembra proprio quello giusto per descrivere il suo modo di fare musica. Sono curioso di sapere quanto c’entri il posto da dove viene in tutto questo, perché ho il ricordo di una scena hip hop molto viva nella Svizzera italiana degli anni ’90, tra writer, dj, breakdance anche grazie al potere aggregante della ganja la cui coltivazione e vendita era legale in Svizzera dal 1996 al 2003, favorendo una sorta di turismo della cannetta da tutto il Nord Italia con tutte le connessioni e contaminazioni culturali che ne seguirono.

«Mi hanno raccontato che a Lugano in quel periodo c’era un bel movimento hip hop e, subito dopo, il vuoto. Ho vissuto anni di nulla musicale, e sto iniziando ora a riscoprire il passato rap della mia zona, tipo Lugano Rmx di Metro Stars. Per quanto riguarda la ganja, è vero, l’hip hop si sposa benissimo con questa sostanza, c’è la cultura del chill, del fare le cose in un certo modo, anche il freestyle, e i gruppi come Metro Stars parlano con amarezza della chiusura dei coffee shop».

In Record Deals Ele A dice di star attenti alle promesse a sei zeri dell’industria discografica, di non fidarsi e non seguire i soldi e la fama ma l’immortalità: «Parlo di cose che mi sono successe, ho visto amici e conoscenti firmare contratti discografici e rimanere fregati. Non dico che le etichette facciano schifo, bisogna però essere sicuri dei propri obiettivi, valutare bene tutto».

Per ora lei sta valutando il piano A e il piano B per il suo futuro. Quello B, che sta già accantonando, è una laurea in ingegneria del suono: «Quando una cosa non è concreta e applicabile subito a quello che voglio, tipo studiare, faccio fatica a seguirla». Il piano A è fare musica, e quando le dico che in molti – tra cui la Lovegang nell’intervista per la digital cover di Rolling Stone – la stanno indicando come la next big thing del rap italiano, lei si imbarazza ma fa capire che le piace: «Ricevo tanti messaggi, ma non riesco ancora a realizzare, è tutto molto astratto. Però è un onore che la Lovegang parli di me o che Madame ricondivida un mio pezzo».

Con la posse romana Ele A ha in comune l’idealizzazione di un passato non vissuto, non solo musicalmente, tipo quando nei testi cita il Nokia 3310: «Ci sono dei periodi in cui lo uso, come detox, solo chiamate e messaggi, ma se fosse per me userei solo quello». Ecco, altri punti coolness, da sommare a quelli che verranno, perché – come rappava Speaker Deemo nel 1992, dieci anni prima che Ele A nascesse – l’hip hop è sempre Questione di stile.

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