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Come stanno cambiando i Greta Van Fleet dopo il coming out

Intervista a Josh Kiszka che a giugno ha confessato di amare un uomo. Temeva d’essere massacrato, ha ricevuto «solo amore». Cambia anche il pubblico del gruppo: meno t-shirt dei Led Zeppelin, più paillettes

Foto: Astrida Valigorsky/Getty Images

Josh Kiszka dei Greta Van Fleet non era affatto tranquillo quando a giugno ha fatto coming out. Lo preoccupava la reazione che avrebbe suscitato il post Instagram in cui rivelava d’essere impegnato da otto anni in una “loving, same-sex relationship”. «Sentivo di avere un bersaglio sulla schiena», racconta oggi a Rolling Stone. «È brutto, ma è quel che succede in situazioni del genere».

E invece Kiszka non aveva granché da temere. L’ha capito un mese dopo il coming out quando i Greta Van Fleet hanno dato il via a Nashville al tour di Starcatcher. Il pubblico, assicura chi era presente tra cui il produttore Dave Cobb, ha dimostrato solo amore e sostegno.

«Ho visto solo amore, accettazione e rispetto, e questo m’ha rassicurato sul fatto che le cose si stanno muovendo nella giusta direzione», dice oggi Kiszka. «Mi sono tolto un gran peso dal cuore. Perché tutti vogliono essere in qualche misura capiti, come artisti e come persone».

Nella platea della Bridgestone Arena di Nashville si vedevano sventolare bandiere arcobaleno. Prima del concerto, un gruppo di fan ha distribuito fogli di carta colorati. Illuminati dagli smartphone durante Light My Love, hanno offerto uno spettacolo multicolore. Alla fine della canzone, Kiszka s’è commosso e ha pianto.

«L’hanno pensato, si sono coordinati, l’hanno fatto: che roba. Era impossibile non lasciarsi andare di fronte a una cosa così. Da quella sera, la canzone ha assunto un nuovo significato. Ho detto al pubblico che mi auguro che un giorno le parole che canto, “l’odio legato alla paura si dissolverà”, diventino irrilevanti. E quando dici parole del genere significa che sei al centro di un qualche movimento».

Per il cantante, che è nato nel Michigan, quel movimento a che fare con lo Stato in cui vive, il Tennessee, dove s’è trasferito nel 2020 col fratello e chitarrista Jake, seguiti poco dopo dall’altro fratello, il bassista Sam, e dal batterista Danny Wagner. Kiszka ha preso posizione quando sono state approvate norme statali che, tra le altre cose, colpiscono gli spettacoli delle drag queen e rendono più difficile per le persone transgender l’accesso alla sanità pubblica.

«Di fronte a certe ingiustizie non puoi girarti dall’altra parte. Però non voglio che i ragazzi delle comunità LGBTQIA+ si sentano vittime o che abbiano paura. Di stigma ce n’è già in abbondanza. E quando un legislatore decide chi puoi amare o come ti puoi o non puoi vestire, è un problema non solo per le comunità LGBTQIA+, ma per tutti quanti. È un attacco all’individualità, è una cazzo di distopia».

Jake Kiszka, Josh Kiszka, Danny Wagner, Sam Kiszka. Foto: Jeff Kravitz/Getty Images

L’idea d’incoraggiare e non mortificare l’auto-espressione è al centro di Starcatcher. Nei cinque e passa minuti di Sacred the Thread Kiszka lo esprime attraverso metafore tipo “ho preso il vento in un aquilone di sogni / in un volo di cuciture / come libertà cucita”. I versi hanno spiazzato Cobb.

«Josh è un po’ rockstar e un po’ folksinger», dice il produttore. «Quando ha tirato fuori quel pezzo gli ho chiesto di che diavolo parlasse. “Delle mie tutine”, ha risposto. Cioè, ha scritto una canzone sul suo guardaroba, date un premio a quest’uomo».

Il mantello e le tutine che Kiszka indossa sul palco (a Vogue ha detto di aver perso il conto di quante ne possiede) hanno a che fare con il desiderio di essere sicuri di sé. Il cantante indica lo stile di Elton John e la sfacciataggine di Freddie Mercury dei Queen e Rob Halford dei Judas Priest come punti di riferimento e cita con piacere il commento che un fan sessantenne dei Greta Van Fleet ha postato online dopo il coming out: «Diceva: “Sono gay e la mia vita sarebbe stata decisamente più facile se molti degli eroi di quand’ero ragazzo, tipo Freddie Mercury o Elton John, avessero fatto coming out prima. Mi avrebbe risparmiato un sacco di problemi”».

Quando i Greta Van Fleet hanno cominciato a fare tour nel 2017 il pubblico era piuttosto avanti con gli anni e, a giudicare dalle t-shirt, amava i Led Zeppelin. Ora i fan stanno diventando via via più giovani e indossano sempre meno t-shirt di vecchi gruppi rock e sempre più paillettes e make-up. «La gente si è data il permesso di diventare qualcosa di più grande, di esagerato. Del resto, a chi non piace giocare a travestirsi? È interessante questa evoluzione generazionale».

A Nashville, Cobb ha visto un tipo di comunicazione tra artista e fan che non sperimentava da una vita. «Ho 49 anni e ricordo il tempo in cui il rock era al centro del mondo. Nulla batteva l’esperienza d’andare a vedere Robert Plant e il suo chitarrista suonare certi accordi, era la cosa più figa al mondo. Spiace che la gente non faccia più esperienze del genere, ma se c’è qualcuno in grado di farle rivivere, quelli sono i Greta».

La buona riuscita in classifica di Starcatcher sembra dargli ragione. Negli Stati Uniti l’album è arrivato al numero uno della classifica rock e all’otto di quella generale. Dopo tutto quello che è successo, però, i Greta non sono più solo una band tutta chitarre e pose da divinità del rock. Sono diventati un gruppo con un messaggio inclusivo: tutti sono benvenuti nel grande rock show.

«Una ragazza ha scritto una cosa grandiosa», dice Kiszka a proposito dei commenti al suo coming out. «Diceva: “Faccio parte della comunità LGBTQIA+ e ai concerti dei Greta Van Fleet mi sono sempre sentita a mio agio. Adesso è ancora più chiaro che si tratta di un posto sicuro”. Bello sentirlo».

Da Rolling Stone US.

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