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Chris Cornell: «Per un attimo, mi è sembrato di cavalcare la morte di Kurt»

In un’intervista inedita fatta nel 2014 e tratta dal libro ‘Leggende del rock’, il cantante dei Soundgarden racconta il senso di colpa per il successo di ‘Superunknown’ arrivato nel 1994, subito dopo il suicidio di Cobain

L’8 marzo 1994, poco meno di un mese prima della scomparsa di Kurt Cobain, usciva quello viene anco­ra considerato il lavoro più maturo di una delle band più celebri non solo degli anni ’90, ma dell’inte­ra storia del rock: Superunknown. Le aspettative nei confronti dei Soundgarden ave­vano raggiunto livelli altissimi, amplificate dalla scomparsa di colui che per l’opinione pubblica ave­va rappresentato il portavoce di un’intera generazio­ne di ragazzi che non sapevano più in cosa credere. Chris Cornell aveva vissuto esperienze molto simili a quelle del leader dei Nirvana e il suo percorso, tanto artistico che di vita, sembrava giunto a un equilibrio: «Per quanto mi riguarda, l’aspetto umano e quello ar­tistico sono sempre andati più o meno di pari passo» mi raccontò nel corso di un’intervista.

«Con l’uomo cresceva anche l’artista, per così dire, e pro­babilmente la band in quel momento aveva raggiunto l’equilibrio perfetto tra la furia cieca della giovinezza e i momenti più riflessivi. Sicuramente non eravamo persone del tutto risolte, ma credo che l’album non ab­bia rappresentato tanto una svolta nella carriera del­la band, quanto un tentativo di vero passaggio all’età adulta. Personalmente, ero bene o male un ragazzo come tutti gli altri, direi non più un ragazzino, visto che quando Superunknown uscì ero ormai prossimo ai trent’anni, ma per certi versi ancora molto ancorato agli anni più tormentati della mia vita. Quella genera­zione visse la contraddizione di dover essere per troppi aspetti molto più grande di quello che era in realtà, con tutti i danni che ciò comporta».

«Credo davvero che Superunknown resti l’album più rap­presentativo della band, perché racconta perfettamente sia quello che avevamo fatto in precedenza sia quello che avremmo poi composto in futuro, compreso l’ultimo King Animal. Credo quindi che avrebbe avuto tutto quel successo a prescindere dalla scomparsa di Kurt. Però è chiaro che troppi sentimenti contrastanti si legarono a quel disco dopo quel fatto. Per un attimo, mi sembrò ad­dirittura che stessimo cavalcando nostro malgrado tutta quell’onda creata da un evento di risalto planetario».

Anche dal punto di vista dei testi le cose erano cambiate. Forse non un caso, ma il segno più evi­dente che il suo animo tormentato fosse comunque in continuo mutamento. «Penso sia stato il frutto di un insieme di dinamiche di­verse. Sicuramente, fino a quel momento, mi ero sempre visto più come un cantante, piuttosto che un autore di canzoni. Ero un fan di quello che oggi chiamano classic rock, con i Led Zeppelin a ricoprire il ruolo del gruppo per eccellenza, ma ero anche un fan dei Pink Floyd e dal punto di vista compositivo ero forse più influenzato da loro che da altre band. Prima di Superunknown ero con­vinto di riuscire a scrivere solo liriche che fossero parte integrante dell’atmosfera creata dalla musica e forse non mi sentivo abbastanza sicuro per scrivere delle storie, ma­gari mie storie. Iniziai quasi solo per dimostrare a me stes­so che quella non fosse la mia via di comporre canzoni, pensando che sarei tornato indietro subito se non avesse funzionato. Mi dicono che invece sia andata bene».

Eppure, la scomparsa di Cobain ebbe effetti molto più drammatici rispetto a quello che i Soundgarden cercarono di dare a vedere in pubblico: «La morte di Kurt rappresentò l’atto più estremo possi­bile contro quella contraddizione contro cui molti di noi si erano trovati a combattere fino a quel momento. Tutto quello in cui credevamo, le canzoni che inserivamo nei nostri album e tutte le problematiche che quella genera­zione condivideva, andavano a scontrarsi all’interno di ognuno di noi con le dinamiche legate al successo. So­stanzialmente ognuno di noi voleva essere conosciuto e apprezzato, ma contemporaneamente l’idea di diventare un fenomeno di massa ci umiliava, perché portava a una serie di fraintendimenti continui e faceva sì che un sacco di gente che nemmeno conosceva i nostri testi venisse a vederci dal vivo per moda. Kurt viveva malissimo la si­tuazione e reagì peggio di chiunque altro, ma in quei due o tre anni sarebbe potuto succedere a ognuno di noi».

A differenza dei Pearl Jam e dei suoi componen­ti, Cobain nutriva una stima infinita nei confronti di Cornell e della sua musica. Un sentimento che aveva radici profonde e che non poteva prescindere dal fat­to di aver vissuto paure ed esperienze molto simili, ma che avevano a che fare in gran parte anche con questioni squisitamente musicali. Gli idoli di Cornell erano sostanzialmente gli stessi di Kurt, in primis i Beatles e, in particolare, John Len­non. E Superunknown, più di altri, ne fu totalmente influenzato: «La ragione è molto semplice: in quel periodo stavo sco­prendo tutta la loro discografia, non riuscivo ad ascol­tare nient’altro e quindi la cosa finì per influenzare ine­vitabilmente le composizioni. Penso che nella vita di ognuno, a maggior ragione di chi fa musica, ci debba essere un momento in cui l’unica cosa che ascolti siano i Beatles. Ancora oggi che abbiamo visto tutto e ascolta­to qualsiasi cosa, alcuni aspetti della loro storia restano inconcepibili e irriproducibili. Credo che insieme a Jimi Hendrix siano stati la cosa che ha influenzato maggior­mente tutto ciò che è stato concepito in musica dalla fine degli anni ’60 a oggi».

I testi di Superunknown rispecchiavano alla perfe­zione tutte le paure che Cornell e compagni stavano vivendo in quel particolare momento della loro vita. Qualcuno scrisse che si trattava di un disco disperato, che più che alla vita guardava alla morte. Forse un giudizio troppo estremo, perché quei pezzi, in cui la leggerezza appariva di rado, rappresentavano il so­noro «vaffanculo» della band al resto del mondo.

Pochi anni dopo, il gruppo si sciolse. Prima di riu­nirsi ai compagni nel nuovo millennio, Cornell si era lanciato verso una carriera fatta di alti e bassi, sen­za facili nostalgie, ma sempre venata da un’evidente malinconia di fondo. Dopo aver fatto pace col passa­to, ormai ripulito da ogni dipendenza in gran forma, Chris sembrava destinato a un finale di carriera in cui raccogliere i frutti di una vita caratterizzata per lungo tempo da sofferenza interiore.
Purtroppo, i demoni che lo avevano inseguito per anni tornarono improvvisamente a bussare alla por­ta sua porta il 18 maggio 2017.

Tratto dal libro ‘Le leggende del rock. Qui per restare’ di Luca Garrò (Diarkos)

 

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