Coma_Cose, l’importanza di spegnere tutto | Rolling Stone Italia
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Coma_Cose, l’importanza di spegnere tutto

Un meraviglioso modo di salvarsi, per citare il titolo del nuovo album, è buttare il copione che ci hanno affidato, mollare social e aspettative, guardarsi dentro. Francesca e Fausto raccontano il disco in cui suonano uguali e diversi, tra il racconto degli orrori del presente e una (temporanea) separazione

Coma Cose

Foto: Mattia Guolo

Esce oggi Un meraviglioso modo di salvarsi, il terzo album del progetto Coma Cose. Prodotto come sempre con i Mamakass, per la prima volta il lavoro del duo formato da Fausto “Lama” Zanardelli e Francesca “California” Mesiano sembra prendere le mosse dalla musica invece che dai testi. Nel nuovo lavoro trionfa una tendenza postmoderna ad attingere a piene mani da un repertorio enciclopedico di ispirazioni musicali che vanno dal country statunitense ai Pooh della fase progressiva, fermo restando il tanto amato rap. Non mancano naturalmente i calembour, loro marchio di fabbrica; solo, qui sono pochi ma buoni, anzi pochissimi e cattivissimi, distillati tra un j’accuse rivolto ai social e un invito alla riscossa destinato alla società.

Costringendoli a una pausa di riflessione dall’influenza che li affligge simultaneamente abbiamo parlato con Fausto e Francesca dei sacrifici del continuare a crescere nonostante la tentazione di continuare a giocare il più possibile con le note e le parole; della comunicazione interna alla coppia che diventa un baluardo contro il silenzio della società; del sentimento provinciale che non fa perdere mai di vista la critica alla ragione metropolitana; di quanto sia fragile il successo esteriore e salda, ma impegnativa, la forma di resistenza affidata all’introspezione.

I temi di Un meraviglioso modo di salvarsi sono gli stessi su cui si basano il cuore e la mente della vostra produzione passata, ma affrontati con una fiducia ancora maggiore nei vostri mezzi, sia linguistici che musicali, intellettuali e cardiocircolatori. Cosa resta e cosa cambia di Coma Cose all’alba di questo nuovo disco?
Fausto: Facendo ascoltare i nuovi pezzi a persone a noi anche molto vicine la cosa che è balzata più spesso fuori è stata: «Cavolo, siete sempre voi!». Questo ci ha lasciato un po’ perplessi. A noi sembra naturalissimo non essere cambiati di una virgola, perché Coma Cose è nato già nell’età della nostra maturità. Quando abbiamo dato via a questo progetto non avevamo davanti una missione giovanile del tipo: ho scoperto questo genere, lo abbraccio e cerco di farlo mio. L’attitudine semmai era: ok, siamo diventati grandi, abbiamo fatto vari percorsi musicali ma ora è il momento di fare quello che conosciamo meglio e che ci piace di più. Per questo ogni nostro disco è diverso ma è anche sempre uguale agli altri.

Ben venga che spariate tra un album e l’altro, tra una pandemia e un Sanremo, se poi riaffiorate con album come questo.
Fausto: In questo periodo di silenzio siamo scappati con più convinzione che mai dagli oneri per noi più pesanti dell’artista di oggi tra cui, prima di tutto, vengono i social network: luoghi in cui, per la paura di essere dimenticato o di smettere di esistere, tendi a dire qualcosa anche se non hai nulla da dire. All’apice della nostra carriera (o perlomeno della nostra esposizione), ci siamo imposti di non seguire un copione. Se non trasformiamo il traguardo che abbiamo raggiunto in maggiore libertà, che cosa lo abbiamo raggiunto a fare? Così abbiamo fatto un disco per i cavoli nostri, spegnendo tutto. E quando spegni tutto, e non subisci alcun inquinamento esterno, scopri presto di poter lavorare al doppio della velocità e al doppio dell’autenticità. Il disco parla di questo guardarci dentro, pur nel contesto del mondo in cui viviamo.

Restare sé stessi non è dunque un punto di partenza ma uno di arrivo, un privilegio che va conquistato?
Francesca: Quando è terminata la fase precedente e ci siamo ritrovati a scrivere questo disco, abbiamo conosciuto un momento di crisi, in cui ci siamo posti il problema di cosa fare, potendo fare tutto. Abbiamo fatto Sanremo, abbiamo fatto un tour sold out. Potremo permetterci di fare un disco che piaccia a noi? Abbiamo provato a cogliere questa occasione.

Il fatto che tossicchiate all’unisono è un ulteriore segno di quanto sia indissolubile la vostra dimensione di artisti coniugali, entrambi egualmente produttivi e performativi, nella buona e nella cattiva sorte. Siete una tomba etrusca della musica pop, col vantaggio che però voi siete ancora vivi. Non tenere conto della natura dualistica del vostro lavoro renderebbe difficile comprenderlo, con particolare riferimento a quest’ultimo capitolo. Quanto vi aiuta e quanto vi ostacola nella professione il contratto a tempo indeterminato che avete stipulato nella vita?
Francesca: Sul palco e nelle interviste, in tutto ciò che riguarda la performance, penso che il lavoro sia alleggerito e semplificato dall’essere insieme. Ci sono ovviamente delle criticità: magari ti chiamano a fare una cover o un’esibizione chitarra e voce e farle in due, per noi, è più difficile che da soli. Insomma abbiamo dovuto trovare il nostro equilibrio, superando tutti i momenti critici, anche se non conosciamo alcuna formula magica.
Fausto: Diciamo che ci stiamo lavorando. Per le esperienze personali e per l’educazione che abbiamo avuto siamo due persone abbastanza ciniche e questo ci ha sempre aiutato. Abbiamo in comune un forte aspetto valoriale. Ma il cinismo di fondo ci aiuta a non offenderci mai. Ovvero: ci offendiamo sempre per non offenderci mai, grazie a un’alchimia fortissima che fino a ora ha vinto su tutto. Ovviamente se abbiamo litigato non sempre è facile andare sul palco col sorrisone, ma credo che questo valga anche per gli artisti che non si esibiscono in coppia: quando si accendono le luci devi riuscire comunque a resettarti.

Nello skit che apre il disco c’è la disinvoltura con cui giocate la musica come si gioca col cibo; una disinvoltura da Fantasia Disney, con cui donate il soffio vitale alla vostra musica, strumento per strumento. Nel secondo skit, Rumore sociale, oltre a farci assaporare il valore aggiunto di ascoltare l’album nell’ordine da voi stabilito, vi producete quasi in numeri brillanti da observational comedy. Come sono nate queste parti recitate del disco?
Fausto: Tornando alle influenze casalinghe, gli skit sono stati registrati qui a casa con un paio di microfoni e il gatto che ci saltava sul tavolo. Ci sembra così strano che quella dimensione possa diventare pubblica: per noi è stato come condividere un pezzettino di casa. Lo skit è qualcosa che abbiamo conosciuto e amato grazie ai dischi rap degli anni ’90. La traccia nascosta è qualcosa che ci è sempre piaciuta perché è l’aspetto tridimensionale di un album, un po’ come la copertina che apri scoprendone un’altra, a matrioska.
Francesca: Per quanto siano parti recitate e scritte ti fanno tornare nella realtà.
Fausto: Ognuno dei tre skit ha una sua valenza. Il primo apre le danze e dichiara che si tratta di un concept album che ha un inizio e una fine. Quello di mezzo è ironico e schiaccia l’acceleratore sulla presa in giro dei social network. L’ultimo è una chiusa che vorrebbe lasciare un po’ spiazzati. Può sembrare una supercazzola esistenziale ma, se avessimo una soluzione più chiara ai problemi del mondo, forse faremmo i santoni e non i musicisti. È stato un modo agrodolce di dire che abbiamo provato a scavare dentro noi stessi. Ora abbiamo voglia di incontrare le persone e di capire se hanno voglia di ragionare con noi.
Francesca: Speriamo che questo dialogo si inneschi.
Fausto: A volte osserviamo dei colleghi e ci sentiamo un po’ soli nel pensare: possibile che solo noi viviamo in modo così terribile questa contemporaneità? Credo di no, ma spesso la musica viene usata esclusivamente per sdrammatizzare e andare avanti. Verissimo e, anzi, averne di musica leggera di questo tipo. Ma è vero anche che la musica può rappresentare altri valori ed è utile ricordarsene.

La prima traccia, Chiamami, che ha anticipato il disco con un videoclip diretto da Fausto stesso, contiene un’apologia del reato di periodo di riflessione, che andrebbe depenalizzato, soprattutto oggi che le storie nascono e finiscono come se non ci fosse un dopodomani.
Fausto: Il distacco fisico non è stato tanto uno stand by a livello sentimentale, di coppia, ma più che altro un momento per rimettere in ordine i nostri pensieri. Chiamami ha una genesi musicale bizzarra: parte dalla voglia di ripescare la new wave in chiave maccheronica (come non citare i CCCP). Anche se il testo sembra parlare del conflitto russo-ucraino, è stato scritto prima che esso scoppiasse. La guerra usata nella nostra narrativa è la guerra fredda come metafora di una tensione umana e relazionale che non si riesce a esprimere del tutto. È stato tragico scoprire come, successivamente, la storia di questi mesi l’abbia saputa esprimere, eccome.

Odio i motori colpisce perché sembra un intero EP in una sola traccia multigenere.
Francesca: Il pezzo è una fotografia di tutto quello che siamo. Mi piace perché è molto libero e non ha una struttura classica: ha una prima parte rap mia, poi una sezione cantautorale un po’ battistiana di Fausto e infine una coda psichedelica rock. Io canto di come mi senta rispetto al mondo che mi circonda, Fausto racconta il nostro incontro e infine chiudiamo con un finale poetico e immaginifico.
Fausto: Il rap dell’attacco è un genere non genere, che mi ricorda un po’ il sound dei Gorillaz con, in più, l’influenza di un’artista che ci piace parecchio, Greentea Peng. Per la mia parte, vi farà sorridere, oltre a Battisti mi sono venuti in mente anche i primi Pooh, che magari sono un po’ stigmatizzati in quanto molto italiani come linguaggio pop, ma in realtà all’inizio erano una band progressive, con dentro tanti Beatles e Pink Floyd, che incontrava la canzone italiana.

Transistor è il brano in cui entrate a gran voce nella difesa delle sensazioni analogiche a discapito del distacco digitale. Ma forse nella messa in musica elettronica di questo concetto ci sono più sfumature di quelle che una semplice dicotomia può lasciare presagire?
Fausto: Prima di tutto è un pezzo falso elettronico, perché prodotto con macchine analogiche. Nel testo cito Cronenberg, un regista che ha disegnato la civiltà distopica in film come Videodrome e che già negli anni ’80 esprimeva un punto di vista di estrema alienazione. A quel tempo era la televisione, ora ci sono i social media. La scelta dell’elettronica fatta coi sintetizzatori vuole dare una sorta di paradossale onomatopeicità a questi temi.

Che brano è La resistenza?
Francesca: A livello musicale ci sono dentro i Talking Heads, gli LCD Soundsystem e poi… come si chiamano quelli che non siamo riusciti a vedere a Cesena….
Fausto: I Flaming Lips.
Francesca: Sì, esatto! È il manifesto del disco e prende spunto dalla resistenza come concetto da applicare alla vita di tutti i giorni, soprattutto in riferimento al riuscire a restare sé stessi.
Fausto: La resistenza è strumentalizzata dalla politica fin dall’alba dei tempi, ma è una parola con una forza da riscoprire, particolarmente in un momento di confusione come quello che sta vivendo la civiltà odierna, in cui è impossibile non avere qualcosa a cui resistere. Siamo disillusi rispetto al credere in un rosso, un blu, un giallo, ma almeno dovremmo provare a credere nelle sfumature che siamo tutti noi.

In Foschia ritornano le descrizioni paesaggistiche che erano molto presenti nello scorso album, Nostralgia. E ritorna un verso indimenticabile di Mancarsi. Come è cambiato da quando faceva schifo avere vent’anni?
Fausto: Qui il verso, ironizzando sull’autocitarsi, è diventato “Che schifo avere ventagli”, in un’iperbole sull’ostentare quale sommo difetto dell’umanità. Vent’anni li ho compiuti due volte, nel frattempo, ma sono contento di invecchiare. Gli anni ti giustificano nell’autoanalisi, nell’appartenenza a te stesso.

In Napster si sintetizza una grossa parte dell’origine dei mali che contraddistinguono i nostri consumi musicali. C’è un passaggio che rimane inciso nella memoria: “Il codice fiscale è come un mp3 dell’identità”. La massificazione della distribuzione digitale della musica è stata solo un problema?
Fausto: Be’ ovviamente non possiamo sputare nel piatto in cui mangiamo. Il nostro non è snobismo. È una provocazione basata sul fatto che la bellezza della fruizione della musica tra poco non esisterà più o non esiste già più. Non bisogna essere negativi o fatalisti però bisogna anche accettare il fatto che suonare un certo disco per un mese intero nello stereo di casa non ci appartiene più.
Francesca: Una volta la musica si scopriva grazie a un rapporto umano, attraverso il prestito di un disco o un consiglio particolarmente contestualizzato e motivato.
Fausto: È difficile fare i conti con la realtà che la musica ha perso parte del suo valore culturale proprio per questo.
Francesca: La musica si produce più velocemente e si ascolta ragionandoci meno.

Calma workout è una satira di costume che comincia con la campionatura del voice over di un’app di allenamento. La smania di consumare calorie può atrofizzare il muscolo della riflessione?
Francesca: Con la pandemia hanno spopolato i workout casalinghi, con conseguente ostentazione social dei propri risultati e del proprio aspetto fisico. Io sto abbastanza “sotto” per lo sport, perché mi fa stare bene ed è un buon palliativo per la mia iperattività, ma non per questo devo farlo sapere al mondo attraverso foto e video.

Sto mettendo ordine è una breve autobiografia di Fausto in cui ritorna il rap classico. Ritorna alle origini proprio come Fausto, in passato, è tornato sempre alla musica quali che fossero le esperienze lavorative che stesse facendo, anzi diventando fonte di ispirazione artistica a loro volta. Il pezzo contiene anche una sferzata alla direzione in cui sembra andare il rap contemporaneo, “dal tempismo al teppismo”…
Fausto: Il rap è una delle forme più immediate della musica, perché si può fare anche con niente, andando letteralmente a ruota libera. Mi ha riempito di felicità il fatto che l’ultimo disco di Marracash sia stato riconosciuto universalmente come uno dei dischi migliori dell’anno. Mi piacerebbe vedere più slanci di questo tipo, un rap che cerchi di essere profondamente attuale e non solo estemporaneo e autoriferito. È un peccato che un linguaggio nato per essere di rottura sia sempre più spesso omologato. Spero che le nuove generazioni di rapper trovino il modo di raccontare anche i propri disagi e non solo la loro esaltazione.

Per Maldinoia, vista la sua centralità nel pezzo, affideremmo a Francesca il compito di definire vostro conio linguistico.
Francesca: Maldinoia racconta come in questo momento storico gran parte di quello che ci circonda serva a farci evitare la noia e sia tutto sempre e solo intrattenimento. Ti basta un telefono per sfuggire per sempre alla noia, la cui funzione, invece, è fondamentale, soprattutto in ambito artistico.

Veniamo a Giorni opachi, in cui riecheggia il vostro cavallo di battaglia (o da rodeo) della dialettica tra periferie e centri. Meglio un giorno di apatico provinciale che cento da metropolitano artificioso?
Francesca: Questo è un pezzo country-rock, in cui ci sono dentro l’America di Kurt Weill e l’Australia dei Silverchair. Quando vivevo in provincia avevo voglia di scappare verso la città. Col senno di poi è sempre più necessario tornarci. Il posto da cui vengo io è una pianura sconfinata circondata da montagne molto alte. La prima volta che ci è venuto Fausto mi ha detto che gli sembrava di stare nell’Indiana.

Sei di vetro chiude il disco introducendo il concetto opposto all’essere “de coccio”. La vera forza di cui cantate sembra quella di essere inevitabilmente fragili ma anche sempre trasparenti e permeabili alla luce e agli altri. È questa la bellezza più autentica del vostro progetto di vita e di musica? Il modo più meraviglioso di salvarsi è non provare tanto a salvarsi?
Fausto: Questo brano ha una storia particolare perché, quando abbiamo iniziato a scriverlo, eravamo momentaneamente separati. Avevamo bisogno di respirare. Mandai a Francesca un provino del pezzo con la mia sola voce. La sua fu aggiunta in seguito, cambiando tonalità alla parte centrale. È la canzone d’amore del disco e non arriva in fondo per caso: dopo aver descritto per tutto il disco gli orrori del presente, vogliamo dare speranza. La promessa che ci scambiamo è: vai nel mondo, invece che rimanere qui con me, a puoi farlo solo se conosci i tuoi limiti.

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