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Cocoricò, il ricordo di Dj Ralf: «Era come entrare in un’altra dimensione»

Lo storico dj racconta il locale che per anni è stato il simbolo della musica elettronica in Italia, ora chiuso dopo il fallimento: «Non è la fine di un'era, potrebbe ancora riaprire»

Foto di Janine Billy PolpettaMag

«In quegli anni Riccione era chiamata l’Ibiza italiana, e il Cocoricò ne era il simbolo», racconta Ralf, dj pilastro della scena italiana «Nello spazio di pochi chilometri quadrati c’erano quasi trenta locali, tutti pieni ogni serata. Ora non ne sono rimasti neanche la metà». Quello che era considerato il tempio della musica elettronica in Italia ha chiuso la scorsa settimana: troppi debiti, il marchio all’asta e alla fine il fallimento, che ha calato il sipario sull’ultimo locale che ancora poteva raccontare i giorni in cui Rimini o Riccione erano la meta dei clubber europei.

Da Richie Hawtin e Jeff Mills nella Piramide di vetro che dominava le colline riccionesi, il concerto di Arto Lindsay al Morphine, i primi set italiani delle leggende della Chicago house in Titilla, i performer transgender che animavano le serate al Ciao Sex, i Memorabilia con Cirillo e Saccoman. I racconti legati al ‘Cocco’ sono un’infinità, da qualche giorno consegnati alla storia, forse per sempre. Storia che nessuno conosce meglio di Ralf, che per venticinque anni è stato il padrone di casa alla consolle.

Dj Ralf. Foto stampa

Ralf, come è partita la tua storia con il Cocoricò?
Erano gli inizi degli anni ’90, ero arrivato a suonare in Riviera da poco e mi dividevo tra il Club dei Nove Nove, dove curavo una serata downbeat, e l’Ethos Mama Club, locale che per me rappresentava un mito nel mondo della house. Dopo una stagione mi contattò Ferruccio Belmonte, allora direttore artistico del Cocoricò, proponendomi di suonare al Titilla. All’epoca era poco più di un salotto in cui avevamo montato un impianto poi, con il passare degli anni, è diventato un club dentro il club, per quanto mi riguarda tra i più belli in Italia.

E poi c’era la Piramide, la sala simbolo del Cocco.
Mentre noi ci muovevamo sulle sonorità house, la Piramide era la casa della techno, della trance, della goa o della progressive. Dalle immense pareti di vetro si può vedere l’alba a fine serata, il sole che spicca dal mare all’orizzonte. E ancora, le luci assurde, i ledwall fantscientifici, un suono e un impianto sempre all’avanguardia. Dentro il Cocoricò ogni sala ospitava un’universo differente dall’altro.

Infatti c’erano anche il Morphine e il Ciao Sex.
Al Morphine respiravi un’atmosfera ricercata, una selezione colta e ospiti che non avresti sentito in nessun altro locale italiano. Basta pesare anche solo ai curatori, Nico Note e David Love Calò, già loro due rendevano quella sala un luogo fuori dal mondo. Il Ciao Sex, invece, ospitava la scena gay più trasgressiva, estrema e creativa, il pubblico era capace di passare tre giorni per preparare l’outfit per la serata in quella sala. Se oggi i piani inferiori del Berghain sono diventati un punto di riferimento per quell’immaginario, il Ciao Sex lo era all’epoca. In Italia c’erano certamente già altri locali attenti alla scena LGBT, ma non raggiungevano quel livello, quello stile musicale. Andare al Cocco significava entrare in un’altra dimensione, non era solamente “andare a ballare”, ma un’esperienza sensoriale a tutto tondo, diversa da qualunque altro locale.

La Piramide del Cocoricò. Foto di Mattia Bona

Raccontaci
Si vedevano cose scioccanti, mai viste: quarti di bue appesi alle pareti, muri ricoperti da pistole, performer chiusi dentro una teca piena di mosche. Al Cocoricò ho visto qualsiasi cosa, soprattutto durante la direzione di Loris Riccardi che ha dato un taglio artistico totalmente rivoluzionario, unico non solo in Italia ma anche in Europa. Con gli anni la fama del Cocco è cresciuta esponenzialmente e sono iniziati ad arrivare i grandi nomi. In Titilla, ad esempio, siamo stati forse i primi in Riviera a portare in consolle nomi come Frankie Knuckles, Danny Tenaglia, Little Louie Vega o Dave Morales anche se questo fattore, per certi versi, è stato il primo segnale per un cambiamento che ha coinvolto tutto il clubbing in Italia.

In che senso
Quando abbiamo iniziato noi la politica dei club era un po’ diversa da come è oggi, si basava soprattutto sui resident, perché conoscevano gli umori della pista. Era come una piccola famiglia: avevamo i nostri inni, i nostri pezzi forti, c’era un rapporto fidelizzato tra il pubblico, il locale e il dj. Poi ha preso piede l’abitudine di fare continuamente ospiti e questo, se da una parte ha significato una crescita, dall’altra ha reso il clubbing italiano dipendente da queste dinamiche, per cui se non c’era l’ospite il pubblico ne risentiva. I grandi club sono rimasti impigliati dentro questo meccanismo, da cui sì hanno avuto molto ma a cui, allo stesso tempo hanno dovuto dare molto: per far suonare gli ospiti servivano cachet sempre più alti, per cui le spese erano sempre più gravose. Forse anche questo processo al rialzo potrebbe avere innescato un lato della crisi dei locali.

Quali sono stati gli altri aspetti?
Semplicemente oggi sono in pochi a potersi permettere di vivere il clubbing come allora. All’epoca vedevo le stesse persone che il venerdì venivano a ballare a Bologna, il sabato a Riccione, la domenica all’after e la sera a Reggio Emilia. Erano gli stessi clubber che in un weekend andavano in quattro locali diversi mentre oggi quasi nessuno potrebbe permetterselo. Diciamo che questo ha contribuito alla chiusura di molti club storici, soprattutto quelli più grandi che per vivere necessitavano di migliaia di paganti per ogni serata. D’altra parte bisogna ammettere anche che il mondo underground ha perso il fascino di un tempo, oggi – soprattutto i più giovani – preferiscono altri tipi di musica e di serata.

Spiegaci meglio
Per tantissimi anni al Cocoricò passavamo soltanto musica underground, senza mai cedere alle tentazioni della commerciale. Questo rigore artistico ha guidato il locale fino all’ultima fase, in cui il Cocco si è aperto anche a serate di altro genere, perché era necessitato a farlo soprattutto per questioni economiche. Un locale enorme, capace di contenere anche 5000-6000 persone, con un affitto e spese altissime per cui bisognava fare sempre più serate per tenerlo in piedi. Aprirsi al mainstream è stata una condizione necessaria per la sopravvivenza.

Gli ultimi anni, infatti, sono stati contraddistinti più dall’EDM, marchio di fabbrica dell’ultima gestione targata Diabolika
Ogni gestione del Cocco ha avuto grandi meriti così come grandi problemi. Dell’ultima si è detto tanto, ma bisogna che ricordare che nonostante i problemi e le perplessità – inizialmente ero un po’ geloso della consolle, vedevo tante facce nuove e mi sentivo spodestato – al di là dei miei rapporti personali, i ragazzi del Diabolika hanno avuto anni fenomenali, salvando il Cocco da più di una crisi.

Dj Ralf. Foto stampa

Fino alla mazzata, quando nel 2016 morì un sedicenne in pista per un’overdose.
Quando successe quel fatto non credevo sarebbe stato così determinante per il futuro del club: si iniziava già a respirare la crisi e – visto ora – la morte del ragazzo è pesata come un macigno. La gestione del Cocco si trovò costretta a chiudere per mesi, una mazzata sia a livello economico che di immagine. Episodi del genere erano già capitati in altri club, ma non era mai accaduto che un locale venisse demonizzato come è stato per il Cocco che, invece, ha sempre celebrato la vita, con la musica e la danza, anche con l’antiproibizionismo. Ci fu una criminalizzazione che io ritengo molto ingiusta, una condanna pronunciata ancor prima di aver accertato cosa fosse realmente successo. Quella è stata una tragedia che non doveva essere attribuita al locale, perché la sostanza di cui il ragazzo abusò era stata acquistata altrove. I controlli al Cocco sono sempre stati molto serrati ma è praticamente impossibile perquisire a tappeto cinquemila persone. Se poi uno andava in macchina a prendere una dose spropositata e moriva dentro il locale, in quel caso la sicurezza non poteva fare nulla per prevenire quanto accaduto.

Poi anni difficili, i debiti, e infine la chiusura. È la fine di un’era?
È un locale che ha dato moltissimo alla scena, che ha inventato un modo di fare clubbing, almeno in Italia. Tuttavia non credo sia per forza la fine di un’era, certo se non dovesse più riaprire il Cocco sarebbe il tramonto di un locale che ritengo unico, un luogo dalla storia irripetibile cui ho avuto la fortuna di assistere per 25 anni. L’espressione piena e lucente di un’era meravigliosa del clubbing italiano.

Credi che per il locale ci sarà un futuro?
Non sappiamo ancora se rimarrà chiuso per sempre perché non è detto che il locale venga demolito. Io spero non sia una chiusura definitiva. Tutti i fenomeni hanno momenti di crisi, ma dalle ceneri rinasce sempre qualcosa e non credo che sia la fine del clubbing italiano, la scena resiste e ci sono ancora moltissimi locali interessanti. Da parte mia ho sentito voci di persone interessate a rimettere in piedi il locale, per ora niente di più, ma se ne sta parlando.

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