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Chuck D e la old school: «Ai Public Enemy non interessava essere amati»

In un mondo dominato da cuori e like, i pionieri dell’hip hop sono ancora degli alieni, rapper dallo spirito punk. «E vogliamo parlare della ridotta capacità di concentrazione del pubblico?»

Chuck D

Foto: Carlos Gonzalez/The1point8 per Rolling Stone US

What You Gonna Do When the Grid Goes Down?, l’ultimo album strapieno di ospiti dei Public Enemy, è il migliore mai fatto da un gruppo hip hop con 35 anni di carriera alle spalle. Anche perché è molto probabilmente l’unico a far parte della categoria. Ma a parte questo, è davvero un disco eccellente, con Flavor Flav al centro della scena, nonostante il suo status nel gruppo sia stato messo in dubbio, e un infuocato Chuck D che indica la via.

Proprio Chuck ci ha raccontato com’è nato l’album (che raccoglie anche singoli pubblicati negli ultimi anni), che cosa rendeva il gruppo diverso dagli altri, la collaborazione con Ice-T e com’è cambiato lo stile del gruppo nel capolavoro del 1988 It Takes a Nations of Millions to Hold Us Back.

Com’è fare un disco oggi rispetto agli anni ’80?

Chi ascolta può scegliere tra 10 mila canzoni, quindi ti devi chiedere: che cosa porta le persone a sentire 10 o 14 brani di uno stesso artista? Che cosa li convince a restare?

E qual è la risposta?
Non c’è! Insomma, è diverso per tutti. Abbiamo sempre pensato che gli Iron Maiden, come tutte le metal band, fossero l’opposto dei gruppi rap, perché l’hip hop degli inizi era un genere basato sui singoli. Servivano due o tre hit per arrivare a fare un album, un approccio simile a quello degli anni ’60, all’epoca delle etichette Motown e Stax. Noi invece abbiamo fatto solo album. Fin dagli inizi abbiamo pensato in termini di concept.

Ora la gente ha una ridotta capacità di concentrazione, vale sia per i giovani che per i più vecchi. Cinque canzoni bastano per raccontare la storia che un tempo sarebbe stata su un disco intero. Si potrebbe fare come i Doors nel ’68 e chiudere un disco in meno di 25 minuti. Oggi si potrebbero girare film di 15 minuti.

Il tuo suono è sempre personale, non è mai datato. Com’è cambiato il tuo approccio al rap mentre il genere attraversava tanti cambiamenti? 

Beh, io so chi sono e so anche cosa non posso essere. Conosco le mie abilità e i miei limiti. Allo stesso tempo, non mi dispiace provare qualcosa di nuovo e magari fallire. Il mantra dei Public Enemy è questo: prova cose nuove, non ripeterti mai, prova qualcosa che potrebbe essere folle. Se indossassi abiti assurdi allora sì che potrei pentirmene. Ma sperimentare con la musica? Se non funziona non ne faccio certo un dramma.

La cosa che ci ha sempre resi diversi è che non ci interessava essere amati. Rick Rubin mi ha inseguito per due anni prima di ingaggiarci. È una cosa che cambia il modo in cui ti comporti e quello che finisci per pubblicare. Non ce ne fregava nulla di essere amati, eravamo un po’ punk. Ma a prescindere da quello che la gente pensa di me e Flavor, non può non ascoltarci. Non ci puù ignorare.

Tu e Ice-T suonate davvero bene insieme in Smash the Crowd, un altro brano del nuovo disco. La sua carriera è iniziata poco prima della tua, in che rapporti siete? 

Beh, non ci sono tante persone come Ice-T. Quando ha registrato quel pezzo, nel 2017, era l’unico MC sessantenne sulla piazza. Certo, c’è anche Wonder Mike di Rapper’s Delight, ma non ha più registrato nulla. Io gli dico sempre che lui ha aperto la strada su cui ora siamo tutti.

Nel disco c’è anche un grande remix di Fight the Power che avevi realizzato per i BET Awards. È triste pensare che 31 anni dopo l’uscita è un pezzo ancora rilevante? 

Quella che abbiamo fatto noi nel 1989 è la seconda Fight the Power (il brano è ispirato all’omonimo degli Isley Brothers del 1975). Avevo 15 anni e il pezzo degli Isley mi ha colpito molto. All’epoca pensavamo che avesse il feeling giusto per il tema di cui Spike Lee aveva bisogno per Fa’ la cosa giusta. Ma sì, culturalmente è passato tanto tempo dal 1989, ma nella vita vera non è la stessa cosa. Abbiamo sempre attaccato il razzismo sistemico, nessuno oggi direbbe che va tutto bene col suprematismo bianco, che possiamo rilassarci.

Come hai convinto i membri rimasti di Beastie Boys e Run-DMC a suonare insieme in Public Enemy Number Won?
Li ho contattati e ho detto che volevo omaggiarli per il mio sessantesimo compleanno. Ho proposto di fare un pezzo, di scatenarci. Ora, io ho sempre lavorato benissimo con il grande DMC, ma vedere l’entusiasmo di Run mi ha sconvolto. Potrei dire lo stesso per Mike D e Ad-Rock, hanno rotto la promessa di non registrare nessun pezzo dei Beastie Boys senza MCA. Sono loro che mi hanno portato in questo settore, mi hanno convinto a firmare per Rick e Def Jam. Loro mi hanno portato qui e io ho fatto lo stesso con quel pezzo.

It Takes a Nation of Millions to Hold Us Back è un classico, ma ha un suono completamente diverso rispetto al disco d’esordio dei Public Enemy Yo! Bum Rush the Show. Com’è cambiato il tuo flow? Ascoltavi artisti come Rakim? 

Ci sono due persone che mi hanno insegnato a scrivere rime che mi permettono di rappare velocemente. Una è Rakim, soprattutto in You Know You Got Soul, l’altro è KRS-One, nel pezzo Poetry. Rappavano veloce, i beat si muovevano nella loro direzione. Era diverso da quello che facevano tutti gli altri, anche i Run-DMC e Scholly D. Rappavano sul beat, gli stavano dietro. E grazie a loro gli strumentali sono diventati più veloci. Penso a gente come Big Daddy Kane, un fenomeno con i beat più veloci. Ma nessuno provava quello che facevamo noi, che suonavamo a 109 bpm. Era veloce, forte, aggressivo. È per questo che ancora oggi è difficile inserire i Public Enemy in un normale dj set. Siamo diversi da tutti gli altri.

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

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