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Chris Frantz: «Siamo tutti vivi, perché non rimettiamo assieme i Talking Heads?»

La storia della band vista attraverso gli occhi del batterista, che sta per pubblicare una biografia: l'autismo di David Byrne, i contrasti, la lunga storia d'amore con Tina Weymouth, il successo dei Tom Tom Club, la reunion

Chris Frantz

Foto: Jim Dyson/Getty Images

Prima di cominciare a scrivere il suo libro di memorie, che s’intitola Remain in Love e che uscirà in lingua inglese il 21 luglio, Chris Frantz s’è posto un problema di capitale importanza: che tono usare? «L’ultima cosa che volevo» spiega a Rolling Stone «era sembrare un batterista rancoroso che se la prende col cantante. Non sono uno che fa così».

Qualche buona ragione per prendersela col cantante ce l’avrebbe. Frantz è stato il batterista dei Talking Heads, oltre che membro dei Tom Tom Club, ed è stato David Byrne a decidere nel 1984 che la band avrebbe smesso di fare concerti al picco del successo commerciale, per poi scogliere il gruppo sette anni dopo. Byrne si è sempre rifiutato di fare una reunion, con la sola eccezione delle tre canzoni eseguite nel 2002, quando la band è entrata nella Rock and Roll Hall of Fame.

Frantz e Byrne non si parlano da 17 anni. Il batterista vive non lontano da New York, nel Connecticut, eppure il cantante non l’ha invitato a vedere una delle repliche del musical American Utopia andato in scena a Broadway nel 2019. È pieno di canzoni dei Talking Heads che Frantz ha contribuito a creare, eppure il batterista ne ha visto solo qualche spezzone su YouTube.

Dal libro traspare questo tipo di amarezza, ma il focus è sulla celebrazione del gruppo e della partnership che dura da 40 anni con la moglie Tina Weymouth. Remain in Love racconta la loro storia d’amore nata alla Rhode Island School of Design e spiega com’è sopravvissuta ed è anzi fiorita durante gli anni dei Talking Heads e dei Tom Tom Club. Si racconta, anche, come sono nati capolavori come Genius of Love, il pezzo dei 1982 dei Tom Tom Club.

Come t’è venuta l’idea di scrivere il libro?
Ci pensavo da tanto, ma davvero tanto tempo. Solo sei o otto anni fa ho cominciato a parlarne con Tina e altri amici. Da allora hanno continuato a punzecchiarmi: ehi, Chris, quand’è che cominci a scrivere?

Attraverso al mio manager ho trovato un agente letterario che mi ha spiegato che avrei dovuto scrivere una traccia di massima e tre capitoli. «Guarda che siamo molto esigenti, lo editeremo», mi ha detto. Mi stava bene. Una settimana dopo avevo il contratto firmato. Succedeva due anni fa. A scriverlo ci ho messo un anno e mezzo, sei mesi per rifinire le bozze.

Non hai mai pensato di coinvolgere un collaboratore?
Ho pensato effettivamente a un ghostwriter. In fondo, molte belle biografie ne hanno uno, vero? Ma ho fatto il college, so scrivere. E poi, per qualche motivo, sentivo di doverlo fare io, in prima persona.

I dettagli, specie quelli dei primi giorni dei Talking Heads, sono impressionanti. Come fai a ricordarli? Tenevi un diario?
Mentre stavo coi Talking Heads e i Tom Tom Club continuavo a ripetermi: dovrei prendere appunti, scattare foto. Ma alla fine non ho comprato una macchina fotografica e ho preso giusto un paio di quaderni, che peraltro non ho mai usato. Troppe distrazioni, immagino. Le cose andavano avanti in modo troppo spedito. Perciò, ho dovuto contare solo sulla memoria.

Fortunatamente, Tina comprava dei calendari, sai, tipo quelli che prendi al Metropolitan Museum of Art. Quello del 1977 aveva Tutankhamon in copertina. All’epoca ci faceva da road manager e appuntava i nomi dei locali in cui suonavamo, quanta gente c’era, i bis che ci chiedevano, se secondo lei era stato un bel concerto oppure no. Se lo era stato scriveva: ottimo show. Se non lo era stato: non torniamoci più.

Consultarli è stato utile. Online trovi delle date relative ai Talking Heads, ma spesso non sono corrette. Succede perché all’inizio di un tour ti danno un itinerario che però non è mai definitivo: qualche data viene cancellata perché piove, oppure perché non vogliono ospitare un gruppo punk, e altre vengono aggiunte. Tina ha tenuto traccia delle date vere nei suoi appunti.

Molti vostri bootleg risalgono a quel periodo. Li ha ascoltati per documentarti?
Ce ne sono sì. C’è un tipo in Olanda che si chiama Hans DeVente. Lavorava per la Sony e ci registrava quando suonavano vicino a Amsterdam, ma veniva anche a Londra o a New York. Grazie alla Sony aveva i migliori registratori portatili in circolazione e quindi ha incisioni di alta qualità. Non le ha mai diffuse. Io le ho su un hard disk. Sono grandiose. Un concerto che amo è quello dei Talking Heads a Roma nel 1980. C’è su YouTube. Fantastico.

È un peccato che non ci siano altri concerti filmati come quello. Sono pezzi di storia.
Penso che la Warner abbia qualcosa negli archivi. C’era chi filmava i concerti. Non so che fine abbia fatto quel materiale.

Ho visto un video nel 1975 al CBGB, quando il gruppo era un trio. Incredibile.
È del nostro amico Pat Ivers, e di una sua amica. Erano studenti della NYU.

Il libro è pieno di belle storie. Ai tempi della Rhode Island School of Design David riuscì a entrare a un’esposizione d’arte prima dell’apertura e fece riposizionare i quadri. Tu l’hai appreso solo di recente. Come lo hai scoperto?
Il tizio che mi presentò a David, Mark Kehoe, aveva un duo con lui. Mark suonava la fisarmonica, David il violino, l’ukulele e la chitarra. Facevano pezzi tipo Pennies from Heaven. Erano strani e divertenti.

Ho chiamato Mark per fare del fact checking. È stato lui a portare David nella rimessa di Tina, dove tenevo la batteria. Voleva che io e David suonassimo per un film studentesco che aveva fatto sulla sua ragazza investita da un’auto. Disse: voglio che facciate rumori dissonanti e cacofonici, con crescendo e diminuendo. E io: ok, ce la possiamo fare. Mi disse che avrebbe portato come sé un tizio che suonava la chitarra. Era David Byrne, che più o meno già conoscevo, eravamo entrambi studenti del primo anno alla School of Design. Non seguivamo le stesse lezioni, quindi non è che lo conoscessi bene. All’epoca aveva una lunga barba e indossava vestiti che neanche mio nonno. Lo chiamavano Dave il Matto e non capivo perché. Poi l’ho visto e… ok (ride). Comunque, ho chiesto a Mark se ricordava dei dettagli, ma niente, il vuoto. Neanche ricordava dell’esistenza del film. Io non lo so che ha la mia generazione. Magari eravamo troppo fatti, ma io lo ricordo chiaramente.

Cinque o sei anni fa Mark ed io ci siano incontrati al funerale di un amico comune, il mio compagno di stanza al RISD che viveva in Vermont. È morto giovane. Eravamo in auto, io e Mark, e lui mi ha chiesto: ti ho mai raccontato della storia della Woods-Gerry Gallery? Io ricordavo che quel concerto era stato cancellato, Mark mi ha raccontato la storia di Dave.

Tina ha detto che David era “incapace di ricambiare l’amicizia”. C’è stato un momento in cui invece siete stati particolarmente amici?
All’inizio, direi. Ai tempi della School of Design, quando avevano una band chiamata Artistics. E poi quando ci siamo trasferiti a New York e abbiamo vissuto assieme fino al 1976. Più o meno allora, dopo un paio d’anni assieme, abbiamo preso ognuno un appartamento.

Eravamo davvero uniti. Uscivamo assieme. Avevamo tanti amici in comune, molti dei quali venivano dalla RISD come noi. Quando abbiamo avuto successo è diventato più distaccato. Più successo avevamo e meno ci frequentava.

Era autistico, dice lui. All’epoca lo sapevi?
All’epoca neanche sapevo che cosa fosse l’autismo. Conoscevo le forme estreme, che sfiorano il ritardo mentale, la gente che sta in un angolo a ondeggiare avanti e indietro sulla sedia. Non sapevo che cosa fossero lo spettro autistico e l’autismo ad alto funzionamento, però vedevo che David aveva un modo tutto suo di comportarsi. E questa cosa, tra l’altro, gli forniva una punto di vista sulle cose differente. Prendi Don’t Worry About the Government: chi mai la scriverebbe una canzone così? Era unica. Mi spingeva a pensare che qualunque cosa avesse David, funzionava.

Avete scritto Psycho Killer come una vera band, ed è una canzone perfetta. Immagino la frustrazione che avete provato quando lui ha cercato di accentrare il processo creativo.
Abbiamo sempre scritto assieme, ma a un certo punto David ha chiesto di essere l’unico a occuparsi dei testi. Mi andava bene, aveva una prospettiva singolare.

Il nostro ruolo era portare le canzoni a un altro livello. L’ultimo album, Naked, è frutto di vera collaborazione fra noi quattro. Ai tempi di True Stories o Little Creatures invece David arrivava coi suoi demo registrati con una chitarra acustica e un boombox. Ci faceva sentire le canzoni e noi pensavamo: ok, si va in un’altra direzione, ma ce la possiamo fare. Ma anche allora, quando David scriveva le parole e portava la linea melodica, c’era spazio per costruire canzoni e arrangiamenti.

Non che questa cosa vi sia stata riconosciuta sempre.
No. Come dire? Sapevamo che lavorando con Dave le cose sarebbero andate in quel mondo, ma che perlomeno avremmo fatto dei bei dischi e saremmo andati avanti come band. Era molto importante tenere in piedi il gruppo, per me.

Se non ci fosse stata Tina, sarebbe stato più difficile sopportare le frustrazioni?
Probabilmente sì. Lei era un membro importante del gruppo. La gente mi chiedeva: ma come fai a lavorare con tua moglie? Non vi scannate? Non è mai accaduto. Non che andassimo sempre d’amore e d’accordo, ma siamo due persone sagge e sappiamo come va il mondo. Ci sono stati momenti no, ma rifarei tutto. I Talking Heads erano unici. Sapevo che un mio disco solista non sarebbe mai stato all’altezza di quelli del gruppo, e quindi volevo andare avanti.

Molti si sorprendono quando scoprono che il gruppo ha smesso di fare tournée nel 1984. Avete continuato a fare dischi e hit, ma niente concerti. Anche questo dev’essere stato frustrante.
Lo era. Sapevamo che era in tour che si guadagnava. Ce l’aveva detto Lou Red agli inizi: “Dovete fare concerti. I fan vogliono vedervi in carne ed ossa” (ride). Ed è così. Vogliono vederti in carne ed ossa. Eravamo un gran gruppo, facevamo concerti fantastici.

Nel libro scrivi che David ha reagito male alla notizia che il primo dei Tom Tom Club era diventato disco d’oro. Non gli andava giù il fatto che aveste successo senza di lui?
Questa cosa lo faceva incazzare, sì. Ai tempi stava lavorando al suo primo vero disco solista The Catherine Wheel e i Tom Tom Club vendevano 100 volte di più e avevano 100 volte i suoi passaggi radio. Non c’era confronto. Non voglio dire che The Catherine Wheel fosse un brutto disco, ma non è arrivato alla gente quanto i Tom Tom Club. Ma era lui che l’aveva voluto sì, facendo un progetto artistico per pochi con Twyla Tharp.

David ha sempre gravitato attorno al mondo dell’arte, immagino tu lo sappia. L’ho sentito un paio di volte definire il successo dei Tom Tom Club come “semplicemente popolare”. Aveva quella testa lì (ride).

Genius of Love è stata campionata un sacco di volte. Guadagni ancora dalle royalties?
Diciamo che quel pezzo ha fruttato bene. Ci abbiamo mandato i ragazzi al college.

Nel libro non scrivi del progetto anni ’90 degli Heads, che erano sostanzialmente i Talking Heads senza David. Come mai?
Sono rimasto scottato dalle reazioni che ha suscitato, non tanto da parte della stampa, anche se le recensioni erano terribili, tipo “Come osano fare un disco senza David Byrne” (ride). Quella di Rolling Stone in particolare. Dopo che è uscita ho cancellato l’abbonamento.

Scusa.
Non eravate gli unici. Diciamo che non è andata come avrei voluto. Sono riconoscente ai cantanti che ci hanno aiutati e che hanno fatto un gran lavoro: Debbie Harry, Andy Partridge, Michael Hutchence, che riposi in pace, e Richard Hell. Era un cast interessante, e hanno contribuito anche ai testi. Nel libro non ne parlo perché in fin dei conti è stata un’esperienza deludente.

È dal 2013 che i Tom Tom Club non fanno concerti. Ne rifarete?
Possibile. Ci stavamo pensando quando è arrivato il Covid. vedremo che cosa accadrà quando tutto questo finirà. Sto pensando di scrivere un altro libro, su un argomento completamente diverso. In fondo, scrivere un libro soddisfa lo stesso bisogno che porta a fare musica. Ma potrei invece fare qualcosa con i Tom Tom Club, chi lo sa.

Jerry Harrison aveva immaginato un tour per celebrare i 40 anni di Remain in Light. Ti piaceva l’idea? 

Sono felice che Jerry e Adrian (Belew) vadano in giro a mettere in mostra il loro gran talento (ride). E da quanto ho capito la band, i Turkuaz, è molto brava. Hanno suonato in un locale da queste parti, la gente era entusiasta. Sarà sicuramente un concerto divertente, ma non m’interessa fare la cover band di me stesso (ride).

Hai visto lo show di David a Broadway?
Avrei voluto vederlo, ma non volevo presentarmi all’improvviso, senza essere stato invitato. Sarebbe stato strano. Non è arrivato alcun invito, quindi non ho visto lo spettacolo, se non dei pezzi su YouTube.

Ci sono nove canzoni dei Talking Heads e sono tra i momenti più belli dello spettacolo. Si alzano tutti in piedi e vanno fuori di testa. Credi che lo show avrebbe avuto meno successo senza quelle canzoni? 

Credo che senza canzoni dei Talking Heads sarebbe stato improbabile vedere un suo spettacolo a Broadway.

Dev’essere frustrante sapere che suona ancora così tanta musica che avete scritto tutti insieme. 

Sì. Quando gli chiedono della reunion dice sempre che non vuole guardare al passato. «Sarebbe un passo indietro per me». Beh, ok (ride).

Quand’è l’ultima volta che ci hai parlato? 

Ogni tanto ci sentiamo via e-mail. L’ultima volta che l’ho incontrato di persona è stata in un ristorante del Lower East Side, nel 2003. Ne è passato di tempo.

Credo che i fan debbano mettersi l’anima in pace circa la reunion. Non succederà.
Sarebbe bello se succedesse, perché a differenza di molte band di quell’epoca noi siamo ancora tutti vivi. L’ultima volta che ho chiacchierato con David si parlava proprio di reunion. Prima ha detto: «Fammici pensare, ti faccio sapere». Gli ho risposto che andava bene. Era venerdì sera. Il lunedì successivo mi ha scritto una e-mail che diceva: «Te l’ho detto altre volte e lo dirò per l’ultima volta. Non mi riunirò mai con i Talking Heads. Per favore non chiedermelo più». Era il 2003. Ricordo che nevicava, quindi era inverno.

Poi va sul palco ogni sera e canta Burning Down the House
.
Sì. È convinto che quella canzone sia sua.

Ma non lo è, l’avete scritta in quattro.
Lo so. Magari un giorno riceveremo un assegno grazie allo spettacolo di Broadway.

Non ti consiglio di passare troppo tempo davanti alla casella delle lettere.
Non ci spero troppo (ride).

I promoter hanno mai offerto grosse somme di denaro per convincerlo? 

Qualche anno fa è successo, sì. Hanno fatto offerte folli per dei concerti. Si parlava anche di un DVD. Eravamo una specie di tesoro perduto. Qualunque persona sana di mente avrebbe detto sì.

Il lato positivo è che la vostra storia resterà immacolata.
Sì. Lasciami solo dire che ho una vita fuori dai Talking Heads, con Tina, la nostra famiglia e i nostri cani. Sono fortunato e non mi lamento.

Cambiando discorso, qual è il segreto per un matrimonio così lungo? Voi due smentite tutti i precedenti nella storia del rock… 

Sì, è assurdo. Credo che il nostro matrimonio continui perché c’è ancora del romanticismo. Suona scontato, ma non dimenticate le rose rosse. Assicuratevi che ce ne siano una dozzina ogni San Valentino. Prendete anche il cioccolato, ma che sia del fondente molto, molto buono. E una volta ogni tanto portate vostra moglie in vacanza, magari in un posto dove è sempre voluta andare. Non parlo di andare a pesca (ride). Se sognava di andare a Venezia, portatela a Venezia. Un’altra cosa importante è avere senso dell’umorismo, farla ridere.

Mi parlavi del tuo prossimo libro, hai già un’idea? Sarà una storia vera? 

Credo che non sarà fiction, ma una cosa completamente diversa. Forse un libro di viaggi. Ne ho fatti di interessanti.

Incoraggerai Tina a scrivere la sua biografia, così potremo sentire la sua versione della storia?
Ne ha parlato con un agente. Lui le ha consigliato di farlo, e succederà.

Riesci a immaginare un film sui Talking Heads?
Non sarebbe fantastico? Certo, Brad Pitt è troppo vecchio per interpretare il giovane Chris Frantz (ride).

E un documentario? 

Anche quello sarebbe bello. Vedremo.

Ho finito con le domande. Scusa ancora per la brutta recensione di Rolling Stone. Erano altri tempi.
(Ride) Ne è passata di acqua sotto i ponti… Anzi, di cognac nelle jacuzzi.