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Chris Slade: «Finché ci sarà Angus, gli AC/DC non smetteranno di suonare»

Il batterista ha registrato di tutto, dalle hit di Tom Jones al rock di ‘Thunderstruck’. Qui racconta la sua storia, dalla volta in cui David Gilmour e Jimmy Page l’hanno chiamato per suonare con loro alle session con Axl Rose

Chris Slade

Foto: Brigitte Engl/Redferns/Getty Images

Apparentemente, Thunderstruck degli AC/DC, la cover di Blinded by the Light fatta dalla Manfred Mann’s Earth Band e Valerie di Tom Jones non hanno niente in comune. Sono state registrate in decenni diversi, piacciono a pubblici differenti, non suonano per niente simili. Ma in tutte c’è la batteria di Chris Slade, session man gallese che ha suonato tra gli altri anche con Olivia Newton-John, Tom Paxton, gli Uriah Heep, David Gilmour, i Firm di Jimmy Page, Gary Moore e gli Asia.

Slade è noto soprattutto per essere entrato negli AC/DC nel 1989, appena in tempo per suonare nel disco del grande ritorno, The Razor’s Edge. Ha lasciato il gruppo nel 1994, quando gli altri si sono riconciliati con Phil Rudd, ma è tornato nel 2015 quando problemi legali hanno costretto il batterista originale ad assentarsi. Slade ha viaggiato il mondo con la band nel tour di Rock or Bust ed era sul palco anche quando Brian Johnson è stato rimpiazzato da Axl Rose.

Lo stato attuale degli AC/DC è un mistero talmente fitto che persino Slade non sa se suonerà ancora nel gruppo. Tuttavia, ha raccontato a Rolling Stone storie incredibili sulla sua carriera, a partire dall’adolescenza nel Galles, quando si è ritrovato a suonare con un cantante locale, un certo Tommy Scott che qualche anno dopo registrerà It’s Not Unusual con il nome d’arte Tom Jones.

Quali batteristi ammiravi da ragazzo?

Sicuramente Buddy Rich, senza alcun dubbio, come credo direbbero molti batteristi della mia generazione.

Cosa ti piaceva del suo modo di suonare? 

Aveva un suono davvero nitido, e ovviamente una tecnica straordinaria. Gene Krupa era bravo e un grande showman, ma secondo me – qualcuno non sarà d’accordo – Buddy suonava più chiaramente.

Come hai conosciuto Tom Jones?
A volte lavorava alle feste di mio padre. Le chiamavano “concert parties”, all’epoca si diceva così. Giravano per i locali dei lavoratori del Galles meridionale, dove sono nato. Tom andava a scuola con mio fratello, ha sette o otto anni più di me.

All’epoca avevo lasciato la scuola e facevo un lavoretto estivo in un negozio di scarpe di Cardiff. Ho saputo che la band di Tom aveva perso o licenziato il batterista. Sapevo anche che aspetto avevano tutti, perché erano famosi nella mia zona. Un giorno entra in negozio il chitarrista della band, che all’epoca si chiamava Tommy Scott and the Senators. Mi sono avvicinato, e tremando – io avevo 16 anni, lui 20 – gli ho detto che se avevano bisogno di un batterista io abitavo vicino a Tom.

Ci siamo organizzati per suonare a casa mia, dove c’era il mio nuovo kit Premier. C’era tutta la band, e il bassista Vernon Hopkins mi ha chiesto di suonare l’inizio di Walk, Don’t Run dei Ventures. L’ho fatto abbastanza bene, una cosa difficile all’epoca per un sedicenne, e il mio kit era stupendo, sembrava nuovo di zecca. Mi hanno detto: «Ok, andiamo in un pub a provare». Mi hanno dato il lavoro e la band è diventata Tom Jones and the Squires. Il resto è storia.

Perché hai lasciato la band? 

All’inizio del 1970 ho scoperto che gli altri turnisti prendevano il triplo di quanto venivo pagato io. (Ride) I batteristi…

Facciamo un salto nel tempo: raccontami come sei finito nella Manfred Mann’s Earth Band.
Subito dopo aver lasciato Tom, ho ricevuto una telefonata da Manfred Mann. Mi ha detto che diverse persone gli avevano fatto il mio nome per la sua nuova band. Avevo già fatto delle session con lui, quando suonava in una grande jazz band, i Chapter Three. Credo abbiano fatto due o tre album. Ho suonato nell’ultimo. Sapeva cosa potevo fare e gli piaceva cosa aveva sentito, quindi mi ha chiesto di fondare insieme il gruppo. Era quella che all’epoca chiamavano “underground band”, un po’ come i Cream.

Ancora avanti: qual è il tuo ricordo preferito del tour con David Gilmour nel 1984?
Oh, sono tutti bellissimi. Ho amato quel tour. Dave è un tipo grandioso. Una persona genuina. Trattava i musicisti in maniera fantastica. È davvero una brava persona. È intelligente e un gran musicista. Una delle persone più gentili che mi sia capitato di conoscere. Alla fine del tour ha portato la band e tutte le rispettive famiglie in vacanza alle Bahamas.

Come sei finito nei Firm? 

Qualche tempo prima avevo ricevuto una telefonata da David Gilmour. «Ciao Chris, qui David Gilmour». Ho guardato il telefono per assicurarmi di aver sentito bene. «Sto mettendo su una band, mi piacerebbe che tu suonassi la batteria». Gli ho detto che era fantastico, ma che ero impegnato con Mick Ralphs dei Bad Company. «È ok, c’è anche Mick». Diceva che il tour sarebbe partito dopo un mese o giù di lì.

Ho detto a mia moglie di prepararsi per andare al pub a festeggiare. Siamo tornati a casa e il telefono è squillato di nuovo. «Ciao, qui Jimmy Page». Pensavo fosse uno scherzo, invece era davvero lui. «Come stai? Non ci siamo mai incontrati, ma abbiamo amici in comune. Io e Paul Rodgers stiamo mettendo su una band e vorremmo che tu suonassi la batteria». Ho pensato che l’onestà sarebbe stata la mia arma migliore. «Jim non ci crederai, ma un’ora e mezzo fa David Gilmour mi ha chiesto di andare con lui in tour, partiamo tra un mese». Pensavo che sarebbe stata la fine. Invece mi ha detto: «Non c’è problema, aspetteremo. Quant’è lungo il tour?». Ho risposto che sarebbe durato tre mesi, lui ha detto che ci saremmo risentiti dopo. Ho messo giù e sono andato al pub. Di nuovo.

Una bella giornata…
Ho scritto tutto da qualche parte, è l’unica volta che l’ho fatto. Ho segnato la data in rosso.

Come hai saputo che c’era un posto vacante negli AC/DC? 

Tra il 1988 e il 1989 ho lavorato con Gary Moore, e avevano lo stesso manager, Stewart Young. Credo che sia stato lui a fare il mio nome. Forse Malcolm è venuto a un concerto di Gary Moore a Birmingham e mi ha visto suonare. Qualche mese dopo ho ricevuto una telefonata da Stewart Young che mi ha parlato di un’audizione. Quello che non sapevo è che avevano già provato 100 tra i migliori musicisti del mondo.

La gente diceva: «Non dirlo a quelli della mia band, ma vorrei davvero provare con voi». Me l’ha raccontato Dick Jones, il tecnico della batteria. Ha fatto audizioni anche a musicisti non professionisti. Passava settimane così, ad ascoltare un batterista dopo l’altro da solo, senza la band. All’epoca era con loro da 30 anni. Poi i professionisti hanno provato con Angus, Mal e Brian alla voce. Facevano cose come Back in Black.

Le prove erano a un’ora da casa mia, poco a nord di Brighton. Avrò suonato una decina di canzoni, ma non ricordo quali di preciso, Back in Black e tutti gli standard. Pensavo di essere andato malissimo. Ero così preoccupato che tornando a casa mi sono perso. Ho chiamato mia moglie e le ho detto che era stato terribile. Quando sono tornato a casa, mia moglie mi è venuta incontro e ha detto: «Quindi è andata davvero male?». Ho detto di sì. «E invece hanno appena telefonato, dicono che il posto è tuo». Ero il numero 100. Dick me l’ha detto e poi la band ha confermato. In lizza c’erano musicisti incredibili, ma non farò nomi.

Parlami delle registrazioni di Thunderstruck. Quel pezzo è diventato la chiave del loro ritorno, all’epoca… 

Angus e Malcolm l’avevano già scritta, ovviamente, visto che scrivono tutto loro. Avevano registrato una demo con anche la traccia di batteria. Una vera batteria. Era una delle demo di un album che non aveva ancora titolo. Mi hanno detto di impararle e poi siamo andati in studio. A un certo punto Mike Fraser, il fonico, mi ha chiesto di raddoppiare un fill. Sembravano tutti sorpresi dal fatto che potessi suonare per due volte la stessa identica cosa. Almeno mi sembrava così. Ho sovrainciso i fill e tutto suonava più potente. Poi mi hanno chiesto: «Quando il testo dice “thunder”, puoi metterci un grosso colpo di tom?». Ho detto di sì, e sembravano sorpresi anche di questo. Come sanno molti batteristi, non è così difficile.

Ricordi qualcosa del video? È diventato leggendario e tu sei più o meno il protagonista…
Non ricordo il set e cose del genere. Ma il regista era David Mallet, e aveva messo due videocamere sulla batteria. Ho pensato: wow, che succede? Il batterista al centro dell’attenzione! A quanto pare ama la batteria. L’ha montato in maniera tale da metterla davvero in primo piano, e non sai quanto mi fa piacere dirlo.

Com’era il tour? Avrai suonato per il pubblico più grande della tua carriera… all’epoca facevano gli stadi.
A essere sincero non era poi una gran cosa. Avevo suonato una settimana al Madison Square Garden con Tom Jones. Avevo fatto i festival sia da musicista che da tecnico. Fa parte della mia vita da quando sono teenager. È come andare in ufficio.

Cos’è successo all’epoca di Ballbreaker? 

Ho registrato le demo di Ballbreaker. Poi è rientrato Phil.

Come l’hai scoperto? 

Mi hanno telefonato. Avevo fatto le demo del disco con Angus e Mal, a Londra. Avevano un piccolo studio lì. Siamo andati avanti per mesi con quelle session. Sono persino finito a vivere a Londra, perché guidare avanti e indietro era una rottura. Per farla breve, mi ha telefonato Malcolm. È stato incredibilmente carino. Ricordo che ha detto che non dipendeva da cosa avevo fatto o non fatto, ma che avrebbero riprovato con Phil. Io gli ho detto: «Ok, allora sono fuori».

Lui ha detto di no, che volevano continuare a pagarmi perché non erano certi che Phil fosse ancora in grado di suonare la batteria. Gli ho detto che apprezzavo molto la sua telefonata, ma che non era il caso, non c’era problema. Ha insistito, voleva che restassi a disposizione, ma ho rifiutato. Siamo andati avanti così per un po’. Ma era la fine. Sono stato io, in realtà, ad andarmene. Non c’erano dubbi, Phil sarebbe tornato in ogni caso e avrei solo ritardato l’inevitabile.

Quando hai saputo dei problemi di Phil, pensavi che ti avrebbero richiamato?
A essere sincero, no (ride). Ci speravo, ovviamente. Perché non avrei dovuto? Ma il tempo continuava a passare. Amici e fan mi chiedevano se era arrivata la telefonata e io dicevo che non sarebbe successo. Alla fine, mentre ero in tour con i Timeline in Svizzera, ho ricevuto la chiamata dal manager. Voleva che tornassi nella band. È stata una telefonata lunga. Alla fine ho chiesto: «Ma la band lo sa?». Lui ha detto di sì, ovviamente, ma ero talmente in apprensione che ha dovuto confermarmi di nuovo che Angus e gli altri erano d’accordo. Mi ha fatto sentire molto, molto meglio.

Com’è stata la prima prova con loro? 

Oh, è stata grandiosa. Fantastica. Siamo sempre andati d’accordo, e le cose non erano cambiate. Eravamo tutti un po’ invecchiati, incluso il sottoscritto, ma mi sentivo bene.

Ti sei goduto di più l’esperienza al secondo tentativo? 

Me la sono sempre goduta (ride). Mi è sempre piaciuto lavorare. E soprattutto suonare la batteria. Sempre.

Cos’è successo nel tour che ha portato all’abbandono di Brian? 

Brian era sempre più insoddisfatto. Diceva che si sentiva in colpa per i fan. Io indossavo monitor in-ear, era la prima volta che li mettevo. Sentivo tutto alla perfezione, Brian incluso, e gli dicevo che non era così male come pensava, che capivo il suo orgoglio professionale, ma che non era così terribile.

Non so come sia finita quella storia. Con la band, Brian incluso, eravamo a Miami. Tim Brockman, il tour manager, ha detto che saremmo rimasti lì per un po’ di settimane, ma non ha spiegato perché. Non so cosa sia successo. So solo una cosa – sono serio, non so i dettagli –, cioè che a un certo punto Brian è tornato a casa da Miami. Vive in Florida. Da quanto ne so, è rimasto lì.

Mancavano ancora alcuni concerti. Ne avete parlato? Come pensavate di risolvere il problema? 

Sinceramente, questa è una cosa che riguarda Angus e il management. È oltre le mie competenze (ride).

A parte Axl Rose, hai sentito di altri possibili cantanti? 

Eravamo ad Atlanta, in Georgia, e abbiamo fatto delle audizioni. Alcuni cantanti erano davvero bravi. Poi un giorno mi hanno detto che sarebbe venuto Axl Rose. Ero sorpreso, perché conoscevo la sua reputazione. Ma avevo sentito la sua voce solo coi Guns, non sapevo che cosa sapeva fare. Il giorno dopo si è presentato e mi è sembrato molto carino. Scherzava. Ci sembrava una cosa senza precedenti. Almeno per me era così. Poi ha iniziato a cantare, e non pensavo che potesse fare certe cose. È stato fantastico, davvero fantastico. Una persona davvero gentile. Non era una recita o qualcosa del genere, è davvero così.

I cantanti con cui avete provato prima di Axl erano conosciuti?
Direi relativamente sconosciuti. Alcuni tizi delle tribute band sono davvero bravi, lo sappiamo tutti. E ovviamente io non ho contribuito alla scelta. Nessuno chiede al batterista cosa ne pensa (ride).

Dev’essere stato strano suonare quei concerti: sul palco non c’erano né Brian, né Malcolm, due elementi fondamentali della band.
Sì, avevamo fatto solo poche prove con Axl, ma io sono un tipo piuttosto spontaneo, sia nella vita che dietro la batteria. Per me funzionava, pensavo: «Ok, facciamolo. È per questo che mi pagano».

Il tour è finito a Philadelphia. Quella sera hai pensato che sarebbe stato l’ultimo concerto della storia degli AC/DC? 

Non l’ho mai pensato, perché so che Angus vorrà sempre andare avanti. Ha 65 anni e ancora l’energia di cui ha bisogno. Suona esattamente come una volta. Perché non dovrebbe continuare, a prescindere dagli altri membri della band? Stevie Young era nel gruppo, e ha fatto un grande lavoro per sostituire Malcolm. Comunque… Malcolm era un chitarrista ritmico geniale. Un genio. E non dimenticare che ho lavorato con parecchi musicisti bravi.

Alla fine di quel tour si diceva che Angus sarebbe andato in studio con Axl per fare un nuovo disco. Ne hai mai sentito parlare? 

No, che io sappia no. Ma io so solo quello che è successo fino a quel momento, cioè alla fine del tour di Rock or Bust.

Ne hai parlato con Angus? Ti aveva detto qualcosa sul futuro del gruppo? 

No, assolutamente no (ride). Non l’avrebbe mai fatto. Di solito aspettano cinque anni tra un disco e l’altro. Non parlavano nemmeno tra di loro, Angus, Cliff e Brian. Non si sentivano tutte le settimane. Non funziona così. Era più: ok, abbiamo finito, ci risentiamo tra cinque anni. Andava così.

Sono apparse diverse fotografie di Brian, Cliff, Angus e Phil vicino a uno studio di registrazione di Vancouver. I fan pensano che abbiano registrato un nuovo disco. Sai qualcosa? 

No, non ne so niente. Onestamente, credoche quelle quelle foto siano vecchie. Se guardi ai capelli capisci cosa voglio dire. Ci sono tantissimi rumor sugli AC/DC, ne esce uno al giorno, cose tipo: Angus ha comprato la Nuova Zelanda. È ridicolo. C’è gente che dice: so delle cose riservate, hanno registrato un disco e torneranno in tour nel 2020! Sapete che c’è? Non succederà (ride).

Useranno vecchi riff di Malcolm e faranno nuove canzoni con Brian alla voce, così si dice.
Potrebbe succedere. Sappiamo tutti cosa può fare la tecnologia. Sono sicuro che Malcolm ha parlato molto approfonditamente con Angus di questa cosa prima di ammalarsi gravemente e di morire. C’è un piano, ne sono certo. Ovviamente i piani possono essere cancellati. Il piano A diventa il piano Z. Personalmente credo che Angus non si ritirerà. Ci potrebbe essere un altro album. Sono abbastanza sicuro che sarà così. Chi ci suona? Non ne ho idea. Tornerà Cliff? Chi lo sa? Se è stufo della pesca, magari vorrà tornare al rock’n’roll.

La pagina Wikipedia del gruppo dice che il batterista sei ancora tu. È corretto?
Per quanto ne so io, e ti assicuro che sono assolutamente onesto, sono il batterista degli AC/DC (ride). Quando l’ho detto in altre interviste mi hanno dato dell’illuso, hanno detto che non sapevo di che cosa parlavo. Wikipedia dice davvero così? Non ho mai controllato.

Beh, è solo Wikipedia. Però sì, dice così. 

Beh, nessuno mi ha mai chiamato per licenziarmi o per dirmi che Phil è tornato. Nessuno. Per quanto ne so… Dio, sono abbastanza maturo da realizzare che Phil potrebbe essere già tornato. Ma non ne ho idea. Non ne avevo idea quando mi hanno chiamato per Rock or Bust. Sono aperto a tutte le possibilità. È così che bisogna vivere, con la mente aperta.

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.