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Chris Cornell: The RS Interview

Il leader dei Soundgarden sul ritorno dei negozi di "Superunknown" (la prossima settimana), come evitare le facili nostalgie e l'inizio del nuovo disco

“Non sono uno che rimpiange il passato, mai”, dichiara Chris Cornell. “Fino a quando non abbiamo curato questa ristampa: allora ho capito quanto mi facesse bene tornare a ciò che è stato”. Vent’anni fa, Cornell e i suoi Soundgarden pubblicarono Superunknown, il loro quarto album pubblicato quando il grunge stava raggiungendo la sua saturazione. Il 2 giugno ne celebreranno l’importante anniversario con una edizione definita “super deluxe”, ricchissima di contenuti bonus, tra i quali decine di demo e tracce B che accompagnano canzoni entrate nella storia come Black Hole Sun, Spoonman e Fell on Black Days. L’album in questione verrà suonato per intero a New York proprio lunedì, dopo di che la band si imbarcherà in un tour insieme ai Nine Inch Nails – il 2 luglio invece l’unica data italiana al Castello Scaligero di Villafranca di Verona. Abbiamo incontrato Cornell per parlare di nostalgia con uno che non la gradisce, oltre ad ascoltarlo esprimersi sulla scena di Seattle e anticipare di aver iniziato a lavorare a un nuovo CD.

Al South by Southwest di Austin avete suonato per la prima volta il disco per intero e in ordine. Che cosa hai portato con te da quell’esperienza?
?Mi ha riportato a quel periodo in cui il disco stava nascendo. Quando abbiamo fatto Superunknown eravamo una band che aveva già girato parecchio – siamo nati nel’84 – e avevamo quindi già una storia lunga, con un repertorio molto importante e tanti stili musicali diversi. Quindi anche se lavorammo su un disco massiccio in termini di durata eccetera, dal vivo non ne suonavamo mai più della metà. Invece al festival quest’anno è stato interessante concentrarci solo su quelle canzoni. Prima non ero completamente cosciente di questo, ma risuonandole mi è sembrato che il passo in avanti fatto nell’intervallo da Badmotorfinger del 1991 a Superunknown sia stato ancora più ampio.

C’è stata una canzone in particolare che te l’ha fatto pensare?
Limo Wreck è uno di quei pezzi che se fosse di qualcun altro direi “Ma perché non l’ho scritta io?”. È una canzone complessa. Dentro ha tanti elementi musicali che non dovrebbero funzionare così bene insieme e invece lo fanno. Quel genere di cose mi affascina molto. E quando abbiamo risuonato l’album per intero, ti assicuro che c’erano brani che avevo dimenticato essere su Superunknown. Mi ero dimenticato che Fresh Tendrils e Let Me Drown vengono da lì. Molto interessante.

Non avete pensato di suonare Superunknown per intero durante tutto il tour estivo?
?Ci stiamo ancora pensando. Succederà almeno in un paio di altre date. Potremmo decidere di suonarlo ancora durante una qualunque delle date coi Nine Inch Nails. Oppure per tutte le date. Non si sa mai! (Ride)

Riascoltando i demo per l’inclusione nella ristampa, c’è qualcosa che ti ha sorpreso particolarmente??
Provando Black Hole Sun avevo fatto una cosa molto figa che però ho dimenticato di rifare sull’album. Stavo usando un altoparlante tipo Leslie, rotante, per la chitarra, e sul demo ne rallentavo il funzionamento ogni volta che arrivavamo al ritornello. L’effetto finale era di stare ascoltando qualcosa di ubriaco, o forse un suono come sotto un dito di sciroppo per la tosse, capisci? Pensavo che ne aumentasse l’atmosfera psichedelica. Ma se l’avessi fatto sulla versione definitiva forse sarebbe cambiata la percezione della canzone in quanto “adatta a essere suonata dalle radio”.

La stessa Black Hole Sun che poi vi fece vincere un Grammy. Ma voi avevate capito che sarebbe stata un tale successo?
No, era un successo per me averla completata e composta, ma non ero affatto sicuro che fosse giusta per i Soundgarden. Non penso che nessuno nella band abbia mai pensato che avrebbe potuto diventare un singolo. A maggior ragione dopo che rileggi il testo: molto surreale, esoterico, come dipingere con le parole.

Quando eravate sul set di Singles Jeff Ament dei Pearl Jam scrisse cinque titoli di canzoni su una cassetta e tu scrivesti dei pezzi basati su quei titoli. Uno di quei brani diventò Spoonman. Cosa pensa Jeff di quella canzone?
Cameron Crowe, il regista del film, mi ha raccontato per filo e per segno le sue reazioni a quelle canzoni, e quello che mi ha detto è stato molto lusinghiero, molto bello. Non avrei mai scritto quella canzone o le altre quattro se non avessi pensato che i titoli erano intriganti. Da quell’episodio in poi molte altre volte ho pensato “Beh, sai che ti dico? Adesso mi metto a tavolino, scrivo dieci titoli e poi dieci pezzi a partire da quei titoli ed ecco fatto un album”. Non è mai così semplice. Invece in quei titoli di Jeff c’era qualcosa, e sentii che capiva quello che sentivo. Ma sai, è una persona riservata. Non abbiamo mai avuto una conversazione diretta su questo fatto. Ho fatto in modo che venisse ringraziato nell’album quando lo pubblicammo, in maniera che si capisse che i titoli erano opera sua e che lo ringraziavo, solo lui, per quello che aveva fatto.

Quand’è stata l’ultima volta che hai visto Artis, lo Spoonman che dà il nome al brano?
Probabilmente dobbiamo tornare indietro al primo tour con gli Audioslave. Avevamo suonato in un’arena a Everett, nello stato di Washington, e lui c’era, così lo invitai sul palco. Ma non ricordo se suonò i suoi cucchiaini oppure no. Non sono mai stato con lui in una situazione dove non fosse al centro dell’attenzione. L’ho visto suonare davanti a sette come davanti a diecimila persone. L’ho visto in un letto di ospedale, perché aveva avuto un infarto, e l’ho ascoltato raccontare storie incredibili. È una persona fantastica da frequentare. E mi ha cambiato la vita. L’unica altra cosa che faccio oltre ai Soundgarden è esibirmi con una chitarra acustica io da solo, e lui mi ha ispirato in questo senso. Ho questo ricordo di me in una stanza con una decina di persone al massimo, e arriva lui con questo sacchetto pieno di cucchiai, e la gente che rimane a bocca aperta. Mi ricordo che pensai “Lui entra semplicemente in una stanza, e questa è la reazione che ottiene”.

E ricordo che mi sentii imbarazzato, che mi vergognai, perché mi piaceva pensare a me come a un musicista, un cantante, un autore – uno che ha venduto milioni di dischi, girato il mondo – ma non ero in grado di prender su uno strumento e intrattenere tutti i presenti tanto da farli rimanere a bocca aperta. È un concetto che è sempre rimasto con me, e da un certo punto in avanti ho cercato di ottenere quello stesso effetto.

Gliel’hai mai detto??
No. Saranno un paio di anni da quando ho iniziato a impegnarmi così, e non l’ho più visto.

Fra Badmotorfinger e Superunknown, due anni prima che lo facessero i Metallica, famosamente ti tagliasti i capelli. Ti diedero il tormento come poi successe a loro per questo motivo?
All’epoca non uscivo mai di casa, che mi ricordi. Ma un trafiletto su Time Magazine, all’epoca, citò questa cosa. Se fossimo state delle popstar l’avrei capito, ma non lo eravamo. Comunque sì, ho spianato la strada al taglio di capelli dei Metallica (ride). Ma poi loro hanno aumentato la difficoltà della cosa mettendosi anche a fumare sigari!

Il tour con i Nine Inch Nails è la seconda esperienza con loro dal vivo. L’ultima volta nel 1994 Trent Reznor parlò della cosa come di un “duello professionale all’ultimo sangue”. Hai mai provato rivalità nei suoi confronti?
No. Quello che i Nine Inch Nails facevano era molto diverso da quello che facevamo noi. Forse c’era competizione in classifica, ma nemmeno poi tanta.

Come ti senti a essere re-inserito nella carovana del grunge vent’anni dopo??
Di sicuro siamo stati pionieri del genere. Se immaginiamo di non averne fatto parte, se fossimo arrivati da un’altra zona… quando si racconta quella storia non saremmo stati considerati. Per fare un paragone, potremmo essere come i Jane’s Addiction o gli Smashing Pumpkins, che non vengono necessariamente nominati quando un nuovo appassionato di rock si mette a fare ricerche su quel periodo così importante. Basta solo questo a farmi sopportare tutto quello che ci è successo in questi anni, tutte le domande su Seattle e così via.

Cosa succede ai Soundgarden dopo il tour?
?Negli ultimi due o tre giorni, letteralmente, hanno cominciato a venirmi idee per delle nuove canzoni e un nuovo album. Impossibile però descrivere in che direzione andrà. Non è mai successo per nessuno dei nostri dischi. Superunknown per esempio l’ho capito solo quando eravamo già verso la fine. Solo allora ne ho capito la personalità. A quel punto la mia reazione fu “Ma è fantastico…”.

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