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Come nasce un genio: storia delle registrazioni d’archivio di Joni Mitchell

Nato da una vecchia cassetta ritrovata per caso, 'Archives Volume 1: The Early Years' documenta i primi passi mossi della cantautrice nel mondo della musica. «Era già grandiosa, non sbagliava una nota»

Joni Mitchell

Foto: Michael Ochs Archives/Getty Images

Cinque anni fa, la figlia di Barry Bowman gli ha portato un scatola piena di vecchi oggetti. L’ex moglie del dj pensava volesse conservarla. L’uomo, ormai in pensione, l’ha aperta e ha cominciato a rovistare fra le registrazioni delle sue trasmissioni. «Mi sono detto non troppo convinto: chissà se c’è anche quella vecchia casetta di Joni Mitchell, sarebbe bello, no?», spiega dalla sua casa a Victoria, nella British Columbia. «Un attimo dopo l’ho trovata. Era lei. Quando ho visto l’etichetta oramai consumata in un istante mi è tornato tutto in mente».

Nell’estate del 1963 Bowman faceva il dj del turno di notte a CFQC 600, una stazione radio di Saskatoon, in Canada. Aveva 18 anni e viveva in una gigantesca casa anni ’40 in centro, sulla quarta Avenue, con gli amici Ed Hamm, Morris Postnikoff, Danny Evanishen. Il gruppo ha fatto amicizia con una studentessa d’arte diciannovesse di nome Joni Anderson, che sarebbe diventata famosa come Joni Mitchelll.

«Danny si riferisce a quel periodo come l’estate in cui arrivò Joni», dice Bowman. Gli amici si incontravano spesso nella vecchia casa, alla vicina piscina comunale o al Fiume Saskatchewan, dove bevevano birra e mangiavano hot dog. Mitchell viveva ancora con i genitori e suonava nei caffè della zona. Ovunque andasse, si portava dietro il suo ukulele baritono con le corde di nylon. «Un giorno Danny le ha prestato la chitarra», ricorda Bowman. «Nel giro di poco tempo, forse un paio di settimane, era più brava di quei tre messi assieme».

Quell’estate, Bowman l’ha invitata in radio per fare una registrazione di prova. Seduta su uno sgabello di fronte al microfono, nel giro di due serate Mitchell ha inciso nove standard folk tra cui House of the Rising Sun, Tell Old Bill, Fare Thee Well (Dink’s Song). «Le ho dato le copie, ho tenuto i master e siamo andati a far bisboccia», ricorda Bowman. Quando quell’estate è finita, il gruppo si è diviso, e Mitchell è partita per l’Alberta College of Art di Calgary.

Nel 1967 Bowman e Mitchell si sono scambiati delle lettere: lei gli ha inviato un singolo di George Hamilton IV, una cover di Urge for Going, e gli ha chiesto di passarlo su CFAX 1070, la radio in cui lavorava all’epoca. Alla fine si sono persi di vista e Bowman ha perso le cassette. «Le ho cercate, ma mi sono arreso», dice. «Ovviamente questa cosa non mi ha impedito di raccontare questa storia a chiunque».

La cassetta che ha appena ritrovato, con l’etichetta “Joni Anderson Audition”, è la registrazione più antica di Joni Mitchell. È inclusa in Joni Mitchell Archives Vol. 1: The Early Years (1963-1967), il primo volume della nuova serie d’archivio dedicata alla cantautrice. Contiene cinque dischi con più di sei ore di registrazioni effettuate a casa, in concerto e in radio. Precedono il debutto del 1968 Song to a Seagull. La raccolta contiene anche 29 inediti: alcuni sono circolati sui bootleg, altri erano sconosciuti a chiunque.

«Ascoltando quelle registrazioni, la gente capirà che è sempre stata straordinaria», dice Patrick Milligan dell’etichetta Rhino, che ha co-prodotto il set con Mitchell. «Anche se all’epoca non aveva iniziato a scrivere canzoni sue, già si notano il tipico modo di cantare, suonare e interpretare. Non c’è quasi nessuna nota sbagliata. È fantastica in quel che fa».

Nel box set ci sono anche le prime composizioni originali, che risalgono al 1965, come Day After Day e la mistica Eastern Rain. C’è anche una cover di Sugar Mountain di Neil Young, che ha notoriamente ispirato The Circle Game (per pura coincidenza, l’imminente Archives Volume 2 di Neil Young contiene Mitchell che canta Raised on Robbery durante le session di Tonight’s the Night).

The Early Years è dedicato a Elliot Roberts, il manager di Young e Mitchell morto lo scorso anno nel bel mezzo del progetto. «È stato fondamentale per avviare il lavoro», dice Milligan. «Ho iniziato a studiare il materiale cercando il modo migliore per presentarlo al pubblico. Pensavo al modo standard e noioso di pubblicare le versioni estese degli album, non mi sembrava adatto. Elliott era molto coinvolto negli Archives di Neil Young e gli piaceva molto quel modello. Era convinto che avremmo dovuto fare qualcosa di simile con Joni».

Milligan ha visitato la casa di Los Angeles di Mitchell più volte per pianificare l’uscita, poi le ha inviato alcuni CD con il materiale. Quando è arrivata la pandemia, hanno lavorato in videoconferenza e al telefono. La raccolta ha permesso a Mitchell di riconnettersi con il suo vecchio materiale, musica che non apprezza più così tanto. «In passato ha sempre schifato le sue prime registrazioni», dice Milligan. «Quando le ha risentite ha detto: “In realtà sono buone! Dimostrano che per un certo periodo sono stata una cantante folk”. Sono orgoglioso di aver conquistato la sua fiducia. Si sa che non è semplice».

Tra le note di copertina c’è anche un’intervista con Cameron Crowe, che ha raccontato Joni Mitchell nella cover story di Rolling Stone del 1979. La cantautrice rilascia raramente interviste, soprattutto dopo l’aneurisma del 2015, che paragona alla polio di cui soffriva da bambina. «Sono sopravvissuta alla polio e rieccomi qui, a lottare di nuovo», ha detto a Crowe. «La polio non è stata altrettanto devastante, l’aneurisma si è preso molte cose. Si è preso la capacità di parlare e camminare. Ho recuperato la voce piuttosto velocemente, ma col resto fatico ancora. Ma insomma, sono una combattente, ho sangue irlandese nelle vene».

The Early Years contiene anche due concerti registrati nel 1967 alla Canterbury House di Ann Arbor, Michigan. La Canterbury House era uno studentato della Chiesa Episcopale che funzionava da cucina, sala studio informale e sala da concerto. A metà anni ’60, Mitchell, Young, Dave Van Ronk, Odetta, Tim Buckley e altri hanno suonato lì. «Era costruita secondo l’idea che sacro e profano sono la stessa cosa, che siamo noi a separarli», dice Bob Franke, un musicista dell’Università del Michigan che nel 1965 è diventato il buttafuori della Canterbury House.

La sua recensione del concerto di Mitchell fa parte del box set: «È difficile da classificare – lei lo chiama pop acustico – ma direi che scrive le canzoni che scriverebbe Bob Dylan se fosse una donna canadese». Franke ricorda di averla incontrata dopo aver letto la recensione. «Aveva bisogno di sentirsi dire quelle cose e ne sono felice», dice ora. «Ha chiesto di incontrarmi. Il caffè era gestito da alcuni amici, quindi sono andato nel backstage e mi ha abbracciato. In quel momento stava nascendo un mondo nuovo, farne parte è stato un privilegio».

È incredibile sentire quel concerto: mentre accorda la chitarra Mitchell parla al pubblico, e sembra quasi una stand-up comedian. Chiede una coca, imita gli accenti, racconta di aver visto Don’t Look Back di D. A. Pennebaker («David Blue è un imitatore di Dylan, anche se non vuole ammetterlo», spiega al pubblico. «Non dite che ve l’ho detto!»). «Mi fa ridere. Quando fa la simpatica diventa umana», dice Milligan.

Oltre alla raccolta di cinque CD, anche la session del 1963 di Bowman verrà pubblicata come singolo LP. Dopo anni passati a cercare di contattarla, nel 2018 è volato a Los Angeles per restituirle le cassette. Era la prima volta che si incontravano in più di 50 anni. Non pensava che alla fine le avrebbe pubblicate.

«È un bel finale», dice. «Parlarle ancora una volta era già abbastanza, per me. Non avrei mai pensato che sarebbe andata così. Sono ricordi meravigliosi che conserverò per sempre».

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

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