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Cigno, lotta di classe elettrificata

Il suo primo disco ‘Morte e pianto rituale’ mette assieme riff crudi ed elettronica cupa, CCCP e Nine Inch Nails. È musica politica che parla di capitalismo, disuguaglianze, guerra. L’intervista

Cigno

Foto: Matteo Consolazione

Nel libro Morte e pianto rituale del 1958 l’antropologo Ernesto de Martino analizzava la funzione protettiva del lamento funebre inteso come pratica che, nel momento in cui perdiamo una persona cara, ci preserva dal crollo psichico altrimenti inevitabile. È solo una sintesi, ma utile per comprendere il primo album di Cigno intitolato proprio così, Morte e pianto rituale, che in nove tracce va a comporre uno stratificato e anche un po’ matto caleidoscopio di suoni e atmosfere che incrociando con atteggiamento sperimentale il blues con l’industrial, l’elettronica con il rock mette in scena una sorta di liturgia laica dai tratti psichedelici. L’autore è Diego Cignitti, 30 anni, chitarrista blues e insegnante al Saint Louis College of Music di Roma, che in questo progetto solista, affiancato da una band di sei elementi, firma testi, musiche, arrangiamenti e produzione, abbracciando un sincretismo musicale intriso di spirito catartico.

«Questo è un album che ho tenuto nella mente per anni in forma di sensazione, intuizione, sentore vago», racconta Diego. «Il fisico Carlo Rovelli si chiede se oltre al ricordo del passato possa esistere quello del futuro e io penso di avere sperimentato qualcosa del genere: avevo queste visioni musicali con dei riff crudi, austeri e ossessivi sulla pentatonica e la cassa in quattro elettronica, e nell’accostamento di questi elementi – già esplorato da Depeche Mode, Nick Cave, Nine Inch Nails, so di aver scoperto l’acqua calda – ho trovato la via per riunire in un sound le mie idee musicali, all’apparenza lontane l’una dall’altra».

Brano simbolo di tale approccio, Protestanti: «L’esempio migliore della sintesi che secondo me può unire un’elettronica tipo quella del tedesco Recondite a riff blues distortissimi che rimandano all’ultimo Gary Clark Jr.». Il risultato è un disco di chiaroscuri, che gioca con sonorità a tratti acide e con il carattere ipnotico della ripetizione pescando dagli ascolti dello stesso Cigno, così che da un incipit alla Satie si vira su altri binari, per ritrovarsi in un magma di influenze che va dai nomi da lui citati al Capossela più tribale, da Tom Waits ai CCCP. «Sono figlio del mio tempo, di quella retromania spiegata dal critico Simon Reynolds nell’omonimo saggio. Ma sono anche convinto che mai come oggi sia essenziale per noi musicisti essere come portali attraverso i quali soprattutto i più giovani cresciuti con la trap e l’itpop, lo dico senza giudizio, possono avvicinarsi anche a certa musica del passato che magari non conoscono».

Il blues, prima passione di Cigno, è il punto di partenza. «L’ho scoperto da piccolo, a 13 anni avevo già un trio blues, il batterista aveva 10 anni, il bassista 15, giravamo i palchi dei festival blues del centro Italia come bambini prodigio. Non che fossimo realmente tali, ma lo spettacolo funzionava proprio perché nessuno si aspettava di vedere sul palco dei ragazzini così piccoli suonare pezzi di Albert King, Blind Faith, Ten Years After». E ancora: «Tutto è nato dal fatto che nel borgo di Subiaco, dove sono nato e cresciuto, si tiene un festival blues che ha più anni di me. In seguito ho approfondito la conoscenza di questo genere passando da italiani come Roberto Ciotti e Fabio Treves ai primi bluesman, da Blind Willie Johnson a Blind Joe Taggart a Son House, tutti artisti che hanno registrato alla fine degli anni ’20 e che hanno dato il via a quella che è stata poi la tradizione della black music fino ad Anderson .Paak». Ma c’è dell’altro: «Un riferimento agli studi di de Martino sulle comunità del Sud Italia, territori di disagio che hanno dovuto fare i conti con la partenza di tanti figli per il Nord Italia e per terre lontane come l’America, dove non a caso si è sviluppato quel misto di paganesimo e cristianesimo, di magia e mistero, che sono i balli come quello della taranta, rituali popolari dal valore altissimo e più che psichedelici, correlati all’esperienza di una realtà altra».

Questo il background confluito in Morte e pianto rituale, album che in questo agganciarsi a un’idea antica di esorcismo musicale si sviluppa, sotto il profilo dei contenuti, come un concept intrinsecamente politico: se da un lato rifugge dai compromessi melodici della forma canzone, dall’altro si sostanzia in testi che contro gli aspetti più decadenti della modernità tentano di redimere quest’ultima attraverso il recupero di una dimensione ancestrale liberatoria. L’intento: «Risvegliare le coscienze evocando i fantasmi del proletariato», dichiara Cigno. «Che provocatoriamente significa rivitalizzare quel senso di appartenenza che un tempo univa i più deboli, fungendo da collante sociale contro ingiustizie e soprusi, e che ormai è vissuto come qualcosa di vintage. Credo, invece, sia davvero arrivato il momento di recuperarlo e di alzare la testa contro un sistema economico che ci sta disumanizzando riducendoci a consumatori e anzi, a suoi araldi, visto che anche solo stando sui social lo foraggiamo e che oltretutto sta accrescendo le disuguaglianze gettando sempre più gente nella depressione. Ne vogliamo parlare o vogliamo continuare, come musicisti, ad avere paura di esporci perché temiamo di restare senza pubblico? Almeno proviamo a cambiarle le cose, e lo dico anche da neo-genitore, dato che sono diventato padre da poco e che questo mi impone di essere ottimista rispetto al futuro».

Con tali premesse i testi non potevano che essere in italiano. Nel registrarli Cigno dice di essersi «ispirato in parte a Carmelo Bene, approdando a un recitato-declamato adatto a un disco di questo tipo, perché come il rap permette di giocare con il ritmo dando una libertà che la melodia non consente». Tra passaggi in cui la voce si fa più punk e altri più vicini ai toni della litania o del canto di lotta, Colobraro sfida così la scaramanzia, richiamando il nome di un paese fantasma della Basilicata che per un periodo, dati la magia e l’esoterismo che vi circolavano, si è creduto portasse sfortuna, tanto da diventare innominabile. «Mi ha fatto pensare a quante cose oggi, perlomeno nei contesti più formali, sono tabù: l’esistenza della lotta di classe, il fatto che la macchina capitalistica sia un sistema che ci schiaccia… Se ne parli vieni tacciato di essere uno che vede distopie ovunque, ma è solo un modo per distogliere lo sguardo dalla realtà».

In linea con questo ragionamento, nel brano La classe operaia va in paradiso Cigno evoca, non senza sarcasmo e ricreando sul finale un’ambientazione da comizio, il capolavoro cinematografico di Elio Petri, per poi affrontare la questione dei migranti in Mare nero e occuparsi di Postcapitalismo in un pezzo che pare un incontro tra i Bauhaus e il Giovanni Lindo Ferretti di Affinità-divergenze fra il compagno Togliatti e noi. La chiusura è affidata a Kabul, traccia «scritta nei giorni del ritorno dei talebani al potere in Afghanistan – da qui il rumore di elicotteri simulato con i synth – lasciando emergere il mio amore per la musica araba, sia per la vecchia guardia di Farid al-Atrash, sia per la nuova scena di Bombino».

All’attivo una manciata di altri singoli pubblicati dal 2015 in avanti, Diego Cignitti in Morte e pianto rituale è affiancato da una band che lo accompagna anche dal vivo e che ha già avuto modo di suonare live nei mesi scorsi, conquistando il premio Best Arezzo Wave Band Lazio 2021 con una performance che vorrebbe richiamare lo spirito situazionista delle avanguardie artistiche del Novecento e che, sulla scia del rumorismo alla Einstürzende Neubauten che punteggia anche l’album, riunisce sul palco non solo chitarre, tastiere, synth, bassi, batteria, ma anche catene, cacciaviti, trapani, barili.

«Parlare di concerti in questo periodo è da pazzi, ma noi siamo pazzi, per cui vogliamo farne una marea e coinvolgere il pubblico come accade in certe pièce teatrali: c’è il momento in cui uso un megafono, in un altro indosso un colbacco e divento un personaggio, in un altro ancora le luci si spengono e si accende una torcia… Il punto è usare la musica per dare forza a quella voglia di esserci, di partecipare e di sentirci comunità che soprattutto con la pandemia ci è stata negata», afferma Cigno, atteso con i suoi sodali, tra cui la vocalist Tania Giommoni, sabato 19 febbraio al Wishlist Club di Roma. L’idea è di fare controcultura, di «sparare agli elicotteri con le chitarre elettriche», di porre Morte e pianto rituale al centro di un progetto artistico più ampio, capace di incidere sulla realtà contaminandosi con altri linguaggi. È l’obiettivo che ha spinto Cigno a collaborare, per il video di Mare nero in uscita a breve, con la cooperativa Barikamà, fondata da giovani africani che nel 2010 hanno preso parte alle proteste contro il capolarato salite alla cronaca come “fatti di Rosarno” e che oggi producono yogurt e ortaggi bio non lontano dalla capitale.

Vanno nella stessa direzione le “session cantoniere”: «Un’esperienza meravigliosa, che sulla scia di un pallino che avevo da tempo, quello di inserire strumenti da cantiere nella musica, ci ha visti suonare già un paio di volte con degli operai. O meglio, sono loro che hanno suonato con noi, e il bello è che non ci hanno presi per dei fuori di testa, né si sono intimiditi, anzi, ci hanno accolti con entusiasmo esternando tutta la loro creatività».

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