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Come Mika si è di nuovo innamorato del pop

Con il nuovo LP ‘My Name Is Michael Holbrook’, il musicista ci invita a un party esuberante, irriverente e glam, un incontro tra mondi musicali apparentemente inconciliabili, come la classica e Lil Nas X

Mika

Foto: Julian Broad

“Dove sono finiti tutti i bravi ragazzi?”, chiedeva Mika nell’ultimo album No Place in Heaven (2015), mentre cantava della sua ricerca di nuovi eroi e intanto elencava quelli che l’avevano segnato in passato, da James Dean a David Bowie, fino a Walt Whitman e Rufus Wainwright. Con il suo nuovo LP My Name Is Michael Holbrook, uscito il 4 ottobre, Mika si è convinto che i bravi ragazzi sono qui tra noi – adesso, però, per trovarli è necessario riscoprire noi stessi.

Dopo essere apparso per la prima volta sui radar con Grace Kelly (2007) – un singolo pieno di acuti che ha conquistato subito la cima delle classifiche, venduto milioni di copie in tutto il mondo e contribuito a trasformare il suo album di debutto Life in Cartoon Motion in un successo enorme –, il cantante e pianista ha pubblicato tre LP: The Boy Who Knew Too Much (2009), The Origin of Love (2012) e No Place in Heaven (2015). Nel frattempo Mika – un poliglotta nato a Beirut, cresciuto a Parigi e Londra – ha fatto ufficialmente coming out. Ammette anche che si è «disamorato del lavoro di musicista», un’attività che lo impegna da quando aveva 8 anni e suonava a Covent Garden. Per riscoprire l’amore per il pop dopo aver passato gli ultimi anni a fare il giudice in tv, Mika è tornato alle origini: ha costruito uno studio casalingo e ha passato gli ultimi due anni a scrivere e registrare con un team di produttori completamente rinnovato.

Rolling Stone l’ha raggiunto a New York il giorno prima della sua apparizione al Late Night With Sean Meyers. Abbiamo parlato della genesi dell’album, di cosa pensa della sensualità nella musica e di come comportarsi quando ci si sente a un passo da un disastro.

Sei ancora uno da jet set, giusto? Hai scritto My Name Is Michael Holbrook in Toscana e a Miami…
Soprattutto a Miami. Ho una casa lì, che ho comprato anni e anni fa. È degli anni ’20 e ho impiegato sei anni a ristrutturarla: ogni volta che guadagnavo qualcosa la spendevo per quella casa, che a questo punto si è rivelata un pessimo investimento. Ma l’ho fatto perché mi sembrava di preservare una vecchia signora. Ho costruito lo studio proprio lì.

Se il tuo nome adesso è Michael Holbrook, cosa è successo al “Ragazzo che sapeva troppo”? È ancora lì con te o hai cambiato identità?
(Ride) Credo sia più presente che mai. Il disco mi è servito per riconnettermi con lui, con me stesso, con Mika. È stato come riscoprirmi e dimenticare del lavoro – di tutto il lavoro, dalla strane esperienze televisive alle sorprese commerciali, dai successi ai fallimenti, ho dimenticato tutta quella roba. Volevo tornare a quando ero un 18enne seduto di fronte al pianoforte e impegnato a scrivere canzoni, a pensare a colori, a immaginare cose e trasformarle in musica. Sai, il mio nome è Michael Holbrook, ma in realtà sono Mika.

Ci sono artisti o opere che ti hanno influenzato nella fase di scrittura?
Certo, ero felice di avere un nuovo team: dal fonico, che è un po’ un membro non ufficiale del gruppo, fino ai produttori. Li adoro: Mark Crew è un nerd della tecnologia, uno dei prossimi grandi produttori britannici.

In quanto alle influenze, volevo ascoltare musica che fosse calda e colorata. Così, inevitabilmente mi sono ritrovato attirato dagli anni ’80 e ’90. E la sensualità – non solo il sesso – era molto presente nella musica di quegli anni. Poi, alla fine dei ’90, è arrivata la commercializzazione, ci siamo allontanati dalla versione warholiana del pop per andare verso il vero pop. E c’è una grossa differenza. Siamo passati da pop a popolare, due concetti che non potrebbero essere più distanti.

Parlaci di Michael Holbrook, dell’album e delle tue origini americane…
Beh, non sapevo cosa scrivere. Avevo questo desiderio, sapevo che dovevo affrontare alcune cose e riaprire alcune porte. La verità è che per un paio d’anni quelle porte sono rimaste chiuse ermeticamente. E non sapevo da dove iniziare. Così ho costruito un nuovo studio, una sala molto semplice. Ho comprato un pianoforte bianco perché a 16 anni scrivevo così, e pensavo fosse un buon punto di partenza. Poi mi sono infilato in macchina con i miei cani e ho guidato da Miami a Savannah, in Georgia. Dovevo scoprire qualcosa di nuovo su me stesso, dovevo provocarmi. Facevo lunghe camminate: sono andato al cimitero di Bonaventure, e lì ho trovato la mia idea, cioè di dedicare il disco ai Penniman (il nome completo di Mika è Michael Holbrook Penniman Jr., nda).

Non sapevo se i miei antenati sarebbero stati felici di vedermi fare due passi da quelle parti: un mezzo libanese, omosessuale e liberal che passeggiava pensando a queste cose. Poi ho visto il mio nome su una delle lapidi, quasi cancellato dal tempo. Molti membri della famiglia Penniman sono seppelliti lì, e vedere quel nome è stato strano, perché a quanto pare la famiglia di mio padre è imparentata con quella di John Adams. Gli Adams e i Penniman.

Sei andato parecchio indietro nel tempo!
Molto indietro, è stato assurdo. Io pensavo di essere solo un immigrato. In realtà non è così. C’è un’altra parte di me che rifiuta quest’idea: per metà sono un immigrato, l’altra metà è immersa nella storia americana. È stato strano. L’unica cosa che riesco a descrivere è questa eccitazione, questo sentimento quasi perverso che ho provato osservando il mio nome su una lapide. Ho pensato: “Tu credi di sapere chi sei, ragazzo, ma in realtà non sai un cazzo di niente”. Mi sono sentito molto Tim Burton. Una cosa tipo: “Questa cosa è sexy. C’è un cadavere lì dentro, e ha il mio nome! Lo adoro! Questo è il mio nome, queste ossa hanno il mio nome”. Sono andato a casa e ho iniziato a lavorare. Quel giorno ho scritto Tiny Love.

Parliamo di Ice Cream, il primo singolo dell’album.
Sì, Rolling Stone l’ha definita “un’esca estiva”, e mi sembra fantastico. È completamente inappropriato, ma in senso buono. E il pezzo è proprio così. È una piccola poesia sul caldo e sul sesso.

Chi non apprezzerebbe il verso “I want it melting on my tongue”? Tuttavia, guardando il video non ho potuto fare a meno di pensare al cambiamento climatico. È un effetto voluto?
Certamente. Quando ero più giovane l’arrivo del caldo era un evento glorioso. Ora, invece, sembra di essere dentro a un romanzo di Margaret Atwood, il mondo si sta trasformando in qualcosa di spaventoso. Volevo parlare di come si mescolano alcune sensazioni, il piacere, la sensualità, il calore… ma sotto di esse c’è un’oscurità nascosta – non so se è un disagio sessuale o fisico –, una sensazione di disastro imminente. È il contrasto che cerco di esplorare in tutte le mie canzoni, il che è divertente perché scrivo dance pop. Soprattutto negli Stati Uniti, nella cultura nordamericana, il dance pop è pieno di nonsense. Comunque, adoro scrivere canzoni di questo tipo.

Dopo il tour nordamericano hai suonato nelle grandi arene europee. Come cambia il tuo pubblico da un lato all’altro dell’Atlantico?
Qui in America è tutto più eccitante. Chi viene a sentirmi conosce davvero la mia musica. Non hanno altre ragioni per vedermi. Ed è fantastico, cazzo. Mi arricchisce emotivamente. È una sensazione che mi porto dietro in tutti i posti dove sono popolare in quanto musicista pop. Tutto quello che faccio, tutte le decisioni e le cose che sviluppo qui diventano la base per gli show europei. Il nucleo è lo stesso, ma intorno c’è uno spettacolo più grande.

Cosa ascolti in questo periodo?
Mi piace l’Unknown Mortal Orchestra. Mi piace il mondo contenuto nei dischi dei Tame Impala. Amo sempre più Chet Baker e Charlie Parker. Sono felice che il pop abbia trovato una nuova dimensione grazie ad artisti come Lil Nas X.

Sei un fan di Lil Nas?
Sì, quando lo ascolto penso “Mio Dio, qualcuno ci sta prendendo in giro tutti”. E lo dico in senso buono, credo ci porti con lui in un viaggio ironico, pieno di umorismo, ma anche di dettagli sonori e oscurità. Mi ricorda il momento in cui Beck ha pubblicato Loser.

In che senso?
Il suo stile, il mix di stili e culture, ricorda un po’ Beck… e per me Beck è un’icona, perché rappresentava uno scontro tra mondi diversi e allo stesso tempo riusciva a uscirne intatto, no? Lil Nas X è simile, almeno da questo punto di vista. Beck era un’icona per tutti i ragazzini alternativi. Etero, gay, non era importante. Era solo alternativo.

Lil Nas X ha fatto coming out a 20 anni, un segno di come il mondo sia diventato più semplice per la comunità LGBTQ. Sei mai stato vittima di omofobia nella tua carriera?
Certo. Più di quanto succede ora.

Perché ora sei una star?
Oh, assolutamente no. Non c’entra niente con il mio successo. Ricordo che quando cercavo un contratto discografico, uno dei dirigenti dell’etichetta disse, a pochi metri da me, che l’album era “un po’ troppo gay”. Non mi scritturarono. Cosa succederebbe oggi se un dirigente di una delle più importanti etichette del mondo dicesse una cosa del genere? Per fortuna i tempi sono cambiati. Grazie a dio sono cambiati.

Cosa farai dopo il tour?
Mi piacerebbe inventare un sogno, creare uno show diverso dal solito. Se compri i biglietti per una mostra è come se iniziassi un viaggio. Ti incammini verso un’esperienza sensoriale, sia visiva che auditiva. E questo è il mio prossimo sogno, costruire quelle cose che io chiamo mondi.

Qualcosa di immersivo?
Arte immersiva. Voglio illustrare le cose che vedo, le cose che sogno. Voglio costruirle e raccontarci una storia. Sogno di dirigere un’opera. Per le stesse ragioni.

Sarebbe un modo per tornare a Covent Garden, all’inizio della tua storia.
Sì. Ho ancora la stessa impazienza, lo stesso desiderio e la stessa invidia – la santa trinità, tanto distruttiva quanto positiva – che mi pervadono quando voglio creare qualcosa, quando voglio dimostrare che gli altri hanno torto, quando voglio sorprenderli anche se sono amici o famigliari. Quella voglia di creare cose, mondi da attraversare. Questo mi guida in quanto artista, e voglio farlo con la mia musica e le mie storie, da oggi fino al giorno in cui morirò. Voglio costruire un mondo. Il mio nome non c’entra nulla. Il punto sono le emozioni, il percorso per creare quel mondo e dargli vita. Le storie e le melodie che ci metti dentro sono tutte parte della stessa cosa. Ed è con un’enorme sensazione di impazienza, eccitazione e rabbia che affronto quest’idea ogni singolo giorno.

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