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«Come finire in un altro mondo»: ‘Telas’ di Nicolás Jaar visto dai collaboratori italiani

Una violoncellista con le dita insanguinate, una linguista vocalist per caso, due artisti che hanno creato strane scatole sonore. Ecco le storie dietro l’ultimo lavoro di uno dei grandi musicisti elettronici contemporanei

Nicolás Jaar

Foto: press

Quando Milena Punzi s’è trovata per la prima volta di fronte a Nicolás Jaar non aveva idea di quel che avrebbe dovuto fare. Lei, violoncellista diplomata in conservatorio con esperienza in orchestre e formazioni da camera, era abituata a interpretare musica scritta. Ora si trovava a sostenere un’audizione in cui non poteva contare su quel che aveva imparato in anni di studio. «Nicolás dava indicazioni verbali, era una specie d’improvvisazione guidata», ricorda. Le chiedeva ad esempio di suonare senza alcuna emozione oppure di fargli sentire note slegate fra di loro. «E per me, abituata alla classica dove ogni nota è legata in modo armonico alle altre, si trattava di fare un enorme sforzo al contrario. È stato come finire in un altro mondo».

Un anno dopo, il nome di Milena Punzi ha fatto il giro del mondo: è una degli italiani che hanno contribuito alla realizzazione del nuovo album di Nicolás Jaar, l’artista cileno-americano le cui opere sembrano abitare lo spazio compreso fra la musica elettronica e le arti performative. Diviso in quattro parti prodotte fra il dicembre 2016 e il gennaio 2020, Telas è l’equivalente di un quadro astratto, misterioso e materico in cui il musicista ha assemblato suoni concreti ed elettronici, strumenti acustici trattati digitalmente e rumori prodotti da marchingegni creati appositamente. Curiosamente, ma neanche troppo vista la frequentazione del musicista col nostro Paese, tutti i collaboratori sono italiani, ad eccezione di Heba Kadry che ha curato il mastering. Milena Punzi ha suonato il violoncello, Anna Ippolito e Marzio Zorio hanno costruito alcuni strumenti a percussione, di Susanna Gonzo si sente la voce. A parte Punzi, non sono musicisti, né sono stati chiamati a partecipare direttamente alla produzione dell’album. Sono persone che Jaar ha incrociato negli ultimi anni nel corso dei suoi tanti progetti e che gli hanno fornito dei ‘colori’ da usare sulle sue Telas.

Punzi ha conosciuto Jaar nel 2019 a Torino, dove ha avuto luogo l’audizione per partecipare a un concerto della rassegna Club To Club. «Aveva bisogno di una violoncellista, ci sono arrivata tramite un amico violinista. Mi piaceva l’idea di buttarmi in un’esperienza nuova». Le prove si sono protratte per un paio di settimane. «Durante il concerto quelle note slegate fra di loro finalmente trovavano un senso. Mi sembra che il suo lavoro parta da una comunicazione interrotta che in qualche modo si ricompone e trova un’armonia, e questa cosa la trovo particolarmente interessante». Dopo l’esperienza torinese, Punzi ha suonato con Jaar anche nei Paesi Bassi e in Tasmania. «Fa musica magnetica, affascinante».

Quel giorno a Torino, Jaar aveva chiesto un’altra cosa alla violoncellista, ovvero di usare solo il pizzicato. Un’altra richiesta inusuale. «Alla fine del concerto avevo le dita sanguinanti». Proprio il pizzicato del violoncello è presente nella prima parte di Telas intitolata Telahora che è nata durante le prove per la performance in Tasmania. «Mancavano le percussioni, abbiamo sperimentato soluzioni nuove. Il violoncello doveva essere autonomo, il pizzicato doveva trasmettere un senso percussivo». Non è il suono pieno che ci si aspetterebbe da uno strumento con una cassa armonica tanto voluminosa. Il pizzicato è stato probabilmente trattato digitalmente e salendo di frequenza è stato velocizzato. «Dopo l’incontro con Nicolás è successa una cosa strana», racconta Punzi. «Prima quando dovevo studiare o preparare un concerto avevo bisogno di passare tanto tempo in silenzio. Dopo questa esperienza mi è venuta voglia di ascoltare musica sempre diversa. Non cerco più il silenzio. Voglio assorbire suoni».

Altri suoni belli e arcani che si sentono in Telas provengono da strumenti a percussione costruiti appositamente per Jaar. Li hanno creati due artisti italiani chiamati Anna Ippolito e Marzio Zorio. Non li chiamano strumenti, ma scatole sonore. «Di solito» raccontano «produciamo opere d’arte visiva. Jaar, che avevamo conosciuto durante una mostra a Torino, stava pensando a oggetti sonori fatti ad hoc. Abbiamo passato ore con lui in giro per la città e nel nostro studio a ricercare i materiali più adatti, a parlare di forme, colori, posizione, usabilità, significati e molto altro».

Le prime tre scatole sonore di Ippolito e Zorio sono parallelepipedi, ognuno con peculiarità estetiche e sonorità ben specifiche. Sono state utilizzate per la prima volta al Teatro Carignano di Torino nel marzo 2019, poi all’Het HEM, in Olanda, dove i due hanno realizzato altre due scatole. «Si tratta in tutto di cinque oggetti sonori, analogici ma con la possibilità di essere amplificati, costruiti con materiali eterogenei come legno, lamine di metallo, corde, materiali elastici. Ognuno ha una possibilità di espressione sonora ben specifica e largamente interpretabile al contempo».

È la prima volta che Ippolito e Zorio si confrontano con un musicista. «Nasciamo come artisti visivi, ma nella nostra produzione abbiamo utilizzato e usiamo anche il suono. Entrambi abbiamo avuto una formazione, se pur generale, nell’ambito musicale e abbiamo sviluppato opere d’arte sonore sia insieme sia individualmente». La componente estetica delle loro scatole è importante. «Sono state studiate anche per essere esposte sul palco e suonate dal vivo, in posizioni ben specifiche e ponderate da Jaar. Non le consideriamo né strumenti musicali, né opere d’arte, ma un ibrido tra le due cose».

La partecipazione a Telas di Susanna Gonzo, una linguista, è la più accidentale. «Non si tratta di una collaborazione intenzionale, non sono una musicista, né una cantante», racconta. «Con Nico abbiamo fatto musica insieme qualche volta e qualche piccola cosa è finita nell’album. Ho lavorato alla composizione di Talencima. Abbiamo registrato la mia voce insieme al suono di un flauto e poi Nico l’ha manipolata».

Gonzo e Jaar hanno partecipato assieme a un altro progetto. Il musicista ha passato 14 mesi all’Het HEM, un centro artistico a Zaandam, vicino ad Amsterdam, che ha sede su un ex terreno militare. Lì, tra il 2018 e il 2019, ha creato musica, fatto concerti, partecipato allo Shock Forest Group. Vicino al centro si trova un bosco che veniva usato un tempo dai militari per testare le munizioni: teneva lontani occhi indiscreti e attutiva i suoni delle esplosioni. Abbandonata dai militari, negli anni ’60 la foresta si è riempita di aironi, la cui popolazione è decresciuta drammaticamente alla fine degli anni ’60, senza apparente motivo. Allo Shock Forest Group, a cui hanno partecipato ricercatori di varie materie, fra cui Gonzo, è stato chiesto di rielaborare questa storia e di indagare questo mistero in una sorta di esperimento collettivo.

«Quello che i due progetti potrebbero avere in comune» ragiona Gonzo «è che entrambi partono dal presupposto che tutto quello che facciamo risulta dall’incontro tra diverse soggettività, situazioni, strumenti, storie che si contaminano a vicenda e si uniscono dando vita a organismi vivi e complessi. Nico è molto bravo ad assemblare le energie con cui entra in contatto e a trasformarle». Telas è il punto in cui sono confluite esperienze di questo tipo, performance in giro per il mondo, installazioni artistiche, le energie di cui parla Susanna Gonzo. Dà davvero l’idea di esse un organismo complesso nato dai contributi di vari attori. È stato lanciato anche sotto forma “liquida”, un sito in cui emerge ancora di più la natura cangiante e instabile del disco. Ascoltarlo significa davvero finire in un altro mondo.

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