Come i National sono usciti dalla crisi che li stava annientando | Rolling Stone Italia
Indie a 50 anni

Come i National sono usciti dalla crisi che li stava annientando

Bryce Dessner racconta la storia del nuovo album ‘First Two Pages of Frankenstein’. «È stato come fare una corsa in auto a tutta velocità per poi dover frenare di colpo di fronte al precipizio»

Come i National sono usciti dalla crisi che li stava annientando

National

Foto: Josh Goleman

Per i fan dei National un ricordo memorabile è la serenata intonata da Matt Berninger sotto al balcone di una signora al Siren Festival di Vasto. Era il 2014, nemmeno 10 anni fa, sembra passata un’epoca. E in effetti per la band di Brooklyn è un po’ così, considerato che il nuovo album First Two Pages of Frankenstein, in uscita il 28 aprile, è il frutto di una crisi dovuta a uno stato depressivo che ha colpito Berninger durante la pandemia. Si parla di blocco dello scrittore, ed è Bryce Dessner a confermarci che «Matt non trovava più l’ispirazione».

In collegamento su Zoom, il musicista di Cincinnati, parigino d’adozione, nei National col fratello Aaron, racconta in questi termini il periodo buio del gruppo: «Sono quasi 20 anni che suoniamo assieme senza mai fermarci. In tutto questo tempo Matt, che non si era mai sentito realmente a suo agio sul palco, aveva preso confidenza con la dimensione live e con il se stesso performer. Però cantare di fronte alla folla non gli è mai venuto naturale, non è uno che ama i riflettori, ha sempre dovuto cercare un equilibrio tra questa sua titubanza e il ruolo di frontman. Credo che con la pandemia qualcosa si sia spezzato. Abbiamo dovuto cancellare molti show – l’ultimo era stato nel 2019 a Lisbona – e si parlava del bisogno di prenderci tutti una pausa. In realtà ci eravamo già rimessi al lavoro su del nuovo materiale e in tempi rapidi, ma poi col Covid tutto si è fermato e per varie ragioni incrociate Matt ha cominciato a chiedersi cos’altro avrebbe ancora potuto scrivere per i National. Probabilmente si era compromesso così tanto e per così tanti anni con i tour, vivendo per i live e per il contatto con il pubblico, immerso in uno stile di vita che dopo un po’ ti può esaurisce, che… È come fare una corsa pazza in macchina, a tutta velocità e d’un tratto ritrovarsi di fronte a una scogliera che ti costringe a fermarti».

Per la cronaca, nell’ottobre 2020 Berninger ha pubblicato l’esordio solista Serpentine Prison, ma in un’intervista a Rolling Stone ha spiegato di averlo scritto prima del Covid, pur ammettendo di «sentirsi emotivamente in lockdown da anni» e, a proposito dei National, che «è giusto ogni tanto rigenerarsi». Come band, ha detto il cantante più di recente parlando di First Two Pages of Frankenstein, «siamo sempre stati convinti di voler fare dischi solo se sentiamo che stiamo ancora imparando qualcosa su noi stessi e gli uni sugli altri, e se la musica che scriviamo fa brillare una luce nell’oscurità. Ho attraversato una fase molto buia in cui non riuscivo a trovare testi, né melodie. È stata la prima volta in cui ci è sembrato che le cose fossero davvero arrivate al capolinea».

Bryce Dessner non nega; afferma, però, che «la pandemia ha sicuramente contribuito alla crisi creativa, anche perché eravamo preoccupati per le persone che contano sulla tenuta del gruppo, non solo le nostre famiglie, ma anche quelle dei tecnici, dei manager, dei componenti della crew. È un piccolo business, il nostro, ma dà lavoro a parecchia gente». Aggiunge anche che a un certo punto Berninger «è stato così male da farci sentire il bisogno di smettere di ragionare sulla band e da band, e di tornare in quella sfera in cui si è semplicemente esseri umani in relazione l’uno con l’altro, legati da una grande amicizia e pronti ad aiutarsi». In quel periodo, verso la fine del 2021, ci sono state delle sessioni in studio, «ma senza l’idea di un album o di un nuovo tour. Volevamo unicamente tirare fuori Matt dal malessere. E piano piano le cose sono migliorate. Matt ha ripreso a scrivere, al punto che adesso pubblichiamo un nuovo album, ma ne avremmo già pronto un altro».

The National - New Order T-Shirt (Official Visualizer)

Ma che disco è questo First Two Pages of Frankenstein? Musicalmente è un album molto The National, in cui la band ritrova il suo suono, quell’indie rock elegante e introspettivo, misto di melodie, ritmiche e arrangiamenti malinconici, trame orchestrali, venature post punk e spirito catartico, che nel 2018 le è valso la vittoria di un Grammy e che già negli anni precedenti, con Boxer, High Violet, Trouble Will Find Me e Mistaken for Strangers, l’aveva portata a scalare le classifiche in molti Paesi, pur gradualmente, senza l’esplosione del singolo di turno. «Le prime sessioni sono state difficili», prosegue Bryce, «ne rammento una in cui Matt sembrava a malapena presente, era evidente che si era forzato per venire ed è un segno che quel giorno cantò solo i versi di Alien in cui dice “drop down like an alien”. Perché era ciò che provava, un sentimento forte di alienazione che affiora anche in Tropic Morning News, dove il testo recita “I’ll be over here lying near the ocean making ocean sounds”: al centro c’è la sensazione di essere lontani persino dalle cose che ci stanno più vicine».

Protagonista dell’album, in fondo, è «un uomo di mezza età che mette in discussione la sua vita, inclusa quella da rockstar», così che le atmosfere risultano più intime ed essenziali del solito, mentre il cantato di Berninger scava nel dolore. «I fan forse si aspettano qualcosa di più arioso e adatto ai grandi show, e ci sono canzoni che vanno in quella direzione, ma Matt non era in quel mood», osserva Bryce. «Ricordo bene quando mi è venuta la prima traccia del disco, che è un pezzo per piano solo: sono tornato apposta dal Messico, dove mi trovavo per una colonna sonora, per registrarlo nel nostro studio e farglielo sentire. Ecco, per me quella musica era un invito. Ne è emersa una canzone, Once Upon a Poolside, che parla sostanzialmente della fine della band, ma che ha aperto la strada al capitolo successivo. “What was the worried thing you said to me?”, canta Matt, e lì c’è una riflessione sul fatto che il confine tra una relazione sana e una disfunzionale è estremamente sottile, riflessione che penso avesse l’esigenza di portare avanti senza, però, rinunciare a scrivere qualcosa che valesse la pena cantare e ascoltare. Per fortuna da quel momento in poi tutto è diventato più facile, brani come This Isn’t Helping, Your Mind Is Not Your Friend, Send for Me” molto diretti ed emozionali, sono venuti fuori in poco tempo. Così come una canzone d’amore quale New Order T-Shirt. Ciò che mi piace di questo disco è il miscuglio tra un singolo come Tropic Morning News, circolare, che evoca un qualcosa che gira su se stesso, e tracce più intime e dirette nei testi. Abbiamo passato un brutto periodo, ma è stata un’esperienza arricchente: ora i National hanno una nuova energia».

Il titolo First Two Pages of Frankenstein rimanda al romanzo di Mary Shelley: Berninger ha confidato che le prime due pagine lo hanno aiutato a superare l’incubo da pagina bianca. «Il libro inizia con il narratore che fa un viaggio vicino al Circolo Polare Artico e quell’immagine di essere alla deriva mi ha aiutato a scrivere della sensazione di essere disconnessi, persi e privi di uno scopo. Una volta che ho iniziato a confrontarmi con quello strano, sfocato panico di non avere idee, tutto ha iniziato ad aprirsi un po’», ha raccontato il frontman dei National. Sotto potrebbe esserci anche un’altra suggestione, visto che l’autore dell’immagine di copertina, John Solimine, è un grafico e illustratore che ha realizzato diversi poster per la band e pubblicato un libro per bambini intitolato Does Frankestein Get Angry?, incentrato sull’idea che «i mostri potrebbero non essere così spaventosi, dopotutto».

«Matt e John sono tanto amici, quindi immagino che il libro di cui parli c’entri qualcosa», dice Bryan. «La cover è una fotografia che lo stesso John ha scattato a suo figlio e a mio avviso lì, in quest’immagine di un bambino con in mano la testa di quello che potrebbe sembrare un androide, c’è Frankenstein nel senso del mostro che possiamo diventare quando ci fidiamo di qualcosa che è là, ma non è realmente là. Basti pensare a come computer e social ci abbiano abituati a interagire continuamente con più versioni di noi stessi, perché sono media che agiscono come specchi, e quanto questo possa condizionarci nel bene e nel male».

The National - Your Mind Is Not Your Friend (feat. Phoebe Bridgers) (Official Video)

Le orchestrazioni di Dessner per violini e violoncelli realizzate con la London Contemporary Orchestra sono un elemento importante dell’album. «Si tratta di pescare dal mio background classico e di inserirlo nelle trame della musica dei National, che si colloca da qualche parte tra il punk-rock, Nick Cave, i New Order, i Grateful Dead e Bach (ride). L’orchestrazione diventa interessante quando alla fine della produzione di un brano la utilizzi per dare una chiusura alla storia insita nella canzone, o per invertirla, o per sovvertirla, oppure per aprire una finestra su qualcos’altro. È qualcosa di intenso avere 30 o 40 musicisti che suonano, respirano, interagiscono tutti insieme con la musica su cui hai lavorato in studio, ti permette di aggiungere un altro tono, una profondità, una melodia che magari non era lì o era lì, ma nascosta. Sono dettagli che fanno la differenza. Mentre con le colonne sonore hai spazio per immaginare, il rock e il pop sono solitamente costruiti su sequenze, su brevi pattern che si ripetono. Intrecciare questi due mondi è complesso, ma stimolante».

Lui di musiche da film ne ha firmate parecchie, molte con il fratello Aaron: tra i titoli, I due papi di Fernando Meirelles e Bardo di Iñárritu. E se First Two Pages of Frankenstein vede ospite Taylor Swift nel delicato duetto The Alcott, è proprio grazie ai fratelli Dessner, già al fianco della popstar in più occasioni. Gli altri ospiti sono Sufjan Stevens e Phoebe Bridgers (questo parlando di voci; per il resto nei crediti compaiono anche Lisa Hannigan e altri musicisti di alto profilo, tra cui Kyle Resnick, il trombettista dei Beirut). «Sufjan è coinvolto nella nostra musica da almeno 15 anni ed è un mio vecchio e carissimo amico. Siamo vicini di casa e abbiamo un appartamento insieme a New York. È uno di famiglia, insomma, ed è un musicista fantastico, incredibilmente creativo. Quando è nata Once Upon a Poolside gli ho spedito la bozza e ha scritto subito la linea vocale, e data l’amicizia che ci unisce e visto che ha vissuto la crisi dei National da vicino, per me la sua partecipazione rappresenta una sorta di benedizione all’album».

Non si sbottona su Swift, mentre su Bridgers si lascia andare a una battuta autoironica: «Avrebbe dovuto aprire il nostro tour in Australia poi cancellato, ora probabilmente apriremo noi per lei». Ride, ma poi, più serio, aggiunge: «Dopo tanti anni in cui i National sono stati un gruppo periferico, di successo, sì, ma non grandi quanto gli Strokes, gli Interpol, gli Arcade Fire o i Tame Impala, non mi sarei mai immaginato di collaborare con delle popstar quali Taylor e Phoebe. È un po’ come quando Barack Obama usò la nostra musica per la sua campagna presidenziale: non riuscivo a crederci!».

L’inno prescelto era Fake Empire, era il 2008, ma anche in questo caso sembra trascorso un secolo, quello del sogno obamiano era un altro mondo rispetto allo scenario che abbiamo di fronte oggi. «Sarà che la speranza è sempre strettamente connessa con la paura, ma gli anni con Trump seguiti dalla pandemia sono stati talmente bui che fare musica più esplicitamente politica come avvenne con Fake Empire, alla fine dell’era Bush, non sarebbe possibile adesso. Non nello stesso modo, anche perché ora abbiamo figli, la prospettiva è cambiata. In compenso questo nuovo disco dei National esprime la fragilità della vita in un momento come quello attuale, in cui tutto appare fluido, precario. Ci viene spesso chiesto quale sarà l’eredità dei National, ma a noi non interessa, la band potrebbe sciogliersi o sopravvivere per l’eternità, chi lo sa? Prenderemo quel che verrà. Tra l’altro, che espressione patriarcale, “l’eredità dei National”…».

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