Clementino: «Non servono collane e macchinoni per essere un boss del rap» | Rolling Stone Italia
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Clementino: «Non servono collane e macchinoni per essere un boss del rap»

Il rap che è verità e non vanità, il nuovo album, la conduzione di 'Made in Sud', l'alcol e la droga messi alle spalle. Intervista al 'Black Pulcinella' che per rinascere ha dovuto attraversare «o’ scuro»

Clementino

Foto: Narciso Miatto

È tornato Clementino e lo ha fatto con Black Pulcinella, un album che lo riporta al passato e, allo stesso tempo, rappresenta un upgrade della star dell’hip hop Made in Sud. Come il programma che conduce, tutti i lunedì, in prime time, su Rai 2 con Lorella Boccia. Un lavoro discografico, questo, che arriva a tre anni dall’ultimo. E dopo un periodo di buio dovuto alla droga. Ne parliamo con lui, in un’intervista interrotta più volte dal caldo di Napoli («Qui fanno 80 gradi, fratello») e dalle gallerie della città.

Partiamo da una strofa di Univers, in cui ammetti che le favole non erano come le aspettavi.
Questo pezzo è il sangue dell’album. A un certo punto canto “Mani che si stringono all’unisono / Un tappeto rosso come il sangue mio offerto in sacrificio / La storia di una marionetta che ride triste / The Black Pulcinella, pronti per l’apocalisse”. Ed è il riferimento, anche nel ritornello, alle favole.

Perché?
Il red carpet dove l’artista cammina è dato da un lungo sacrificio, fatto negli anni precedenti. E all’inizio, quando pensavo di voler diventare un rapper riconosciuto, vedevo tutto come una favola: si diventa famosi, ma non si vede quello che c’è stato prima, i sacrifici che una persona deve superare per arrivare a quel punto.

Spiega un po’…
Venivo da un periodo brutto della vita e mi chiedevo: «Sono queste le favole che stavo inseguendo?». Perché non mi sembravano tali: ho dovuto superare tante difficoltà.

Adesso ti senti in una favola?
Ora sono in grado di raccontare il mio disagio, la mia parte più oscura. Black Pulcinella è l’asso di picche delle carte francesi. Non potevo raccontare il mio lato oscuro senza arrivare alla luce. Come dice il maestro Enzo Avitabile, chi nun cunusce ‘o scuro nun po’ capi’ ‘a luce.

Tu cos’hai capito nello “scuro”?
Che non avrei mai potuto raccontarlo se ci fossi stato ancora dentro. Ora sono nella luce piena e mi sto godendo questo momento, raccontando le cicatrici che ho dentro e che non toglierò mai più.

La cicatrice più profonda?
Un passato di tanto lavoro, sacrificio, droga, alcol. Un ragazzo nel pieno della droga non potrà mai parlartene: non sarebbe sincero e chiaro. Solo dopo aver superato determinate cose a livelli altissimi, ci si può aprire. Con un ubriaco non puoi parlare di alcolismo.

E adesso?
Adesso non mi scalfisce più nulla.

Pensi di esserne uscito veramente?
O’ sape solo Dio, dicono a Napoli. Io vivo qui, il presente e lo sto facendo alla grande cercando di fare quello che più amavo da ragazzino. Forse il Signore ha esagerato un po’, perché mi ha dato tutto insieme: faccio Made in Sud e ho un album nuovo. Sono grato di quello che faccio, devo lavorare il doppio, ma mi piace. Ieri sera, per farti capire, mi sono addormentato al ristorante.

Addirittura.
Mi sono svegliato alle 8 di mattina e ho cominciato a battagliare: le dirette, le interviste, Made in Sud in diretta… mi hanno dovuto svegliare: avevo due occhioni rossi, non per le canne.

Come sta andando Made in Sud? Dopo la prima puntata ci sono state un po’ di critiche…
Ho fatto la prima puntata con tanta emozione a fare un ruolo in giacca e cravatta, a fare il presentatore. Io sono più battitore che conduttore. Dalla seconda puntata meglio: sono tornato a essere Clementino. Ma sono un essere umano, non un supereroe.

Quindi sei contento.
Sono contento per l’esperienza nuova, devo imparare di più, ma mi sto divertendo tanto. Ora che ho il maestro Maurizio Casagrande al mio fianco sto ridendo tanto già dalle prove. La tv per me è una cosa nuova: ho fatto solo The Voice Senior. E quindi va bene così.

Non è che vuoi diventare il bravo presentatore?
Mi diverto perché sono spontaneo. L’importante è tirare fuori la verità, le cose troppo preparate non mi piacciono. Sono un freestyler nato nell’improvvisazione. Preferisco sbagliare nell’estemporaneità.

Ma quindi vuoi cambiare mestiere o no?
Questo mai.

Torniamo a Black Pulcinella. Sempre in Univers dici “Non faccio più la vittima che sembravo penoso”.
Sono insicuro e paranoico, il contrario di quello che dovrebbe essere un rapper super sicuro di sé. Non ho orologi d’oro e collane perché le perdo. Il succo è la musica. Poi possono dire tutti quello che vogliono, ma si diventa boss del rap non quando si riesce a vendere quella traccia o quando si gira col macchinone.

E cosa bisogna fare per essere boss del rap?
Venti concerti consecutivi senza perdere la voce e cantando altrettante canzoni con la gente che rimane a guardarti. Le altre cose sono cazzate che ci hanno messo in testa, ma non c’entrano niente col rap. Il rap è la verità. Dopo quasi 25 anni che rappo e colleziono vinili, dopo aver vinto gare di freestyle, viaggiando per capire che è ‘sta roba, è inammissibile pensare che non si è bravi a fare il rap perché, magari, si prendono pochi like su una foto o non si ha quella determinata automobile. Per me se ti vesti con la tuta del Napoli, fai il pizzaiolo e hai la Panda, ma sai rappare, sei sicuramente più rap rispetto a chi mostra solo cose che non servono a niente. Conta la musica, poi non conta più un cazzo.

Nel brano che dà il titolo all’album, a questo proposito, dici che ci sono rapper che fanno copia incolla da motivazione.it…
L’80% di molti rapper. E si vede.

Da cosa?
Leggi le loro frasi, ma quando li senti parlare normalmente non è così. È inammissibile citare Shakespeare in una strofa e poi non sapere chi è: significa che hai copiato da qualche parte e non è real.

Nomi?
Non ce l’ho con qualcuno in particolare. Ma ho proprio beccato rapper che hanno messo nelle canzoni, citazioni che si trovano su Instagram. Tipo “L’importante non è cadere, ma rialzarsi”. Le frasi standard di merda. Però c’è da dire che esiste una valida scena di nuovi rapper.

Chi sono?
Gente come Geolier, Nicola Siciliano, Enzo Dong, J Lord sono bravissimi, sanno rappare e sono nel mio album che è anni ’90 come stile, ma proiettato nel 2022, perché tutte le persone con cui collaboro sono più piccole di me (tra i featuring ci sono pure Madame, La Niña, Ensi, Nerone, Nello Taver, Kina, Speranza e Rocco Hunt, nda).

Foto: Narciso Miatto

In Desaparecidos descrivi Napoli come Hollywood, piena di star. Tu hai duettato anche con stelle della musica neomelodica.
Ho duettato con tutti, mi mancano solo i puffi.

E perché lo hai fatto?
Per amore della musica. Ma ultimamente ho chiusi i rubinetti dei featuirng,

Motivo?
Non era più esclusivo fare una collaborazione con me.

Come mai?
Ce l’avevano tutti, dal 2016 al 2022 ho collaborato con tutti gli artisti, non solo rap. La Sony e la mia manager Paola Zukar mi hanno frenato su ‘sta cosa. E devo ringraziarli.

Ma tutte ‘ste collaborazioni le facevi perché sei troppo buono?
Ho paura di deludere le persone. Pure il ragazzino al primo album mi chiedeva il feat e io lo facevo. Cosa che mi ha penalizzato: mi trovavo nella canzone di Pino Daniele, con Jovanotti e poi, magari, col vicino di casa.

Che mi dici della musica neomelodica, che a Napoli spopola. Ti ha, in qualche modo, influenzato?
Io vengo dal Neapolitan Power di Pino Daniele e James Senese. ll neomelodico è come un piatto di pasta, fa parte della nostra cultura. Ho duettato pure con gente dub come i 24 Grana e gli Almamegretta. Ha comunque fatto parte del mio percorso.

Napoli quanto è ancora importante?
Tantissimo. Napoli è sangue, è DNA. Vivo per questa cosa. Siamo andati a Los Angeles a fare il disco e abbiamo preso casa nel quartiere di Compton, quello con le palazzine. Sembrava di stare a casa, con elicotteri neri sopra la testa. E noi che sparavamo la musica di Pino Daniele ad alto volume e ci salutavano tutti.

Cosa significa nascere a Napoli?
Vivere in un posto colonizzato, dove sono passati tutti. Addirittura dicono che il Santo Graal e il Conte Dracula siano passati di lì. Quando si nasce in un posto con tante etnie non si ha paura di andare in luoghi con colori diversi. È l’arte della comunicazione, di arrangiarsi, di andare d’accordo con tutti e superare ostacoli. A Pechino Express, in Malesia e Birmania, da buoni napoletani, ci facevamo capire.

Chi ti ha deluso e chi ti è stato vicino nel tuo periodo buio?
La prima persona che mi ha tradito sono stato io, faccio gli esami di coscienza, credo nell’universo. E allora quando sbaglio per superare un errore mi ci vuole minimo una settimana, non riesco a dormire.

Questa è una risposta un po’ paracula eh…
La cosa paracula vera è la classica affermazione che si dice: erano tutti vicini, ma quando c’è stato un calo, se ne sono andati. È chiaro che vai in comunità e non ti conosce nessuno, torni al successo, fai uno show tv e tornano gli amici. È il famoso carro dei vincitori.

C’è qualcuno che non ti ha mai abbandonato?
La mia famiglia, la mia manager Paola Zukar e molti colleghi rapper come Rocco Hunt, Fabri Fibra, Jovanotti.

Black Pulcinella è il disco della tua rivalsa?
Hai presente La grande bellezza di Paolo Sorrentino? Quando Jep Gambardella dice che non può più perdere tempo con le cose che non gli va di fare?

Sì.
Ecco, questo è Black Pulcinella. Col primo singolo ATM ho avuto la risposta che ero Clementino: ho fatto l’evoluzione di me stesso. Sarebbe stato ridicolo fare il 40enne che si cimenta con la trap dei ragazzi, ma non la sa fare.

La trap non ti piace?
Mi piace, ma non fa parte di me. In Black Pulcinella rappo napoletano su beat come piacciono a me, pezzi che faccio dal vivo perché anche al Nord Italia mi apprezzano quando sono vero, quando dico “spacc’ e’ vetrin”. Andarmi a consumare l’anima per trovare per forza il pezzo che sia per le radio, pop, che deve andare bene, non serve a niente.

Ah no?
Già l’ho fatto in passato e non mi divertivo, alcuni non li facevo nemmeno dal vivo. Tra ‘O vient e ATM preferisco fare ATM che almeno sono io con la mia originalità.

Però ‘O vient ti ha dato molto.
Sì, ma non è un pezzo commerciale. È in dialetto, parla di immigrazione. Il fatto è che ho provato a fare quello che piace a tutti, ma perché farlo se poi non si è felici? Preferisco fare la mia roba.

Chi ti ha ispirato?
Tranne l’episodio dello schiaffo durante la serata degli Oscar mi piace Will Smith: è partito dal rap, poi è arrivata la tv e infine il cinema. Ovviamente il paragone con il maestro è diverso: io sono solo un umile rapper napoletano.

Be’, Will Smith, a quanto sembra ha molte ombre.
Ho letto la sua autobiografia e ha avuto tanti problemi, come il successo. Soprattutto se non si sa gestire.

E tu lo sai gestire il successo?
Adesso sì, in passato no.

Se ti dico Sanremo?
Non ci sto pensando. Vediamo in futuro. Sarebbe una bomba non andarci come cantante.

E come cosa? Conduttore?
Disturbatore.

Chi ti è piaciuto quest’anno?
Blanco e Mahmood hanno vinto dalla prima puntata.

Oggi, dopo tutte queste vicissitudini, chi sei?
Un ragazzo che viene da Nola York e cerca di lasciare un segno. Solo questo.

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