Coez stava scoppiando, poi ha scelto di ‘Volare’ | Rolling Stone Italia
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Coez stava scoppiando, poi ha scelto di ‘Volare’

Lo immaginavamo a contare i soldi e invece il ragazzo con la scuola di danza nello stomaco era in crisi. L'ha superata con un disco malinconico e molto rap. Confessioni di un outsider «bipolare anche nei gusti musicali»

Coez

Foto press

La stazione di Sanremo, per ovvi motivi legati al DNA della città, da qualche anno è impreziosita da una colonna sonora costante di musica leggera italiana. L’altro giorno gli altoparlanti trasmettevano in filodiffusione uno dei brani più famosi di Coez, La tua canzone. Che si apre con questi versi, cantati con una tale disinvoltura (e con una melodia talmente accattivante) che sono riusciti a entrare nel cuore nazionalpopolare dell’Italia nonostante il loro significato: “Amare te è facile / come odiare la polizia”.

È in questo apparente cortocircuito culturale che si nasconde la natura geniale di Coez, capace di mandare in visibilio le ragazzine e di far alzare le mani al cielo ai loro fidanzati e fratelli maggiori, di parlare alla pancia delle generazioni più giovani e di farsi ricordare da quelle più anziane come “il ragazzo con la scuola di danza nello stomaco” (cit. mia mamma). Cresciuto nella scena rap romana, in collettivi underground di culto come Circolo Vizioso e Brokenspeakers, ha sempre avuto un istinto killer per i ritornelli, cosa che lo ha spinto a sperimentare anche in direzione di canzoni più melodiche.

Erano tempi in cui la cosa poteva essere vista come alto tradimento dai puristi, e soprattutto in cui discograficamente il connubio barre + melodia non funzionava granché. Per perseguire la sua strada ha dovuto andare avanti da solo, testardamente, senza mai mollare o arretrare di un centimetro, circondato da una stretta cerchia di collaboratori che credevano in lui e nel suo progetto. Ha cominciato a raccogliere i veri frutti nel 2017, con l’esplosione del singolo La musica non c’è realizzato in collaborazione con Niccolò Contessa de I Cani, otto dischi di platino all’attivo. Da allora, tra gli ascoltatori più distratti c’è addirittura chi non ricorda più che Coez sia stato un rapper coi controattributi, come peraltro testimoniano i numerosi attestati di stima che gli arrivano da gente come Marracash, Gué, Noyz Narcos o Gemitaiz. Viene anzi considerato uno dei profeti del cosiddetto indie italiano, o it-pop che dir si voglia. Ma sarà impossibile fare del revisionismo storico dopo l’uscita del suo prossimo album, Volare, in uscita venerdì. «Un lavoro di gruppo, con un’entourage pilotato da me, ma che ha contribuito in maniera attiva a darmi un sacco di spunti e input», ci spiega Coez in collegamento via Zoom da Roma. Ma soprattutto, un lavoro che affonda saldamente le sue radici nel suo primo amore: il rap.

Da dove arriva questa voglia di tornare alle origini?
Quando è uscito È sempre bello ho ricevuto un po’ di critiche da una parte del mio pubblico, che mi hanno fatto riflettere. Non erano rivolte all’album in sé, ma al fatto che scegliendo di concentrarmi su certe sonorità avevo escluso una frangia di persone più affezionata alla mia anima più rap. Non sono pentito di averlo fatto così, sia chiaro: è un progetto che mi piace e che è stato molto fortunato. Però, anche se sembra che faccia tanto di testa mia, io il pubblico lo ascolto. Così è nato Volare, in cui ho dato spazio a tutto e a tutti. Stavolta mi ha affiancato un team che è con me dalle origini, e che quindi è stato in grado di riassumere tutto il mio percorso. Scrivere sui beat di Ford o fare session con Ceri, Sine o Orang3 fa riemergere tante cose anche del mio passato musicale, perché sono le persone con cui ho sempre collaborato.

A proposito, il genere che fonde le barre di approccio rap con la melodia, quello impropriamente definito indie da molti, si può dire che praticamente l’abbia inventato tu…
In realtà non lo penso, sai? È vero, faccio questo tipo di canzoni fin dai tempi di Non erano fiori, che è del 2013, e forse mi sono inventato un linguaggio che ancora non c’era. Ma più semplicemente credo che, quando è esploso l’indie, il fato mi ha fatto incontrare Niccolò Contessa, il padre di quel tipo di approccio, e quindi anche la mia musica è stata in qualche modo accorpata a quel filone, anche se non mi riconosco tanto nella definizione. Alla fine, per me sono solo canzoni fatte a modo mio: le facevo prima, e le farò anche dopo. Certo è che, quando un linguaggio diventa standardizzato e iper riproducibile, di solito io un po’ mi rompo il cazzo e mi viene voglia di andare in un’altra direzione. È come il discorso della moda: se sei tra i primi a vestirti in un certo modo, quando poi lo fanno tutti ti dici «Sai che c’è? Voglio capire chi sono io adesso, voglio trovare un nuovo approccio, indipendentemente da quello che c’è in giro».

E l’album nasce da quest’esigenza?
Esatto. Nei testi non è poi così diverso dai miei precedenti, ma cerca di crescere e di evolversi in termini di sound. Prendi il primo estratto, Wu-Tang, ad esempio: molti non l’hanno capito, ma per me per comprenderlo del tutto bisogna ascoltarlo live. Penso sia uno dei pezzi rock più riusciti degli ultimi anni, senza presunzione. E se non arriverà a tutti adesso, pazienza: magari ci vorranno dieci anni, ma penso di essere il tipo di artista che può permettersi di far digerire le proprie scelte pian piano, senza affrettare i tempi.

Per i fan dell’hip hop, Volare è una goduria: l’hai infarcito di Easter eggs e di piccoli riferimenti al genere, dai titoli dei brani (Wu-Tang, Ol’ Dirty…) ai featuring, passando per i rimandi e le citazioni dei testi e dei video.
Sia chiaro, ogni canzone è fruibile anche se non conosci le citazioni, non deve essere una pippa mentale (ride). Però sì, ci sono tanti Easter eggs, non solo hip hop. Bombe a mano ad esempio cita Pezzi di me, una traccia che avevo incluso su Fenomeno mixtape. Il pezzo con i Brokenspeakers, Casse rotte, omaggia tutti i loro vecchi claim. Su Sesso e droga abbiamo voluto richiamare le atmosfere anni ’90 di Fatboy Slim, per Faccia da rapina abbiamo campionato Four Tet e abbiamo preso a modello Born Slippy per la coda. Ci siamo divertiti moltissimo, ma credo che i pezzi funzionino lo stesso anche per chi non coglie i riferimenti. Non è una conditio sine qua non.

Il mood del disco, rispetto ai tuoi precedenti, è ben più malinconico e dark…
Dopo l’uscita di Faccio un casino, nonostante il successo dell’album e di La musica non c’è, non stavo poi così bene, per tutta una serie di motivi. Mentre il disco era al top, tanto per citarne uno, la distribuzione per la quale avevo firmato era fallita: ai tempi ero un indipendente totale, avevo investito tutto ciò che possedevo in quel disco, e mentre finalmente la mia carriera decollava vedevo tutti i miei risparmi sparire in un buco nero. L’ho vissuta veramente male, stavo scoppiando. È stato difficilissimo attraversare un periodo così buio in un momento della mia vita in cui tutti mi vedevano come un vincente totale. Ho scritto È sempre bello proprio dopo aver ricevuto quella notizia tremenda, tra una data del tour e l’altra, e ho deciso di chiamare l’album successivo come quella traccia, proprio perché mi sembrava che il titolo Faccio un casino si stesse portando dietro un’aura troppo negativa.

Pesante. Com’è andata a finire?
Alla fine sono riuscito a recuperare tutto, per fortuna, e con È sempre bello sono arrivate un sacco di soddisfazioni. Ma quando è finita la promozione, mi sono ritrovato a casa da solo a riflettere su ciò che mi era successo. E ho capito che tutta la malinconia che avevo cercato di soffocare in quel periodo sarebbe per forza uscita nell’album successivo. E così è stato. Anche se dall’esterno sembra che tutto mi vada sempre benissimo – anche perché spesso sono io che voglio mostrarmi così, per non piangermi addosso – è solo la punta dell’iceberg. È quello che c’è sotto la superficie dell’acqua il vero motore che mi spinge a fare canzoni.

Tra tutte le cose che ti sono successe tra Faccio un casino ed È sempre bello c’è stato anche un trasloco: da Milano, la città in cui avevi vissuto negli ultimi anni, a Roma, in cui sei cresciuto.
Milano mi è mancata: c’è un bel fermento lì, e isolarmi da quelle vibrazioni un po’ mi è pesato. Ma in fondo, ovunque io sia, sono sempre un outsider e un solitario: mi sento comunque un maratoneta in mezzo ai centometristi. E poi, nell’ultimo periodo credo che siamo stati accomunati tutti da un isolamento forzato, indipendentemente da dove ci trovassimo (ride). La situazione è stata dura anche per me ma, cercando di guardare il bicchiere mezzo pieno, almeno mi ha regalato molto tempo per stare in studio. Senza esagerare, nell’ultimo anno ci avrò passato almeno 150 giorni. A volte h24, chiuso coi miei musicisti e produttori in qualche villa, a registrare e scrivere. Altre volte, dentro casa mia: ho allestito uno studio durante il secondo lockdown e cercavo di organizzare delle giornate dove, dopo esserci tamponati tutti, ci trovavamo qui per fare musica. In una di quelle giornate sono passati a trovarmi Massimo Pericolo e Salmo, ad esempio, ed è nata Crack.

Per questo disco hai tirato in mezzo persone che reputi innanzitutto amiche, oltre a Salmo e Massimo Pericolo, i tuoi produttori di sempre, il tuo storico collettivo Brokenspeakers, Noyz Narcos, Gemitaiz, ma anche veri e propri mentori e ispiratori, come Neffa. Avevi collaborato al suo album AmarAmmore qualche mese fa.
Adesso posso dire di considerare anche Neffa un grande amico. Inizialmente ci siamo conosciuti per telefono, nel pieno della pandemia: stavamo lavorando ai nostri rispettivi album e ciascuno ha ascoltato e partecipato al lavoro dell’altro. È uno di quei personaggi che artisticamente non invecchia mai, che è sempre nel suo viaggio evolutivo. Un po’ come Gemitaiz, che nel disco ha fatto una strofa super musicale per Sesso e droga che forse nessuno si aspetterà, o Noyz, che mentre crescevo rappresentava il nuovo suono di Roma e ancora oggi non si è uniformato ai gusti delle masse. Non a caso, loro due restano storicamente delle persone con cui collaboro spesso. Spero sarà così anche con Neffa, che in effetti è un’ispirazione generazionale, per noi. Te lo ricordi Stare al mondo, quel pezzo pazzesco che aveva fatto con Al Castellana?

Quello dall’EP Chicopisco? Certo! Anno 1999. Impossibile dimenticarlo, l’ultimo lavoro interamente rappato di Neffa.
Cerchi con il fumo, il pezzo che abbiamo fatto insieme, l’ho scritto su quel sample, tant’è che un po’ riprendo anche il suo flow, che in quel disco era abbastanza complesso, avendo un linguaggio quasi inventato. Gli ho mandato il provino un giorno e gli ho detto «Oh, qui tu devi fare Al Castellana e io proverò a fare te. Dobbiamo creare una nuova wave». E così è stato (ride).

A proposito, in Volare (freestyle), che anticipa il disco e ne è un po’ un manifesto, dici “Volare è un fan che mi chiede il cinque senza foto”. A differenza della nuova wave che spesso la cerca attivamente, il tuo rapporto con la fama è sempre stato piuttosto complesso. È migliorato con il tempo?
No, è sempre tremendo (ride)! Scherzi a parte, diciamo che mi prende bene l’idea che ci siano tante persone che ascoltano la mia musica, e a cui magari tengo compagnia con le mie canzoni in momenti difficili delle loro vite. Però è evidente a tutti che non mi va di sovraespormi: uso poco i social, non vado in tv… Se fai musica per diventare celebre, non la stai facendo per il motivo giusto, per quanto mi riguarda. La fama è una conseguenza di quello che fai, più che un obbiettivo. In alcuni momenti è una cosa buona, in altri no. Il successo in stile tronista, quello che non si basa su nessun merito, è una cosa che non capirò mai. Ciò che mi interessa davvero fare arrivare le mie canzoni alla gente.

Sono senz’altro arrivate: se avessimo 5 centesimi per ogni volta che qualcuno ha presentato una cover di La musica non c’è alle audizioni di un talent, saremmo ricchi.
E dire che io con i talent proprio non c’azzecco niente (ride). E infatti, non a caso, il mio ultimo singolo Come nelle canzoni chiude una trilogia che si è aperta con La musica non c’è ed è proseguita con È sempre bello. Credo rappresenti uno step ulteriore per quel genere, e ora guardo avanti. Nella vita uno deve anche puntare i piedi per imporre il tipo di artista che vuole essere. Sono le canzoni che scrivi a creare il tuo personaggio, ma quando finisce quel periodo d’oro in cui tutto ti riesce bene anche col pilota automatico, sei tu che devi decidere la direzione. Quando metti vent’anni dentro a un disco è ovvio che tu abbia roba da raccontare, e magari te ne avanza anche per il disco dopo. Ma poi devi evolverti e scegliere chi vuoi diventare, la maturità artistica è data proprio da quello. So che i miei pezzi non sono scienza infusa, sono canzoni normalissime, ma credo di metterci almeno quel minimo di ricerca necessaria a evolvermi, a divertirmi e a far divertire gli altri.

Tra le cose che sicuramente ti divertiranno c’è anche il tour nei «clubbini dove sono stato a suonare prima di affermarmi» (parole tue), una specie di downgrade rispetto ai palazzetti a cui eri abituato.
La mia scelta parte da una riflessione: siamo arrivati a una tale saturazione che i numeri non valgono più molto. La parola palazzetto è una delle più inflazionate in assoluto, e anche i record: «X è il disco più venduto del momento», «Y è il più streammato della settimana»… Perfino i fan si scannano sulle posizioni in classifica dei propri idoli, e mi mette una tristezza assurda. Che senso ha? Credo che bisognerebbe ritornare a pensare non alla quantità, ma alla qualità. Quando ero ragazzino, più una roba non se la cagava nessuno, più mi piaceva. E quando diventava di tutti, magari rosicavo pure. L’idea di regalare un’esperienza così intima come un concerto in un club a quelli che comprano il biglietto appena esce, ovvero ai più infottati e ai più motivati, mi piaceva tantissimo.

Per te com’è fare un concerto in un palazzetto, visto dall’altra parte delle transenne?
Da una parte è bellissimo, perché quando migliaia di persone cantano la tua canzone con gli accendini e le torce del cellulare, è innegabile che sia una sensazione potentissima. Però anche suonare nei club, con la folla a un metro da te, il sudore che cade dal soffitto e il chitarrista che rischia di darti una gomitata ogni volta che si muove perché il palco è piccolissimo, è incredibile. Belli i palazzetti, eh, ma difficilmente, se sei cresciuto come me, dirai che oggi è tutto molto meglio. Se arrivi da quel mondo lì, non lo rinnegherai mai. Noi che veniamo da una certa scena non stavamo scherzando quando dicevamo che eravamo diversi, che facevamo un’altra roba, che volevamo costituire un’alternativa rispetto a tutto il resto. Ancora oggi, non lo facciamo per farci il macchinone o l’orologio di lusso. Abbiamo altri obbiettivi.

Lo diceva Mace in un’intervista di qualche mese fa: la generazione cresciuta con il rap a fine anni ’90/inizi anni ’00 spesso ascoltava rap proprio perché non lo ascoltava nessuno, perché voleva essere diversa dagli altri.
Certo. Il rap, per arrivare a tutti, ha dovuto attraversare tanti cambiamenti: quello che c’è in giro adesso non è sicuramente quello che ascoltavamo noi. Poi senz’altro ci sono pezzi o lavori che sono l’evoluzione naturale di quell’approccio lì: penso a tracce come Dubbi di Marracash, o a mixtape come Fastlife 4 di Gué. Ma sono veramente pochi quelli che non si sono uniformati. E a parte i due appena citati e pochi altri, gli altri sono tutti sul mio disco. Che bomba (scoppia a ridere, nda)! Lo so, sembra assurdo che uno che scrive roba tipo La musica non c’è stia così in fissa con queste cose, ma è così. Ho sempre apprezzato sia la melodia che l’hip hop più crudo.

Ora che Volare, un album così diverso dai tuoi precedenti, sta per uscire e finire nelle cuffie e nelle casse di tutti, come ci si sente?
Ho passato un sacco di momenti di ansia. Anche all’interno del mio entourage ci sono stati dei dubbi sull’opportunità di questo mio ritorno al rap, a dirla tutta, ma essere etichettato come un cantante indie non mi gasava più. Le aspettative sono alte, e il lavoro fatto su questo disco è stato proprio per scrollarmele un po’ di dosso. Nessuno di noi legge il futuro, nessuno sa come andrà. Ma io sono questo: la somma di due mondi diversi. È nella mia natura essere un po’ bipolare anche nei gusti musicali, e fare scelte forti. Pazienza se qualcuno storcerà un po’ il naso: è l’inizio di un nuovo percorso, per me.

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