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Coma_Cose: «Vogliamo vivere come John & Yoko nel video di ‘Imagine’»

Fausto e Francesca raccontano il passaggio dai concertini a Rai 1, la bolla in cui si vive al Festival, la «capsula di intimità» di 'Fiamme negli occhi', uno dei brani più ascoltati di questo Sanremo. «Cantare "io ti amo, tu mi ami" è difficilissimo»

Coma_Cose

Foto: Mattia Guolo

I Coma_Cose sono una delle conferme più importanti dell’ultimo Festival di Sanremo, sul cui palco hanno presentato Fiamme negli occhi, una canzone molto personale e una performance molto sentita, capace di emozionare sia il pubblico della musica indipendente che li segue da quattro anni, sia il pubblico più generalista di Sanremo.

Venite dal mondo della musica indipendente, tra social e concerti avete avuto sempre un contatto diretto con i fan. Durante la vostra esperienza a Sanremo avete percepito la minor distanza dal pubblico e dagli amici che vi seguono da sempre?
Francesca: A un certo punto durante Sanremo ho smesso di leggere WhatsApp, avevo sempre 180/200, messaggi. Tutte le persone che hai conosciuto in vita tua ti scrivono in quella settimana, perché Sanremo lo guardano tutti. Da dentro non te ne rendi bene conto, soprattutto quest’anno in cui Sanremo è stato di clausura: ci svegliavamo la mattina, ci sedevamo sul divano, facevamo interviste fino alle 7, poi una piccola pausa, ci prelevavano dall’hotel e ci portavano sul palco, finita l’esibizione ci riportavano direttamente in hotel.
Fausto: Ti rincoglionisce quella dimensione lì, perché non hai dei parametri, sembra di essere quasi al Grande Fratello, un esperimento. Comunque la cosa che ci fa sorridere è che adesso che Sanremo è ancora freschissimo, appena mettiamo la faccia fuori di casa ci riconoscono, soprattuto le signore tra i 50 e i 60 anni, tutte carinissime perché non avendo Instagram non hanno la mania del selfie; se il giovane si approccia chiedendo «ma siete voi?», anche se retorico, la signora invece è più sgamata, l’ha già capito, non devi neanche dirglielo. Si avvicina e dice «ragazzi, scusate eh, vi rubo un secondo solo, complimenti, eravate bravissimi, bellissimi» e poi se ne va, solo questo. È bellissimo l’approccio, molto dolce e molto tenero, un altro modo di relazionarsi, ti fa capire come si manifesta il pubblico nelle diverse età.

Amadeus ha detto che l’età media di chi guarda Sanremo è scesa da 55 a 54 anni grazie agli artisti come voi che hanno un pubblico giovane.
Fausto: Ah, hanno guadagnato solo un anno?

Sì, vedi la percezione della nostra bolla? A noi sembrava il Sanremo indie, in realtà si è abbassato di un solo anno, anche perché molti hanno guardato il Festival in streaming o con nuovi metodi di fruizione, però l’età media è proprio quella delle signore che ora vi fermano.
Fausto: Ne parlavo con un amico di 25 anni, mi diceva che lui e i suoi coetanei l’hanno seguito tanto, perché poi c’è anche il rimbalzo dei social. Qualsiasi piattaforma segui, in quella settimana Sanremo è l’unico topic ovunque, quindi se anche non lo guardi ti arriva di rimbalzo. Su Twitch o su Clubhouse per dire, molti hanno fatto il commento del festival. Quindi al di là dell’Auditel c’è tutta quella fetta che però l’ha guardato più come intrattenimento leggero, con un nuovo modo di fruirlo: la notizia, il gossip, il meme; invece il pubblico tradizionale lo guardava sul divano, vecchia scuola, con la solita ritualità del Festival.

Per voi Sanremo è stata una vittoria totale al di là della classifica finale perché avete ottenuto due cose fondamentali per il vostro percorso, cioè lasciare un segno con la vostra proposta e far arrivare il vostro brano in radio. Vi interessava veramente la posizione in classifica?
Fausto: Sanremo è una gara quindi ci sono un voto e una dinamica da gara, però noi siamo andati con un altro spirito, innanzitutto perché c’è uscita questa canzone e anziché farci il video e buttarla su YouTube come al solito abbiamo deciso di sottoporla alla commissione del Festival, ma in modo molto naïf, perché secondo noi aveva un tiro che poteva andare bene lì, è stato bello poter mettere in pratica un sogno, perché non tutti possono dire «ho una canzone che sarebbe perfetta per Sanremo, proviamo a mandarla». Il solo fatto che sia stata scelta ci ha lusingati, anche perché è una canzone nostra, scritta interamente da noi con i nostri produttori Mamakass, non è che abbiamo detto «pimpiamo tutto, stravolgiamoci, facciamo la hit della vita», semplicemente ci è uscita questa canzone che aveva senso su quel palco e l’abbiamo portata lì, basta. Quindi potevamo anche arrivare ultimi, la sfida era poterla fare in quel contesto; poi ovviamente non siamo ipocriti, siamo musicisti ed è chiaro che vogliamo la massima esposizione per la nostra musica. Però le classifiche fuori Sanremo non sono proprio quelle della gara: nella classifica FIMI siamo sesti, così come siamo sesti su Spotify da giorni, numeri di streaming così non li ho mai visti neanche col cannocchiale, 4 milioni, cioè una roba fuori di testa, radio che spingono… Più felice di così non potrei essere. Certo, se uno va per vincere, perché quello è il suo output, allora devi guardare la classifica, ma a noi non interessa.

Siete arrivati e avete fatto quello che era importante per il vostro percorso. Anche perché voi siete partiti dai concertini. Ripenso al live in streaming da Bertallot nel 2017, quando vi ho visti lì ho capito che stava succedendo qualcosa. Non vi fa strano essere passati dai concerti minuscoli a Sanremo in meno di quattro anni?
Francesca: È strano, è come se tu ti immagini una cosa, nella tua testa Sanremo è in un modo, poi partecipi e ti scontri con la realtà. In molti ci hanno chiesto com’è essere lì a Sanremo, in realtà non te ne rendi bene conto fino in fondo perché entri nella dinamica, vedi tutto quello che c’è dietro, la costruzione del programma, com’è fatto, la scenografia da dietro, com’è strutturato e tutto perde in un attimo la magia dell’immaginazione, quindi è stranissimo. Alla fine quasi non ti sembra nemmeno di essere lì.
Fausto: Non lo vedi mai come un punto d’arrivo, è come se quel giorno lì ci fosse da fare quella cosa ma tu la fai da sempre, indipendentemente dal fatto che tu abbia davanti 5 persone o 16 milioni, è un percorso talmente lento… In realtà per fortuna Coma_Cose ha messo il turbo ed è successo tutto in tre anni e mezzo, però io ho una carriera precedente molto lunga e quindi posso dire che cresci di tre, quattro, cinque fan al giorno, solo da un certo punto in poi diventa esponenziale. Un po’ non ci credi mai, vedi sempre davanti le prime cinque persone. Alla fine fare musica è un imprinting, hai sempre in mente quella scena che ti fa dare il massimo in ogni contesto.
Francesca: Probabilmente ti metti in quella condizione per uno spirito di autoconservazione, almeno io faccio così, così so che almeno mi preservo da tutta una serie di cose, è training autogeno.
Fausto: Poi c’è anche questo ulteriore carico da cento: essendo una coppia passi da situazioni di vita quotidiana – scegliere un film sul divano, cucinare insieme una carbonara – a trovarti due ore dopo davanti a 2000 persone. È bellissimo ma è veramente strano, è come se innescassimo un meccanismo diverso in quel che succede sul palco. Tant’è che l’ultima sera di Sanremo mi è successa una cosa da cartone animato giapponese: eravamo tranquilli, il nostro Festival aveva già avuto un senso quindi nella serata finale siamo andati per divertirci. A un certo punto guardavo Francesca e attorno a sparisce la cornice, mi sembrava di essere in sala prove. Dietro vedevo proprio il muro brutto del posto in cui proviamo, una roba quasi sciamanica, è stato figo. Lì ho capito che davvero non cambiava niente rispetto a quello che facciamo tutti i giorni. Però questa cosa è legata al fatto che abbiamo sempre quella piccola percentuale di follia, di incoscienza che ti permette di concentrarti totalmente.

Come avete gestito la componente emotiva di portare sul palco di Sanremo una canzone e una performance molto personali che rispecchiano la vostra intimità di coppia?
Fausto: Quest’anno di quarantena sicuramente ha aiutato, tutti noi ci siamo ritrovati a guardarci un po’ più dentro. Abbiamo messo insieme i pezzi, abbiamo trovato più concentrazione e più stima, questo ci ha portato in questa capsula di intimità. Mancando tutta quella parte che ci consentiva di buttare fuori, abbiamo forse più interiorizzato.
Francesca: Noi dovevamo cercare di contenere l’emozione di portare per la prima volta una canzone nuova su un palco importante, era tutto inedito. Era una grande incognita quindi la parte emotiva è venuta fuori in maniera naturale. Sì, ci eravamo preparati, sapevamo quello che dovevamo fare. Però non sai davvero che cosa stai andando a fare. Quindi l’emozione quando viene fuori davvero, riesce ad arrivare attraverso la televisione perché è reale. È stata la messa in opera di un’emozione vera.
Fausto: Questo freno, questo cercare di reprimerla e cavalcarla è stata forse la cosa vincente.
Francesca: Sì, poi alla fine io non ci riesco più di tanto. Infatti appena sono salita sul palco la prima sera mi sono detta «cazzo, devo cominciare a cantare» e non avevo più voce, mi sembrava di non riuscire a respirare. È semplicemente una cosa nuova e come tutte le prime volte sei emozionatissima.
Fausto: Non so nella vita quanti concerti ho fatto però era da tanto che non avevo quella paura da primo giorno di scuola. Non è la solita tensione pre-concerto, è proprio la paura da oddio qua sbaglio, cado, inciampo, sbaglio tutto, mi dimentico le robe, svengo. Ce lo hanno confermato tutti gli artisti che hanno partecipato a un Festival di Sanremo. Immagina che dal nulla vai davanti a 16 milioni di persone, non si vedono, ma tu sai che ci sono.

La copertina di ‘Nostralgia’ che uscirà il 16 aprile

Quindi mettervi a nudo sul palco vi ha anche un po’ aiutati, vi siete proprio appoggiati a vicenda.
Fausto: Assolutamente, ma avevamo anche la serenità, la sicurezza di quello che volevamo fare: nel pacchetto Coma_Cose c’è sempre l’artigianalità, il credere in qualcosa e farlo pian piano, ogni giorno, l’essere una coppia, essere persone semplici; avremmo avuto più paura se fossimo arrivati lì perfetti, con lo charme, neanche una goccia di sudore, tipo Fred Astaire e Ginger Rogers. Non siamo così e sentivamo che in quel modo non saremmo arrivati al pubblico a casa. Anche perché credo che su quel palco vinca l’emozione, saper comunicare.
Francesca: Dipende anche dalla canzone che hai e da cosa vuoi fare, per noi è stato giusto perché volevamo trasmettere quella cosa lì.
Fausto: Infatti la grande vittoria per noi è stata portare l’amore sul palco. L’amore semplice, di due persone che si vogliono bene e che stanno insieme. Non è una tematica sociale così importante come se ne sono viste su quel palco. Non è così banale né così scontato. Quando vedi John Lennon e Yoko Ono che camminano sulla spiaggia, a me quell’immagine mi ammazza, mi fa dire «ma io voglio vivere dentro la stanza di Imagine, tutta bianca» stare lì e basta, guardare il soffitto bianco. Siamo contenti di essere riusciti a portare questo amore universale, ma molto specifico. La semplicità di una cosa che in realtà non è così facile, anche perché sentiamo tanti che cercano l’amore in questo momento storico. L’amore oggi non è diffuso, ma è molto ricercato. Non a caso è molto difficile parlare d’amore senza usare la dinamica del «lei mia lasciato, lui mi ha lasciato, torno alle 5 di mattina sfatto perché sono depresso». Noi abbiamo fatto una canzone che sta in piedi dicendo semplicemente «io ti amo, tu mi ami». È talmente semplice da essere difficilissimo. Al pubblico è arrivata la positività della nostra canzone e questo è l’aspetto che ci rende più felici.

Non avete paura che mettendo così a nudo il vostro rapporto davanti a un pubblico in gran parte nuovo e “generalista” si creino reazioni un po’ voyeuristiche, di gossip becero?
Francesca: Da un lato è ovvio che ci pensi a questa cosa, come pensi alla posizione in classifica. Pensi «adesso come faccio perché per tutti saremo sempre la coppia, devo continuare a fare canzoni d’amore», così come pensi «sono arrivato ventesimo, è andato tutto male», quando poi in realtà i numeri e l’affetto delle persone dicono altro. Quello che volevamo fare lo abbiamo fatto, la nostra canzone sta piacendo quindi alla fine bisogna avere la mente lucida e rendersi conto che abbiamo sempre raccontato di noi e messo sempre un punto su quella che è la nostra storia. Quindi noi continueremo a fare le canzoni come abbiamo sempre fatto.
Fausto: È una cosa che mi piacerebbe che uscisse in seconda battuta. Noi siamo due musicisti innanzitutto, poi al pubblico è arrivato il concetto di coppia, la canzone d’amore, però dietro c’è anche la capacità di farla, di metterla in scena, che è anche figlia di un mestiere e di una padronanza di in mezzo. Ovviamente dovremo essere bravi anche noi a riuscire a cavalcare questa visibilità. Ma nello spiegare a tutto tondo quello che siamo, ossia due musicisti che stanno insieme e che fanno musica insieme, vogliamo far capire che non siamo due tronisti, siamo innanzitutto due musicisti. Sicuramente ci sono dei contenitori che magari cercano solo quel tipo di intrattenimento, motivo per cui bisogna in qualche modo surfare e starne alla giusta distanza. Comunque secondo me capiremo qual è il nostro pubblico quando apriremo i primi botteghini e confido che sicuramente il nostro pubblico continuerà a seguirci, ne arriverà anche di nuovo ma lì credo che si chiuderà il cerchio: quando saremo di nuovo davanti al palco e diremo «ok, siamo passati per Sanremo e adesso rieccoci qua» perché per noi Sanremo è stata una bellissima deviazione di percorso.
Francesca: Sì, poi nella vita di tutti i giorni non ti cambia niente. Il motivo per cui fai la musica e fai le cose è sempre quello.
Fausto: Noi facciamo musica perché è un’esigenza, se una cosa non la riesci a dire a parole la dici con la musica. Quando hai questa cosa, secondo me hai un paracadute per ogni tipo di situazione.
Francesca: Tant’è che adesso abbiamo un disco in uscita che è totalmente non commerciabile. Non è che ci siamo messi a fare le hit radiofoniche.
Fausto: Sicuramente è un atto molto punk, ma non era prefissato. Abbiamo fatto questo disco ma la parola giusta è raccolta, sono sei canzoni scritte durante la pandemia che hanno un senso, che hanno un perché, tra cui c’era anche la canzone che abbiamo deciso di portare a Sanremo. Però non c’era una strategia. Probabilmente il pubblico che è arrivato da Sanremo sentirà il disco e dirà «boh». Però pensa a quanto è punk poter far sentire anche a un pubblico diverso dal tuo solito. Se anche uno solo dei nostri nuovi ascoltatori si affeziona alla nostra musica, per noi quella è già una vittoria.

È vero che siete sempre gli stessi, ma in una cosa dopo questo Sanremo siete cambiati: mentre prima eravate piuttosto silenziosi lasciavate comunicare la musica o le immagini, ora parlate molto di più. È una scelta oppure è un adattamento dovuto alla macchina di Sanremo?
Francesca: Sanremo è servito anche a quello. Eravamo consapevoli del fatto che fare il Festival avrebbe portato con sé molta esposizione mediatica, tanto che ero molto angosciata, pensavo «le relazioni pubbliche, le interviste, diventerò pazza». Però mi stimolava, mi è servito per uscire dalla zona di comfort.
Fausto: È vero e secondo me è una cosa bella. Noi siamo così, un po’ per timidezza ma anche per pudore, siamo le classiche persone che dicono «ok faccio le stories» e poi si fermano e dicono «ma che cazzo devo dire». Ci piacerebbe essere più estroversi, ma sarebbe forzato. L’intervista più approfondita ti permette di poter parlare e raccontare quello che sei e quello che pensi. Forse a noi mancava un po’ forse il contesto, in realtà siamo sempre stati propositivi nei confronti delle interviste. Ovviamente a Sanremo ne abbiamo fatte tantissime, solo il mercoledì di Sanremo ne abbiamo fatte 26. Però è stato formativo.

Che cosa succede ai Coma_Cose dopo Sanremo e dopo il disco in uscita il 16 aprile?
Fausto: Il nostro booker ci dice che al momento sembrano fattibili dei concerti come l’anno scorso, con capienze ridotte, distanziati, seduti e con mascherina. Però la figata è che per fare queste cose si useranno delle venue giganti, ad esempio tanti artisti faranno l’Arena di Verona. Secondo me si può fare. Noi siamo ovviamente prontissimi, in canna come dei proiettili in un fucile. Anche perché è bello dopo tutta questa compressione uscire fuori, dare un senso alle cose. Se non sarà possibile si aspetteranno tempi migliori.

Avete un piano B nel caso in cui non si possa tornare a fare i live?
Fausto: Coma_Cose è un progetto abbastanza unico nel panorama perché ha delle esposizioni molto grandi, ha toccato anche pubblici o risultati importanti, però rimane un po’ punk nel suo DNA. Come ti dicevo prima, vai a Sanremo e poi fai il disco di sei pezzi che è un’esperienza e che non c’entra un cazzo col Festival. Viviamo alla giornata. Fondamentalmente lo chiedi alle persone sbagliate perché è proprio la nostra indole, se sapessimo cosa faremo da qua a otto mesi non saremmo i Coma_Cose. Può essere che domani becco un trapper iper tamarro e scriviamo la hit del secolo perché ci gira bene oppure può essere che con Francesca musichiamo dei canti gregoriani e scegliamo una religione. A parte gli scherzi, speriamo di raccogliere il massimo, il disco per noi è una figata pazzesca perché è un album importante dal punto di vista emotivo e forse abbiamo bisogno anche di far uscire quel disco per poi capire che cosa vogliamo scrivere dopo.

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