Rolling Stone Italia

Com’è remixare Paul McCartney?

Beck, Dominic Fike e Dev Hynes spiegano come hanno reinterpretato le canzoni del lockdown di Macca per l’album ‘McCartney III Imagined’, portandole in una dimensione parallela

Foto press

La scorsa estate Beck era a Los Angeles e non aveva niente da fare. «A causa del lockdown i programmi di un anno di lavoro erano saltati», racconta. «Per di più, la moglie del mio fonico stava per partorire, perciò non stavo facendo musica. Era un anno che non mettevo piede nel mio studio».

È stato allora che ha ricevuto la notizia: Paul McCartney stava lavorando a un album e voleva che Beck remixasse una delle canzoni. «Se chiama McCartney, tu rispondi e cerchi di capire di che si tratta. È stato anche un modo per avere qualcosa da fare».

Nel periodo precedente il lancio di McCartney III, la delizia solista che McCartney ha registrato durante il picco della quarantena e pubblicato in dicembre, comunicazioni simili stavano arrivando a un gruppo ristretto di artisti. Il risultato dell’operazione è McCartney III Imagined, una raccolta caleidoscopica di remix e cover a opera di St. Vincent, Phoebe Bridgers, Anderson .Paak, Damon Albarn, Khruangbin e altri.

Find My Way, un pezzo allegro in maggiore, ha suggerito a Beck una versione radicata nel funk anni ’70, con un tocco di Midnite Vultures. Ci ha lavorato da solo, nello studio casalingo che dà sul giardino. Ha imbracciato un basso Hofner Beatle e «una chitarra da due soldi che ho suonato con qualche vecchio pedale». Nel farlo, ha ripensato a una sera di tanti anni prima quando a Hollywood è uscito a ballare con McCartney e la moglie di quest’ultimo Nancy Shevell.

«Era il periodo più caldo dell’anno a Los Angeles, c’era dell’indolenza nell’aria e quel ricordo è finito nel pezzo», spiega Beck. «Volevo che suonasse come musica consumata, deformata, un groove di un’altra epoca. E volevo che il feeling fosse della sera in cui eravamo usciti insieme per spassarcela».

Intanto, da qualche altra parte di Los Angeles, Dev Hynes lavorava a una nuova versione della jam Deep Down. «È sempre un bel problema quando faccio dei remix», spiega Hynes, noto come Blood Orange. «Perché sai, se il pezzo mi piace, non mi va di stravolgerlo. E allora cerco di immaginarlo in una realtà alternativa. Deep Down era il pezzo più sfidante, ecco perché l’ho scelto».

Momentaneamente bloccato in «una casa in affitto con un’attrezzatura limitata», Hynes ha iniziato alzando del 5% il pitch della voce di McCartney. «Poi ho rimosso tutti gli accordi e ho giocato con la tastiere per trovarne di nuovi». Ha continuato stratificando i suoni di un clarinetto e di un violoncello scadenti che aveva comprato online durante la pandemia – «sono, tipo, gli strumenti peggiori che si possano immaginare» – e ha armeggiato con gli effetti finché non è arrivato a un’unione elegante fra la psichedelia di Revolver e il suo pop sofisticato.

«Dovevo approfittarne per registrare delle chitarre al contrario», dice ridendo. «Non so quante altre volte mi capiterà di essere associato a Paul McCartney».

McCartney III Imagined dimostra l’incredibile facilità con cui le ultime creazione di questa icona di 78 anni d’età si adattano a nuovi suoni e stili. Nessun meglio di Dominic Fike lo può testimoniare. Lui, fenomeno post genre di appena 25 anni, si è occupato del primo singolo, la ballata acustica The Kiss of Venus.

«Ero in cucina a farmi un panino quando il mio manager mi ha detto: “ehi, penso che ti abbia contattato Paul McCartney”», ricorda Fike. «E io: “ma chiudi la bocca” e ho ripreso a farmi il panino. Un mese dopo mi ha detto che mancavano tre giorni alla consegna. Sono andato in studio e ho tirato fuori il pezzo nel giro di 72 ore, tipo Dio che crea il mondo. Tipo la Bibbia. Roba tosta».

Per prima cosa Fike ha imparato a suonare The Kiss of Venus alla chitarra acustica ed è stato più difficile del previsto. «Coi pezzi di McCartney, di solito vai su YouTube, cerchi un tutorial e ne trovi almeno 70 che ti dicono come suonare la canzone in ogni chiave possibile. Per The Kiss of Venus non c’era niente di simile».

Una volta poste le basi, ha invitato l’amico Ryan Raines ad aiutarlo a costruire «l’energia frammentata» che andava cercando per la canzone e ha improvvisato un paio di nuovi versi (“Have you read the paper? / People talking without no education / Go to college, go find your major / Realize you’re minor in the scheme of everything”). «Non era certo mi piacessero, ma Raines mi ha detto che erano nello stile di McCartney».

I tre artisti intervistati, come del resto mezzo mondo negli ultimi cinquant’anni, sono cresciuti ascoltando la musica di McCartney. «Sono un grande fan dei Beatles», dice Hynes. «È inevitabile, soprattutto se sei inglese». La grandezza dei Beatles, dice, «è fuori discussione. Amo tutti i loro album. Il loro senso della melodia e l’idea di sperimentare e spingersi oltre i propri limiti mi hanno sempre ispirato».

Beck è sulla stessa lunghezza d’onda. «Le sue canzoni sono nel mio DNA», dice. «È un’influenza decisamente profonda». Cita McCartney del 1970 e Ram del 1971, e spiega che quei primi classici solisti hanno aperto la strada agli autori indipendenti. «È assurdo. Li riascolti e pensi: ecco gli Animal Collective, Elliott Smith e un milione di altre cose, tra cui me stesso. Per uno della mia generazione quella è musica fondamentale, è stata formativa».

È un po’ diverso per Fike, che è cresciuto a Naples, Florida, negli anni Zero. «Da bambino mi prendevano in giro perché ascoltavo i Beatles», racconta. «Andavo a scuola e cercavo di farli sentire agli altri. Un giorno il mio amico Pat mi ha detto: “oh, fra, devi smetterla con ‘sta merda classic rock”».

Essere scelto per il progetto McCartney III Imagined è stata «una bella conferma», dice Fike. «Non che abbia pensato di essere diventato il più figo perché Paul mi aveva chiamato. Però non credevo avrebbe mai ascoltato la mia roba, non pensavo avesse un’opinione su di me». Ora non vede l’ora di incontrarlo per una session informale: «Due artisti che fanno i matti in una stanza».

Poco dopo aver inviato la sua interpretazione di The Kiss of Venus, Fike ha avuto un’altra sorpresa. «McCartney mi ha chiamato mentre ero in vacanza a Porto Rico con la mia ragazza. Mi ha detto: “Cazzo se mi piace la tua versione”. Mi ha raccontato delle session di Sgt. Pepper e roba del genere». Fike ride di gioia. «E io intanto cercavo di non dire assurdità».

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

Iscriviti