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Coma Cose a Sanremo 2023: «Il Festival era il male, poi è cambiato tutto»

Con 'Addio' portano sul palco dell'Ariston la loro crisi di coppia e l'orgoglio di essere outsider: «Alla fine ci siamo resi conto che l’unica cosa che possiamo fare è portare noi in prima persona»

Foto: Mattia Guolo

«Sì, per noi è difficile, però oh, mi sa che anche per voi giornalisti non siano così semplici questi giorni, sarete ossessionati da tutto ciò che riguarda Sanremo pure voi…»: vero, Fausto, hai assolutamente ragione a dirci questo. Accidenti se hai ragione. Siamo entrati in quella fase dell’anno in cui tutto è clamorosamente sanremizzato, per gli addetti al settore ma anche per i semplici osservatori: ogni cosa che tocchi è Sanremo, ogni cosa che pensi è Sanremo; e, se scrivi di musica, quasi ogni cosa che scrivi è Sanremo. Pesante, eh. E per chi come il sottoscritto ma anche i due Coma Cose, Fausto Lama e Francesca aka California, arriva da un background sufficientemente alternativo, dove a vent’anni ci si nutriva di jam hip hop o di adunate drum’n’bass nei capannoni, è tutto in qualche modo, beh sì, un po’ surreale. Ironico. Glielo diciamo proprio: che poi dai, ragazzi, diciamolo: per noi tutti anche solo fino a dieci anni fa Sanremo era proprio solo ed unicamente un gigantesco schifomerda, quello era…

Quando ci sente dire questa cosa, Fausto scoppia in una risata irrefrenabile. Che sa in primis di ammissione. California, più composta, prova a trovare il giusto equilibrio: «È così. Hai ragione. Ma un po’ siamo cambiati noi, un po’ è cambiato il mondo». Inizia così una amabile chiacchierata con due persone che stanno facendo una delle cose più facili e difficili in assoluto: mettere in esposizione, su pubblica piazza, i fatti propri. Perché la storia infatti la sapete, ormai, ne hanno infatti scritto tutti: L’addio, il brano che i Coma Cose portano a Sanremo 2023, è il racconto della crisi sentimentale che c’è stata fra i due (e, va da sé, della sua ricomposizione finale). Un racconto davvero dritto, diretto, lineare, senza sconti, senza cazzate, con riferimenti molto precisi (anche alla loro partecipazione innamorata di due edizioni fa). Tutto questo in un brano pop al 100%, niente sperimentalismi o cose strane. Ma di un pop fatto onestamente bene («Con un argomento così, cercare troppe ricercatezze, stranezze o giochi di parole poteva diventare davvero fuori luogo», sottolineano entrambi).

Ma torniamo al punto. «Sì, dai, è cambiato il mondo. Ma quel tipo di chiusura che avevamo noi, ed effettivamente lo avevamo, oggi penso che sia anacronistica. Sbaglio? Sanremo era il luogo del Male perché era il mainstream per eccellenza, vero, ma la domanda da farsi oggi è: cosa è mainstream, e cosa è alternativo? Mi spiego: le cose realmente alternative esistono per davvero, certo che esistono e per fortuna che esistono!, ma sono pochissime – e sono quelle a cui proprio non interessa emergere in alcun modo, anzi, vogliono restare nascoste. Per tutti gli altri, anche se parti dal basso facendo una cosa assolutamente non mainstream la verità è che oggi appena metti anche solo un dito fuori dal tuo sotterraneo, sei già sotto gli occhi di tutti: entri già in un certo tipo di dinamica». Fausto si prende una pausa, per poi proseguire: «Anche perché oggi succede che possano esplodere pure delle cose a cui in teoria non avresti mai dato delle chance. E questo perché c’è una fame incredibile di novità, si consuma tutto in modo incredibilmente rapido, la voglia di qualcosa di nuovo a getto continuo ha preso davvero tutti e tutto. Il risultato? Siamo in un mondo dove possono convivere con grande naturalezza Blanco e Mahmood e…».

«…e Massimo Ranieri», chiude la frase California, con Fausto che pronuncia lo stesso identico nome assolutamente all’unisono con la sua partner: potere iconico di Massimo Ranieri. Per poi sottolineare, sempre Fausto: «E in tutto questo ci possono stare anche i Coma Cose. Oggi è così. Quindi di cosa stiamo parlando?». Questa conversazione è interessante. Anche perché ci guida fuori dal “Ma come state, ma quanto litigate, ma quanto avete fatto pace, ma quanto sarà dura mettere in piazza i fatti vostri” che ha – inevitabilmente – monopolizzato la conferenza stampa plenaria di fronte a una ventina di giornalisti di quotidiani e televisioni, svoltasi appena prima. Riprende la conversazione California: «Ovvio che, come qualsiasi situazione, il tipo di realtà che stiamo vivendo oggi in musica, ultra-accelerato ed esposto, abbia dei pro e dei contro. Ma uno dei pro più importanti è che oggi, in qualsiasi contesto, se solo lo vuoi hai davvero la possibilità di essere te, non c’è più l’obbligo di adeguarsi altrimenti non ci sei, altrimenti non esisti e non ti prendono in considerazione. Oggi è diventato tutto molto più verticale rispetto ad un tempo: perché in qualche modo è come se, contrariamente rispetto al passato, fossimo tutti sotto lo stesso riflettore. Tutti sotto gli stessi mezzi di comunicazione, sì. Questa è una grande differenza di fondo. Non c’è bisogno quindi più di adeguarsi, come si faceva invece prima quando si approcciava il mainstream: non c’è più bisogno di snaturarsi, di fare quelle cose che ti vendevano come scelte obbligate – e probabilmente lo erano pure, eh – e tu dovevi seguirle o eri fuori prima ancora di iniziare. Anzi, guarda: oggi più sei te stesso, più hai possibilità di piacere anche al di fuori della nicchia dei tuoi simili, di persone col tuo stesso background, senza dover però tradire la tua storia». Cosa prima probabilmente impossibile. O, almeno, molto più difficile. Vedi ad esempio le mille mani avanti di Subsonica prima e Marlene e Manuel Agnelli poi al momento di partecipare al festival.

Da qui, da queste considerazioni, torniamo piano piano a discutere di quello di cui alla fine parlano tutti: il loro mettersi i sentimenti e la crisi di coppia in piazza. Ma lo facciamo con un giro lungo e interessante. Fausto: «Fammi aggiungere: se accetti di essere te stesso, è più facile che riesci a stringere un rapporto più lungo e duraturo con chi ti segue e battere così il grande consumo di novità che rischia di renderti irrilevante dopo cinque minuti. Poi sai, se ci chiedi “Ma voi dieci anni fa volevate diventare famosi, volevate arrivare a questo, a Sanremo?” la risposta è: “Non lo so”. Di sicuro volevamo tirarci fuori dalla realtà in cui stavamo. Quello sì. Nessun problema se vuoi fare musica continuando a stare nella tua stanza, nella tua cameretta; ma allora devi essere onesto fino in fondo, e restarci. Per noi la questione era invece diversa, lo è sempre stata. Noi volevamo tirarci su rispetto alla vita che facevamo. Ma tutto questo evolvendoci in modo naturale, senza rigidità, tant’è che abbiamo anche cambiato linguaggio negli anni». Vero: infatti L’addio è un pezzo dei Coma Cose tanto intenso e convincente quanto lineare e privo di qualsivoglia ironia, gioco di parole e di concetti. Va dritto al punto senza strizzate d’occhio chic come mai in passato. Sempre Fausto: «Ancora adesso, se ci chiedi che genere facciamo ti rispondo che no, non lo so, lo stiamo ancora cercando di capire». «E penso proprio che non lo capiremo mai», suggella California, lapidaria e flemmatica al tempo stesso.

«Portiamo entrambi la voglia di giocare e sperimentare con la musica e gli stili consolidati», sviluppa ulteriormente il discorso Fausto, «e portiamo in dote un percorso personale non brevissimo, perché ormai siamo entrambi grandicelli, anche se come progetto siamo nati non troppo tempo fa. La cosa buona è che questo nostro percorso continua a rinnovarsi, ad evolvere: ma questo perché anche noi stessi evolviamo nella vita. C’è infatti un rapporto simbiotico tra quello che facciamo in musica e quello che succede a noi come persone». Ecco, ce ne siamo accorti: vedi appunto la scelta di regalare al vouyerismo artistoniano in mondovisione una privatissima crisi sentimentale. «Già. Alla fine ci siamo resi conto che l’unica cosa che possiamo fare, se vogliamo essere a nostro agio anche in un posto impegnativo come il Festival, è portare noi in prima persona. La nostra vita. Le nostre storie. La nostra sensibilità. Questo è quello che sappiamo fare meglio. Questo siamo noi. E questo è quello che ha fatto funzionare le cose, fin da subito. Perché tirarsi indietro? E oggi abbiamo anche meno preconcetti di un tempo, se si tratta di Sanremo».

Preconcetti che, continua a spiegare Fausto, non mancavano al momento di andare all’Ariston per la prima volta, due edizioni fa: «Diciamo che la prima volta c’era effettivamente la paura di poter essere fraintesi. Sì, ok, avevamo già una nostra identità, un nostro pubblico consolidato, ma è un attimo perdere il controllo del mezzo in un contesto così impegnativo, e vedersi restituire una fotografia di se stessi che non t’appartiene per niente». «Ma il punto», prosegue ora California, «è che oggi la televisione non è più quello che era per noi quando avevamo vent’anni. Quando eravamo ragazzi noi, la televisione era l’unico modo per esporsi davvero, nel bene e nel male; oggi invece c’è Instagram, TikTok, YouTube, la televisione ha perso del tutto la sua centralità, e questo ha molte implicazioni. Una di queste, è che noi possiamo essere molto più tranquilli ad andarci, in televisione, è un mezzo come un altro, oggi». «Infatti se ci pensi il Festival ormai vive quasi più come chiacchiera di contorno in rete e poi sulle piattaforme di streaming musicale, che come evento in sé», chiosa Fausto. «Le dinamiche insomma sono molto cambiate. E per noi è così ancora più facile andare là e portare noi stessi, senza filtri. Anche se è una cosa che avremmo fatto comunque».

Foto: Mattia Guolo

Ok. Perfetto. Ma questo tornare a Sanremo? Voglia di aumentare il successo, essere sempre più popolari? Fine dell’estetica (ed etica) da outsider? Scusate eh, ma questo ve lo devo chiedere. «Credo che resteremo sempre degli outsider», spiega calma California, «perché è la percezione che abbiamo (e, credo, sempre avremo…) di noi stessi, al di là di cosa ci possa accadere intorno. Siamo così da quando siamo bambini. Entrambi». Fausto conferma. E aggiunge: «Che poi scusa, sfido chiunque a trovare un percorso analogo al nostro. Ovvio che siamo outsider, dai. E non lo dico per dimostrare che siamo meglio di altri, che siamo più bravi: è solo una constatazione. Tutto quello che ci è capitato, ci è capitato un po’ per caso, senza che venisse pianificato. Perché scusa, se tu avessi voluto costruire un progetto fatto per andare a Sanremo nel giro di cinque anni, avresti preso un trentacinquenne, uno insomma già vecchio, mettendolo insieme ad una ragazza che non aveva mai cantato prima di allora? E poi, gli avresti fatto prendere come direzione artistica il fare delle canzoni che non si capisce se sono e rap o meno, e sono pure un po’ senza capo né coda rispetto a quello che di solito funziona? Lo avresti fatto? Perché la storia nostra di questi anni è questa». Una storia sotto molti punti di vista sbagliata. «Eppure a Sanremo ci siamo arrivati per davvero».

Sì, siete arrivati oltre le aspettative, i calcoli ed il buon senso. Vero. Ma ora? Ora c’è un po’ la paura di essere arrivati tanto in alto, e di rischiare di perdere lo status così faticosamente ma anche imprevedibilmente acquisito? California: «Sì, certo che c’è. Ma penso faccia parte del gioco. Penso accada in tutti gli ambiti, non solo in quello artistico. Perché se sei una persona intelligente, sai che non esistono parabole che sono sempre in fasce ascendente. Il momento di crisi arriverà, così come è arrivato già in passato; l’importante è essere consapevoli di quella che è la realtà vera». «E consapevoli di essere in una posizione fortunata: perché qualsiasi cosa ti succeda, hai la musica che ti fa da paracadute. L’importante è restare fedeli alla musica. Lei non ti lascia mai solo, se non la abbandoni tu. Anche se ti ritrovi abbandonato da tutti, se tu lo vorrai la musica lei sarà sempre con te, sempre. Quello che ti succede attorno a volte è bellissimo, a volte è pessimo; ma quando è pessimo, comunque può arrivare a farti capire quali sono le tue fragilità – per poi permetterti di fare, in futuro, qualcosa di ancora più bello e più forte».

Conclusione troppo seria, per questa intervista. Perché in realtà si divaga spesso e volentieri durante la chiacchierata, e ci sono anche momenti molto meno filosofici: quando spiegano ad esempio che uno dei motivi per cui a Sanremo è molto meglio tornarci che esordirci è perché ora inizia ad essere un po’ “di casa”, conosci le persone che ci lavorano, il direttore di produzione, il suo staff, chi ha il compito di accompagnarti in giro. Ma soprattutto quando Fausto confessa che: «I sosia! Io non vedo l’ora di tornare a Sanremo nei giorni del festival per vedere tutti quei sosia in città. Il sosia di Al Bano, quello di Pavarotti… Mi fanno impazzire, li adoro! Vorrei parlargli, vorrei conoscerli meglio. Vorrei sapere che vita fanno». «Vero, Fausto ha questa fissazione», commenta California tra il divertito e il perplesso. E tu, Francesca? «Io amo tutte le persone un po’ freak di una certa età che vanno in giro ancora con le macchine fotografiche analogiche, quelle che insomma si usavano prima che fosse possibile fare foto col telefonino, cercando di fotografare più VIP o supposti tali possibili: lo vedi che lo fanno non per posa ma perché sono rimasti isolati in una bolla spazio-temporale, non si sono spostati più dai primi anni 2000. Lo trovo meraviglioso. Voglio chiudermi anche io con loro in quella bolla».

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