Claudym incontra Gian Maria Accusani dei Prozac+: generazioni a confronto | Rolling Stone Italia
Home Musica Interviste Musica

Claudym incontra Gian Maria Accusani dei Prozac+: generazioni a confronto

Nell'EP di Claudia, 'Un-popular', ci sono riferimenti agli anni '90. E allora l'abbiamo fatta dialogare con Gian Maria sulle differenze tra le due epoche, il bello delle commistioni, l’underground, il gender gap

Claudym e Gian Maria Accusani

Foto press

«Stavo lavorando a questa canzone in cui mi immagino una conversazione telefonica con il mio psicologo pazzo, e quando mi è venuto il ritornello ho subito pensato avesse qualcosa che mi ricordava i Prozac+». Claudym racconta così A/B, brano inciso con Sethu e incluso nel suo EP d’esordio Un-popular. C’è del vero in quel che dice: la canzone rimanda a quegli anni ’90 che videro i Prozac+ oltrepassare i confini che delimitavano la scena alternative da cui provenivano e conquistare il successo, nel ’98, con il singolo Acida, tormentone in bilico tra pop melodico e punk-rock.

Volendo essere precisi, con i suoi ritmi sincopati A/B richiama in primis i Prodigy, ma è indubbio che c’è qualcosa nell’approccio alla scrittura di Claudia Maccechini, questo il vero nome di Claudym, che nonostante l’età – la cantante è del 1993 – richiama lo spirito di una generazione che 30 anni fa aveva forgiato un nuovo vocabolario musicale che rispetto a quello mainstream puntava a combinare liberamente i generi, incrociando rock, punk, reggae, hip hop, cantautorato, elettronica.

In Un-popular la milanese, anche illustratrice, riporta in vita questo atteggiamento con sei brani che rivelano influenze e ascolti trasversali – si va dai Blur a Tyler, The Creator, dagli XX ai Twenty One Pilots, da Billie Eilish a Benee – cui si aggiunge la cover di Razzi arpia inferno e fiamme dei Verdena. E i Prozac+? Abbiamo fatto sentire A/B a Gian Maria Accusani, tra i fondatori della band di Pordenone con Eva Poles e la compianta Elisabetta Imelio, per coinvolgerlo con la stessa Claudia in una chiacchierata sulle differenze tra ieri e oggi.

Claudia, partiamo da te: sei giovane, cosa c’entri con i Prozac+ e gli anni ’90?
Claudym: È tutta colpa di mia sorella maggiore, che ha otto anni più di me. Diciamo che le ho rubato un po’ di ascolti, tra cui anche i Verdena, la cover della loro Razzi arpia inferno e fiamme nasce da lì. Fatto sta che da bambina passavo le giornate guardando MTV e questo mi ha influenzata molto nel mio rapporto con la musica. In particolare, ho dei video che mi sono rimasti dentro, da quello di Coffee and TV dei Blur a quello di Intergalactic dei Beastie Boys.

Gian Maria, che ne pensi di A/B? E che effetto ti fa essere tirato in ballo?
Gian Maria Accusani: Come sonorità la canzone di Claudia è lontana da quello che facevamo con i Prozac+, ma l’approccio è simile, questo lo percepisco anch’io, e sono da sempre convinto che sia proprio l’approccio a determinare il genere musicale più di ogni altra cosa. Insomma, si può essere punk anche facendo musica classica. Ripensando alla storia dei Prozac+, per esempio, noi mescolavamo un sacco di cose, ma con un approccio molto più punk di quanto non fosse la nostra musica, ed era quello che faceva la differenza.

E le tematiche? Nei pezzi dei Prozac+, tra i più famosi anche Pastiglie, si parlava di droghe, solitudine, disagio. E in questo tuo primo EP tu, Claudia, parli di apatia, del bisogno di ribellarsi a certi canoni imposti, della difficoltà di capire la propria strada di fronte a un futuro che appare incerto. Come dire, un certo malessere non manca mai.
Claudym: Le mie canzoni sono un po’ degli sfoghi, scriverle è per me un modo di prendere consapevolezza di certe dinamiche che affiorano nel mio rapporto con il mondo e con gli altri. A parte questo, è vero quello che dici sul malessere, ma ciò che per me conta di più è trasmettere la fierezza, nel senso che dietro a questi che ho chiamato sfoghi non c’è una voglia masochistica o vittimistica di raccontare il proprio dolore, ma c’è l’orgoglio che si prova quando si riconoscono delle problematiche, dei punti deboli e dei difetti, e si sceglie di lavorarci su per migliorarsi e andare oltre.

Gian Maria? Qualche giorno fa ascoltavo la rilettura di Ho bisogno di parlarti, che hai pubblicato per lanciare il tour dei Sick Tamburo al via il 21 maggio a Treviso: anche in quel brano del 2014 si parla di manie e paure da confidare.
Accusani: Quel che posso dire è che sia con i Prozac+, sia con i Sick Tamburo, ho scritto di disagio e malessere non per scelta, ma perché la musica è per me un modo di raccontare ciò che mi ruota attorno ed è un fatto che il disagio e il malessere hanno sempre fatto parte della mia vita. Parli con uno che ha fatto 17 anni di psicanalisi…
Claudym: Per me si tratta di accettare la propria imperfezione, è questo il messaggio che vorrei far passare. Perché nessuno è perfetto ed è sbagliato rincorrere una perfezione che non esiste. Viviamo in un mondo che ci spinge a essere sempre performanti, vincenti, perfetti appunto, così spesso mi sono ritrovata a essere accomodante con chi avevo di fronte, spinta dal desiderio di non tradirne le aspettative, ed è un meccanismo che non fa bene. Nei miei brani lo sviscero per superarlo. Anche con autoironia.

Per i Prozac+ a un certo punto arrivò un tentativo di censura, s’iniziò a dire che il testo di Acida incitava all’uso di droga.
Accusani: Ci furono persino delle interrogazioni parlamentari.

A distanza di quasi 30 anni quel tipo di moralismo non è scomparso, basti ricordare il caso Måneskin all’Eurovision 2021 o le polemiche più o meno recenti sui rapper che spingerebbero i giovani a drogarsi. Che ne pensate?
Accusani: Non mi stupisce; specie quando il tema sono cose illegali come la droga, costruire dei casi anche dove non ci sono è molto semplice. Forse in tutto questo tempo mi sarei aspettato un miglioramento, ma tutto sommato non mi sorprende che non sia avvenuto granché, mi fa sorridere.
Claudym: Io ho sempre pensato che l’arte non debba educare, semmai è l’artista che facendo arte cresce e che deve far capire che ciò che dice nei suoi testi non riguarda la realtà in generale, ma la sua esperienza personale.

Claudia, prima hai spiegato di esserti avvicinata alla musica guardando MTV: che cosa ti affascinava?
Claudym: Con i video che mandava in onda, MTV mi ha insegnato quanto sia importante raccontare la musica attraverso le immagini e un’estetica particolare. E da questo punto di vista per me la cosa fondamentale è avere un’idea forte, per cui va bene anche ingegnarsi per realizzare qualcosa di particolare con pochi mezzi e con un approccio DIY. È quel che ho fatto per il video della cover dei Verdena, realizzato semplicemente con me che mi muovo attorno a una telecamera ferma. Lì la reference era Virtual Insanity di Jamiroquai, ma anche Torn di Natalie Imbruglia.

In effetti anche il tuo look è parecchio Nineties. Mentre i Prozac+ – chiedo a te, Gian Maria – che cosa pensavano di MTV? Siete stati uno dei gruppi più amati dalla cosiddetta MTV Generation.
Accusani: Quando ci chiamavano da MTV, io ci andavo volentieri: non era il mio mondo, ma ci trattavano discretamente bene. Ho ancora impressi nella memoria tanti MTV Day, che, va detto, erano dei trampolini di lancio per tutti. Non sono un grande amante dei video, perché un video mi piaccia deve piacermi la canzone. Fatta questa premessa, tra i tanti, all’epoca, mi faceva impazzire quello di Tonight Tonight degli Smashing Pumpkins. Però una cosa è certa: MTV è stata una realtà che ha aiutato a far emergere una scena alternativa che prima non aveva mai avuto spazio.

Negli anni ’90, però, chi ci andava veniva anche criticato. L’atteggiamento nei confronti di tutto ciò che era commerciale era ben più severo, talvolta giustamente rigoroso, secondo me, talaltra ai limiti dello snobismo.
Accusani: Sì, su questo ti do ragione, ma era perché nel mondo degli alternativi non c’era usanza a fare successo e i primi che ci sono riusciti hanno provocato l’invidia negli altri, che per tutta risposta gli davano dei venduti. Però è vero, eravamo più rigidi.

E adesso?
Accusani: Adesso non c’è la rigidità, ma nemmeno una scena veramente alternativa, se alternativo significa contrapposto a che ciò che va. In tal senso oggi rimane davvero poco, io stesso mi muovo tra i rimasugli di quel mondo. Per questo mi capita spesso di affermare che l’indie odierno è la nuova musica leggera. Il che non significa che non produca anche cose belle, ma non è alternativo a nulla.

Tu ti riferisci all’indie pop alla Calcutta, ma da un paio di anni mi sembra che quel mondo e quello della trap siano agli sgoccioli, mentre dal basso stanno affiorando proposte che si muovono verso un pop decisamente più vario e contaminato, non appiattito su stilemi radiofonici. Il problema è la sovraofferta…
Accusani: Speriamo, mescolare può portare più facilmente a risultati interessanti.
Claudym: Credo che il punto sia intrecciare suoni diversi, cercando, però, di essere sempre riconoscibile. È quello che sto cercando di fare con la mia musica.

Musica che è stata definita pop underground: la senti tua, quest’etichetta?
Claudym: Vuol dire tutto e niente, ma può andare, nel senso che il mio è un pop sporco, ciò che faccio è mettere insieme più stili. È il mio modo di esprimermi, amo esplorare, pescare di qua e di là, ma con una visione mia. Per questo in studio intervengo sulla produzione anche se non suono, perché ho sempre la base in testa, canto il giro di piano, l’accordo di chitarra…

E che rapporto hai con il marketing? I social hanno reso il marketing molto più pervasivo di una volta, così tanto che per la gran parte della tua generazione non c’è differenza tra arte e marketing.
Claudym: Personalmente credo nella potenza delle idee, per cui il marketing lo vivo in modo creativo, anzi, a volte lo uso persino come stimolo per valorizzare delle idee che credo possano essere potenti.

Gian Maria, all’epoca del successo dei Prozac+ come andava?
Accusani: Andava che abbiamo detto tanti no, ho rifiutato il 90% delle proposte che arrivavano da marchi e simili. Ci sono stati anche degli scazzi, o meglio, non proprio scazzi, però capitava che tra gli addetti ai lavori chi aveva il compito di spingere la nostra musica ci diceva «se non fate questa cosa, rischiate di perdere pubblico, se la fate avrete un vantaggio», e noi rispondevamo che ci andava bene rischiare.

Hai dei rimpianti?
Accusani: Ad alcune proposte oggi direi di sì senza sentirmi usato, non farò nomi ma abbiamo detto no anche a dei programmi televisivi… Però no, non mi pento di niente, e aggiungo anche che con i Prozac+ ho sempre avuto la massima libertà di fare quello che volevo e di non fare quello che non volevo. Insomma, la leggenda secondo cui sotto major eri costretto a piegarti a chissà quali dettami… non era vero, c’era la stessa libertà che con qualsiasi etichetta indipendente, magari se rifiutavi una proposta qualcuno cercava di convincerti che stessi sbagliando, ma dopo un paio di tentativi finiva lì. Del resto, per me e gli altri della band l’unico vantaggio di cui avesse senso parlare era quello di fare ciò che ci piaceva fare: successo e soldi facevano piacere, ovvio, ma per come la vedevamo noi erano secondari. Oggi è tutto diverso, gli unici spazi esistenti sono quelli del mondo commerciale, del mainstream, non esiste più una frattura netta tra mondo grande e mondo piccolo, quindi il marketing è ormai indispensabile. E a questo punto, se è utilizzato per valorizzare idee creative forti, come dice Claudia, o per diffondere prese di posizione non così diffuse, perché no?
Claudym: Però nel discorso dei no io mi riconosco.

In che senso?
Claudym: Nel senso che anch’io seleziono le proposte e voglio fare solo quello che mi piace. Oltre a questo, qualche sfumatura rispetto alla questione marketing sì/marketing no la percepisco anche adesso: tra il pubblico c’è sempre qualcuno pronto a darti del venduto, vedi i rapper criticati quando si mettono a fare pop. Però sì, è tutto più fluido, mischiato, ne è una prova Sanremo, dove ormai vanno artisti che con il festival non avevano nulla a che fare.

In compenso la questione gender gap non è stata risolta. Claudia, che ne pensi?
Claudym: Che un gender gap ci sia, è evidente. È un argomento difficile, ma dai dati sappiamo che in classifica ci sono soprattutto uomini e questo fa sì che le etichette, essendo aziende che devono fare soldi, fatichino a staccarsi da questo status quo. Così accade la cosa più assurda, ossia che se sei donna e vuoi un contratto discografico o una qualche occasione ti chiedono di essere unica, mentre gli uomini possono assomigliarsi tra loro senza problemi, vanno bene comunque. Questo significa che alle donne viene dato meno spazio in partenza, il che aumenta la competizione, senza contare che bisogna ancora superare l’idea della donna interprete.

Parli per esperienza personale?
Claudym: No, a me queste cose non sono mai accadute, ma confrontandomi con altre artiste ho potuto constatare che è così. Però stiamo facendo dei passi avanti, si tratta di aumentare i modelli femminili e di uscire da certi stereotipi.

Gian Maria, tu che con te nei Prozac+ avevi due donne, che cosa diresti?
Accusani: Negli anni ’90 non se ne parlava proprio, di questa questione, però era chiaro che di ragazze che facevano musica quasi non ce n’erano, fu proprio questa la ragione che mi spinse a mettere in piedi un gruppo con due donne. Non solo: sono convinto che all’epoca la presenza femminile abbia aiutato la band, perché la diversità attraeva.

È questo il punto: le donne non dovrebbero più essere apprezzate in quanto minoranza, in quanto “diverse”, ma per ciò che fanno. Per arrivare a questo, secondo voi servono le quote rosa? Che cosa pensate, per esempio, di un festival che decide a priori di invitare sul palco il 50% di donne e il 50% di uomini?
Claudym: In quei casi le quote rosa servono a fare immedesimare chi guarda: vedendo tante donne sul palco, più bambine e adolescenti sogneranno di salirci anche loro, su quel palco, sentiranno di poterlo fare. A parte questa che può essere una spinta in più, spero che le cose si evolvano in maniera naturale e che le artiste non siano ghettizzate come se fossero un genere a parte.
Accusani: Sono d’accordo, è importante che sempre più donne inizino a fare musica, quando saranno tante quante gli uomini, le cose cambieranno automaticamente, e giustamente. Ma bisogna anche cambiare lo sguardo, smettere di creare differenze parlando di musica al femminile. Cosa vuol dire? La musica è la musica, e se le quote rosa possono essere un mezzo per favorire una rappresentanza più equa in determinate occasioni, io vorrei sempre il 100% dei migliori. Se poi fossero tutte donne, bene!

Altre notizie su:  Claudym Gian Maria Accusani