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Come i Belle and Sebastian sono diventati un’incredibile live band

Esce l'album dal vivo ‘What to Look for in Summer’ e Stuart Murdoch parla dei primi tour, dell'odio per i cliché del rock, dell'idea di portare il pubblico sul palco e spiega come sarà il prossimo album

Stuart Murdoch coi Belle and Sebastian e il pubblico sul palco

Foto: Will Byington

I Belle and Sebastian avevano fatto grandi progetti per il 2020, tra cui un viaggio a Los Angeles per registrare un nuovo album col fonico e produttore Shawn Everett (Weezer, Killers, War on Drugs). Quando la pandemia l’ha reso impossibile, i re dell’indie pop scozzese si sono fermati e hanno cercato qualcos’altro da fare.

«Credo di essermi adattato meglio della maggior parte della gente», dice il cantante Stuart Murdoch, al telefono dalla sua casa di Glasgow. Avere sofferto di sindrome da stanchezza cronica per un bel pezzo dopo i 20 anni l’ha preparato al lockdown. «Ho vissuto da pensionato per anni, sono abituato a fare quella vita, senza vedere gente. E quindi non ho molto di cui lamentarmi».

Alla fine, i Belle and Sebastian hanno riascoltato le registrazioni del tour mondiale del 2019, che includeva una crociera per fan nel Mediterraneo. Hanno deciso di farne un album dal vivo, What to Look for in Summer, uscito l’11 dicembre. Per i fan che hanno nostalgia dei loro concerti, è un doppio LP pieno di splendide melodie, con un track list che fa da guida perfetta alla discografia del gruppo, dalle scene silenziose e sardoniche di If You’re Feeling Sinister (1996) fino a The Boy With the Arab Strap (1998), attraverso i dolori di Fold Your Hands Child, You Walk Like a Peasant, fino alle reinvenzioni di Dear Catastrophe Waitress (2003).

«Direi che alcune delle versioni registrate in questo disco sono quelle definitive», dice Murdoch citando in particolare My Wandering Days Are Over e The Fox in the Snow. «Sai, ho riascoltato i vecchi dischi. Per qualcuno hanno un loro fascino, immagino, ma sono imperfetti… avevo un sacco di problemi d’energia, all’epoca. Ho faticato a fare quei dischi».

Non è il caso di What to Look for in Summer, che con il suo piglio sicuro potrebbe sorprendere chi non vede i Belle and Sebastian dal vivo da un po’. Murdoch ha approfittato dell’uscita per raccontare come la band ha perfezionato il suo approccio ai tour, e per darci qualche indizio su cosa riserva il futuro.

Cosa ricordi dei tour dei Belle and Sebastian dei primi anni ’90? 

Mi verrebbe da dire che quei primi tour erano caotici e di poco successo, ma in realtà erano fatti di alti e bassi. Abbiamo scelto una strada difficile. Avevo questa fissa, non volevo suonare nei soliti locali rock. Odiavo il rock’n’roll. Hai presente quando lo dicono in Spinal Tap? Ecco, io lo odiavo. Odiavo i cliché. Odiavo i locali scuri e fumosi, la gente che urla. Facevamo musica delicata e quindi cercavamo location diverse e interessanti: vecchie chiese, scuole d’arte, sale comunali. Mi sembrava di avere contro tutti, i fonici, i promoter. Quando fai cose difficili, la gente si stanca.

Ricordo tre concerti alla Manchester Town Hall, un anno dopo la nascita del gruppo. Sarà stato il ’97. Era una cosa grossa per noi, il primo show in Inghilterra. C’era questa sala decorata, meravigliosa, piena di quadri costosi. Avevamo due show, uno il sabato e uno la domenica, e abbiamo deciso di suonare in cerchio, non so perché, col palco in mezzo alla stanza el’amplificazione che diffondeva la musica tutt’intorno. Pensavamo che così il pubblico si sarebbe sentito più vicino al gruppo e invece è stato un disastro. Puoi immaginare perché: i soffitti erano altissimi e il suono è semplicemente scomparso. Chris (Geddes, il tastierista) era in hungover. Avevamo già due dischi, all’epoca, ma volevamo suonare canzoni nuove, soprattutto roba di The Boy with the Arab Strap. Pensavamo che Tigermilk e Sinister fossero già una cosa del passato, anche se erano passati solo sei mesi (Ride).

La title track di The Boy with the Arab Strap è una delle canzoni preferite del pubblico, e spesso chiude i concerti. È anche uno dei momenti migliori di questo disco live. Ha sempre avuto quest’effetto, anche nel ’97? 

No, non lo aveva. Non saprei dire com’è diventata quello che è. Sarebbe bello poter raccontare il momento preciso in cui tutto è cominciato, ma non c’è. Ricordo che all’inizio portare la gente sul palco era difficile. Ricevevamo un sacco di lamentele dai promoter e dai tour manager. Ma ora abbiamo un incontro sulla sicurezza prima di ogni show e decidiamo il numero di persone da portare sul palco. Lo capisco, l’ultima cosa che vogliamo è che qualcuno si faccia male. Ci sono state volte in cui la situazione rischiava di sfuggirci di mano, c’era tantissima gente, il palco tremava.

Cos’ha di speciale quella canzone? Com’è che tira fuori l’energia dai fan dei Belle and Sebastian?
Non lo so! (Ride) Ha un certo ritmo. Non sbagli mai. Chris fa una piccola introduzione ed esultano tutti. Non abbiamo un’altra canzone così. Piace a tutti. Quando l’ho scritta, mi sono seduto al piano e l’ho fatta sentire a Isobel (Campbell, l’ex cantante e violoncellista, all’epoca fidanzata di Murdoch) e lei non era particolarmente colpita. Pensava che fosse una roba da pub, una canzone da ascoltare quando si è tutti ubriachi. Non le piaceva affatto. La cosa divertente è che sono passati 20 anni, lei non è più nella band, e il brano è diventato proprio quella roba. Adesso ci sono un sacco di ragazzini che si siedono vicino a me al pianoforte e somiglia davvero a una vecchia canzone da pub.

Cosa puoi dirmi del tour di Dear Catastrophe Waitress, quando avete presentato un nuovo lato della band? Come sono andati quei concerti? 

All’epoca era come se fosse scattato qualcosa. Qualche tempo prima avevamo fatto Fold Your Hands ed eravamo spariti per un po’ perché non stavo granché bene. Ci siamo presi una pausa, Isobel è andata a fare altro, idem Stuart David, il primo bassista. Quando siamo tornati insieme, chi era rimasto nella band era pronto a una nuova sfida. Abbiamo deciso di fare le cose per bene. Bob (Kildea) era appena arrivato al basso. Per la prima volta avevamo una vera crew. Non dovevo più smontare e caricare il bus dopo i concerti, c’era finalmente qualcuno che mi diceva di preoccuparmi solo dello show. Potevo concentrarmi, le venue erano più tradizionali, abbiamo iniziato a divertirci come mai nella nostra vita.

Prima dicevi che il mondo rock ti disgustava. Hai cambiato idea in quel periodo? 

La cosa bella della band è che siamo riusciti a fare le cose a modo nostro. Ricordo l’inizio di quel tour, abbiamo fatto qualche show in Scozia e nel giro di poco tempo siamo finiti sul palco della Royal Albert Hall, a Londra. È una sala enorme, ma non suonavamo esattamente rock. Facevamo comunque la nostra musica. Avevamo giusto un suono più robusto.

Nell’album successivo (The Life Pursuit, 2006), Bob si faceva sentire anche alla chitarra, e gli altri hanno proposto di fare arrangiamenti più barocchi, di suonare cose nuove. Quell’album è un po’ più rock, diciamo. In quel periodo, poi, ci divertivamo un sacco dal vivo. Facevamo parecchie cover. Quando suoni un pezzo di Sly Stone, giochi a fare la rockstar.

 

Quant’è importante suonare dal vivo, rispetto a scrivere e registrare? 

Quando abbiamo iniziato ci interessava solo fare i dischi. Era un’idea. Era tutto nella mia testa ed è tutto cominciato in una camera da letto. Non potevo immaginare come sarebbe andata a finire, di sicuro non mi sarei immaginato di fare concerti del genere. Quindi, quando a metà strada ci siamo resi conto che ci potevamo divertire… ora è 50 e 50. Stare in una band è un’esperienza di contrasti: torni a casa, fai un disco ed è un’esperienza introspettiva, poi quando vai on the road cambia tutto. Non c’è altro modo.

Continui a scrivere pezzi di un certo livello, soprattutto i testi sempre pieni di osservazioni brillanti. Trovi facile lavorare in quello stile? 

Se non fosse facile non scriverei. Non credo che sia giusto sforzarsi troppo a scrivere canzoni. Col tempo lo stile cambia, si scrive da una nuova prospettiva, forse più personale. Ma ho capito che se cerco di pormi un obiettivo, di scrivere le canzoni in un certo modo, non finisce mai bene (ride). Perciò scrivo testi che riflettono la mia vita quotidiana, le mie lamentele, i miei sogni.

Ci sono canzoni dei Belle and Sebastian che non siete riusciti a rendere bene dal vivo?
C’è un brano molto lungo che si chiama This Is Just a Modern Rock Song e in tutti i concerti c’è qualcuno del pubblico che al momento opportuno – o al momento inopportuno – lo chiede ad alta voce. A volte proviamo a farlo, ma non ci siamo mai messi lì a capire bene come farlo, quindi non funziona tanto bene. Un’altra canzone è The Rollercoaster Ride, una grande registrazione alla fine di Arab Strap. Per qualche ragione, non funziona mai. L’abbiamo suonata solo una o due volte.

La scorsa estate abbiamo suonato per intero uno dei nostri dischi più criticati, Fold Your Hands Child, e lì ci sono diverse canzoni così. L’abbiamo presa come una sfida, c’erano tanti pezzi che non avevamo mai fatto dal vivo, come Chalet Lines e Beyond the Sunrise. Alla fine ce l’abbiamo fatta, erano tutte ok.

Una delle canzoni più vecchie del nuovo live album è My Wandering Days Are Over, da Tigermilk. Com’è suonarla, adesso? 

Mi è sempre piaciuta. È la prima canzone che ho scritto con la nuova line-up. Avevo provato a suonare con varie persone prima che il gruppo nascesse davvero: ricordo di aver incontrato Isobel a una festa di Capodanno del 1996 e poi, non so se fossi ispirato da lei o dal gruppo che stava nascendo, l’ho scritta. Mi sentivo meglio, avere una band ha reso tutto più semplice. Mi sento ancora così, quando la suoniamo.

Un altro pezzo che suona bene nell’album è Funny Little Frog. Com’è nato?
È una classica canzone su un amore non corrisposto. Scrivo di un fantasma, che sarebbe poi una persona che non puoi avere e che diventa un fantasma nella tua testa. È divertente, anche Stevie dice la stessa cosa: riesci a capire alcune canzoni solo se le suoni dal vivo. Puoi farle veloci o lente, e suonano sempre meglio. Diventa una questione di anima. Ci piace fare quel pezzo.

Un’altra canzone che suona bene dal vivo è Stay Loose. All’epoca dell’uscita non piacque a molti fan, era davvero diversa dal classico suono dei Belle and Sebastian. 

Sono contento che tu l’abbia citata. Se dovessimo fare un sondaggio interno alla band, sarebbe sicuramente uno dei pezzi più votati. Il modo in cui si risolve con le armonie e l’assolo di chitarra.. ci dà modo di lasciarci andare. Non l’abbiamo suonata per tre o quattro anni, non pensavo funzionasse. Poi siamo tornati a farla e ora suona davvero bene. Ti fa viaggiare: quando alla fine mi siedo a lato palco e tutti si uniscono per l’ultimo ritornello, con i duelli di chitarre… è divertente.

Hai detto che all’inizio dell’anno pensavate di fare un disco a Los Angeles. A che punto è il progetto? 

Beh, avevamo rimandato il viaggio a settembre, ma quando è diventato chiaro che nessuno sarebbe andato in America, abbiamo deciso di registrare a casa. Abbiamo trasformato la nostra sala prove in uno studio di registrazione. Siamo tutti lì con chiodi e martello, stiamo cercando di renderlo un posto sicuro anche durante la pandemia. Dovevamo iniziare a novembre, ma poi abbiamo scoperto che uno di noi doveva andare in quarantena. È un posto immacolato, molto alla Belle and Sebastian.

Ho appena scritto alla band un messaggio: ho ascoltato alcune delle canzoni del disco, ed è difficile tornare a lavorarci su. È come tornare in una casa dove tutto è ricoperto di polvere e ragnatele. Proporrò di ricominciare da capo, di scrivere cose nuove. Il materiale già pronto è molto leggero, diciamo così. Non ho fatto ancora nulla. Ma questo ti fa capire quanto mi fidi del gruppo. Inizieremo a improvvisare e magari alla fine torneremo a quelle canzoni.

Non so quanto tempo ci vorrà, ma quando uscirà saranno almeno sei anni dal vostro ultimo album di inediti. Cosa pensi che ascolteremo? Come sarà il suono dei Belle and Sebastian nel 2021 o nel 2022? 

Non ne ho idea, davvero. Dopo tanti anni dall’ultimo disco, una cosa che la nostra etichetta ci ricorda di continuo, potremmo tornare più grintosi, ma chi lo sa. Il disco potrebbe essere poetico e introspettivo, influenzato dal lockdown. Forse è di questo che la gente ha bisogno.

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

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