Chilly Gonzales: «Non voglio scegliere tra obbedire alle regole e infrangerle» | Rolling Stone Italia
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Chilly Gonzales: «Non voglio scegliere tra obbedire alle regole e infrangerle»

Amante della musica classica e del rap, ispirato da Andy Kaufman e 'South Park', il genio ribelle del pianoforte arriva il Italia il 6 dicembre per una data unica a Milano: «Un artista deve sempre esprimere il suo punto di vista»

Chilly Gonzales

Foto: press

Non è un personaggio facile da decodificare, Chilly Gonzales. Atteso il 6 dicembre al Teatro Lirico Giorgio Gaber di Milano (unica data italiana), il cinquantenne di Montréal è un provocatore che adora essere sopra le righe e che ha fatto della sua capacità comunicativa e della sua eccentricità i punti cardine di un percorso artistico poliedrico e imprevedibile. Pianista, compositore, songwriter, produttore, Jason Beck – questo il nome all’anagrafe – ha esordito con il gruppo alt-rock Son a fine anni 90, per poi incidere 4 dischi incentrati sul rap e infine portare la sua carriera in altre direzioni: oltre che con Jane Birkin, Charles Aznavour e James Blake, negli ultimi 20 anni Gonzo ha collaborato con i Daft Punk per l’album premiato ai Grammy Random Access Memories (2013) e con Boys Noyze per Octave Minds (2014), ma il suo nome compare anche nei crediti di alcune tracce di Drake, senza dimenticare il disco per Deutsche Grammophon del 2017 con Jarvis Cocker dei Pulp. In tutto ciò ha pubblicato una trilogia di album di piano solo in cui un approccio pop e giocoso alla composizione si unisce a echi di Satie, Bach, Chopin, Debussy e al suo vecchio amore per il jazz. Lo ha presentato in giro per il mondo con degli show in cui, rigorosamente in vestaglia e pantofole, suo look da palcoscenico, ha spinto al massimo l’interazione con il pubblico e l’idea che musica e intrattenimento siano un tutt’uno. «Non so se mi vestirò così per la data italiana, lascio la sorpresa», dice lui. «Di sicuro, però, sarà uno show diverso dagli ultimi che ho tenuto nel vostro Paese: avrò con me tre musicisti, Taylor Savvy (contrabbasso), Stella Le Page (violoncello) e Yannick Hiwat (violino), e proporremo anche alcuni nuovi brani che ho scritto durante la pandemia».

Come hai vissuto lo stop agli spettacoli dal vivo, tu che tieni così tanto alla tua identità di performer?
Essendo io una persona che ama il cambiamento e che si adatta al cambiamento – del resto, la capacità di adattarsi fa parte del nostro mestiere di essere umani –, non mi sono vissuto male lo stop forzato alle attività live. Visto che non c’era altra scelta, ho semplicemente approfittato di pandemia e lockdown per scrivere nuova musica, per costruirmi una nuova quotidianità senza viaggi, ho cercato di cogliere le opportunità che un evento del genere, così trasformativo, poteva offrirmi. Bisogna dire che per quel che mi riguarda non è che sia durato granché lo stop ai concerti, solo qualche mese: nell’estate 2020 ero già su un palco e nel frattempo avevo fatto qualche live streaming. Insomma, niente di traumatico. In compenso ho composto davvero tanta, tanta musica. Ciò che credo sia importante ricordare di questa esperienza è che le persone troveranno sempre un modo per intrattenersi, anche senza andare ai concerti, concerti che oltretutto adesso costano sempre di più e che non tutti possono permetterseli. In un contesto simile io non penso ci sia nulla di male se qualcuno preferisce restarsene a casa a leggersi un libro, a guardarsi Netflix o persino un concerto online su qualche piattaforma: non dovremmo pensare che ciò che facciamo come artisti e performer sia fondamentale, lo è solo per le persone a cui manca.

Artisti come Lorde, Animal Collective, Little Simz e Garbage sostengono che causa crisi energetica e inflazione i tour stanno raggiungendo costi proibitivi. Tu credi che in generale la musica potrebbe sopravvivere anche senza concerti?
Di mio sono convinto che se arrivasse un’altra pandemia o un evento simile la musica comunque sopravvivrebbe, così com’è sopravvissuta nel 2020 e nel 2021. Viviamo in una società tecnologicamente molto avanzata, dove la musica può diffondersi in tanti modi, anche senza eventi dal vivo. Ovvio che sarei triste se non si facessero più concerti, sono un performer d’altri tempi, ma rispetto chi non sente più l’esigenza di uscire per andare sotto a un palco, non sono quel tipo di persona che crede che ciò a cui tiene debba contare per chiunque. Non penso sarebbe una tragedia se smettessimo di suonare dal vivo o se i concerti passassero di moda perché sempre meno sostenibili sia per il pubblico, sia per chi li produce. È la direzione del capitalismo: gli sviluppi tecnologici renderanno inutili sempre più lavori e può essere che quello del performer sia tra questi, non possiamo fingere che la musica non sia un business e che non sia strettamente legata alle regole e alle dinamiche capitalistiche. L’unico modo di intervenire su questo sarebbe modificare il sistema di base, allora si passerebbe a nuove forme di musica, forse si tornerebbe a vivere la musica come 200 o 500 anni fa, si creerebbero scene folk locali, ma… Non ho ansie da questo punto di vista, per le vie che la musica può imboccare, intendo; mi preoccupa di più che il capitalismo venga sostituito da qualcosa di meno bello.

Ami spaziare tra i generi, nelle tue Pop Music Masterclass ti abbiamo visto decostruire al piano successi di Britney Spears, Taylor Swift e altre star, e nella primavera di quest’anno hai pubblicato una rilettura di Consumed in Key di Plastikman alias Ritchie Hawtin, rilettura nata da tue improvvisazioni al piano sulle trame techno dello stesso Hawtin, con la produzione di Tiga. Ma qual è stato il la, come sei diventato pianista?
Da bambino mi sono avvicinato allo studio del pianoforte e della musica classica grazie a mio nonno, che era originario dell’Ungheria ed era cresciuto in una cultura in cui la classica era importante. È stato utile e affascinante, ma una volta ragazzino mi sono incollato a Mtv e più mi guardavo i video che passavano più mi rendevo conto che mi esaltavano molto di più: sognavo letteralmente di saltare dentro allo schermo e di entrare a far parte di quel mondo, Lionel Richie che ballava sul soffitto mi faceva impazzire!. Anche perché mio nonno mi ha, sì, permesso di avere una formazione classica, ma era il prodotto di un eurocentrismo vecchia scuola, credeva in una sorta di superiorità della cultura europea, pensiero non lontano da quello che oggi chiamiamo razzismo o suprematismo. Era uno che arrivava a chiedermi come mai fossi interessato al pop asserendo che «tanto non ci sarà mai un Mozart nero».

E tu?
Una volta, mentre la tv trasmetteva un video di Prince, gli risposi «mi sa che sto guardando un Mozart nero in questo esatto momento». Il punto è che tutto ciò che sono diventato e che faccio ancora oggi mostra questo conflitto tra quello che lui tentava di inculcarmi, e a cui in fondo non ho mai creduto, e l’universo fantasioso che trovavo nei video su Mtv e nei dischi che ascoltavo.

Se consideriamo il Chilly Gonzales odierno, quello successivo alla fase alt-rock, ma anche ai dischi costruiti attorno al rap usciti per la tedesca Kitty-yo, si può dire che sia nato da un atto di ribellione nel 2003, quando hai indetto una conferenza stampa per presentarti alla città come President of the Berlin Underground?
La ribellione è sempre stata parte di me, a partire da tutte le volte che sono finito nei guai con i miei insegnanti di musica perché volevo fare le cose a modo mio. Non è che fossi imprigionato nel mondo della musica classica e che a un tratto sia esploso, ho sempre avuto due personalità: sono sempre stato per metà un conservatore appassionato di classica e jazz, delle regole della teoria compositiva e dello studio della tradizione, e per l’altra metà uno che vuole fare musica con gli amici con uno spirito punk rock, provocando e sorprendendo con un atteggiamento quasi puerile di affronto, di chi dice «fanculo le regole, chi se ne fotte!». Quindi a Berlino sì, stavo inscenando una ribellione, ma questo non significa che in quel periodo non fossi impegnato a lavorare sulle mie composizioni molto seriamente. Il punto è che non voglio scegliere tra obbedire alle regole e infrangerle, è possibile fare entrambe le cose. Così come penso non si debba scegliere tra ambizione e desiderio di successo e l’essere un artista autentico. Forse è per questo che amo il rap, perché nel rap non devi scegliere, puoi contemporaneamente fare intrattenimento e arte, essere serio e ridicolo, sagace e ignorante.

Però che cosa ti ha lasciato l’esperienza berlinese?
Berlino è una città molto anticonformista e questo ha sicuramente aiutato il mio lato più punk rock. Ma ho sempre creduto che l’essere troppo “anti” o “contro” ti tolga la possibilità di allargare il tuo pubblico, di ampliare il terreno su cui puoi camminare, che ti faccia perdere delle chance. Per questo poi me ne sono andato (oggi Gonzales ha base a Colonia, nda), mi sembrava si interpretasse con un’accezione troppo romantica l’appartenenza a un mondo alternativo, l’essere degli underdog, un atteggiamento che per me è una trappola. Io e gli artisti che stimo e con cui ho collaborato, da Feist a Jarvis Cocker ai Daft Punk, formiamo una grande famiglia in cui il comune denominatore è proprio questo: la convinzione che non ci sia contraddizione tra anticonformismo dell’arte e conformismo del successo. Io voglio avere successo e voglio contemporaneamente spingere la mia musica su nuovi territori da esplorare.

Dal vivo dialoghi con gli spettatori, li inciti, li sfidi, li fai divertire mostrando un certo istinto comico. In che modo Andy Kaufman, che hai indicato come fonte d’ispirazione, ti ha influenzato?
Kaufman era un performer particolarmente caldo, in grado di trasmettere positività, un’energia fanciullesca incredibile unita a un’estetica da arte avanguardista che ho sempre amato; hai presente quando guardi una performance e non capisci cosa sia vero e cosa no? Tutto questo mi ha influenzato a tutti i livelli, così come South Park, la sitcom animata, anch’essa caratterizzata da quel doppio livello di comprensione, costantemente in bilico tra un umorismo giovane e bambinesco e l’ambizione di lanciare dei messaggi, di fare satira sociale seria. Kaufman, South Park: quel tipo di comicità mi ha ispirato molto, nei miei concerti c’è sempre un elemento che si lega a quel mondo, a quel tipo di linguaggio.

A Milano suonerai il piano accompagnato da una band.
Sì, sono riuscito a mettere in piedi una nuova band di musicisti con cui mi trovo molto bene, proporremo anche del nuovo materiale. Perché il mio palco è un laboratorio, e allora farò questo test.

Come sono i nuovi brani?
È come se la pandemia avesse accelerato tutto, nel bene e nel male; nel mio caso quel che è successo è che nei miei nuovi pezzi mi è venuta voglia di piazzare molti vocali. Il pianoforte è al centro come sempre e a dialogare con lo strumento c’è la mia voce, che ho già utilizzato ma non così tanto nell’ultima decina di anni, e che ora è tornata con l’urgenza di dire delle cose. Ed è tornata in uno stile nuovo, che di fatto è il mio nuovo modo di esprimermi vocalmente.

Canti o rappi?
Non canto, ma nemmeno rappo; l’hip hop è una cultura, ma non la mia. Diciamo che mi sono legato a una lunga tradizione di artisti che hanno parlato sulla musica seguendone il ritmo. Mi definirei un “soft spoken singer-songwriter”, cosa che non avrei mai immaginato. Sentirete!

Che rapporto hai con la scena cosiddetta modern-classic o neoclassica rappresentata da pianisti come Nils Frahm, Ólafur Arnalds e Hania Rani?
Sono stato tra i primi, nel 2004, a decidere di proporre musica acustica con questo iconico strumento che è il pianoforte e una scrittura classica, sono felice che altri abbiano apprezzato l’idea e di avere così tanti figli oggi, figli che hanno seguito il percorso che ho costruito per loro (ride, nda). Quel che posso aggiungere è che quella di cui parliamo è una scena molto bella, l’unico problema è che adesso forse sono in troppi a fare musica strumentale e noto la tendenza a trattarla come se fosse roba da sottofondo, mentre sono convinto che anche in questo ambito servano grandi personalità: un artista dovrebbe sempre esprimere un proprio punto di vista – e lo si può fare in tanti modi diversi -, e questo vale anche per chi compone brani strumentali che la gente ascolta mentre fa altro, per rilassarsi, studiare, addormentarsi. I pianisti che hai citato, però, questa personalità ce l’hanno, senti effettivamente una persona dietro alla loro musica, il brutto è quando questo non accade.

E la tua passione per gli scacchi? Ho trovato esilarante Ivory Tower di Adam Traynor, film da te ideato, scritto (con Céline Sciamma), recitato, musicato e prodotto, che vede protagonisti due fratelli ebrei canadesi campioni di scacchi e in cui compaiono anche i tuoi amici Peaches, Tiga e Feist.
Quando abbiamo girato quel film ero convintissimo ci fosse una connessione tra musica e scacchi, giocavo anche molto. Salvo poi rendermi conto di essere un pessimo giocatore! Ciò che amo degli scacchi è la competizione intellettuale, atletica per il cervello. A me piace la competizione, sarà per questo che amo il rap, lì ce n’è tantissima. E la musica è anche questo: competere con altri – senza cadere nell’errore di invidiare chi non si apprezza, non serve –, ma anche competere con se stessi, spingersi oltre i propri limiti. È questo che nel 2009 mi ha spinto a sfidare il record per la più lunga performance strumentale.

Nel tuo libro del 2020, Enya: A Treatise on Unguilty Pleasures, affermi che le costrizioni rendono gli artisti liberi: pensi che con tutte le macchine e tecnologie che abbiamo per riprodurre qualsiasi suono, ci sia il rischio che la creatività diminuisca?
Non si tratta di computer o meno, di digitalizzazione o meno, è sempre e comunque sbagliato per un artista credere di poter fare qualunque cosa gli venga in mente. Meglio creare una sorta di prigione da cui eventualmente scappare in un secondo momento, ma se ti senti libero di muoverti in qualsiasi direzione, allora non avrai niente contro cui lottare, e la lotta, il conflitto, nella musica è essenziale: siamo artisti migliori quando non ci sentiamo del tutto a nostro agio, quando siamo fuori dalla comfort zone. E forse il punto di connessione tra artista e pubblico è proprio questo: si condivide un’opera per completare la quale si sono dovute superare delle difficoltà, dietro la quale c’è una sofferenza, in cui c’è una complessità che il pubblico può accogliere e fare sua. Io anche da fruitore cerco questo: un’opera, non importa si tratti di un libro o di una canzone, deve sfidarmi, oltre che intrattenermi in maniera diretta; riuscire in entrambe le cose è il massimo.

E cosa stai leggendo e ascoltando al momento?
L’ultimo romanzo di Michel Houellebecq, buon esempio di scrittore che si mette in gioco, il suo disagio si avverte chiaramente. Non so, poi, se hai sentito che è morto Takeoff a inizio novembre, in quell’occasione mi sono riascoltato i dischi dei Migos, il grande terzetto hip hop di Atlanta di cui lui faceva parte prima di perdere la vita così tragicamente e precocemente.

Ti ritieni ancora un genio musicale? Ti definivi così, pur se ironicamente.
No, no, non era ironia, la mia, era una fantasia. Non m’interessa l’ironia, l’ironia è cheap, non m’importa sostenere qualcosa che so essere una bugia. Bisogna comprendere che quando sei su un palco vivi un sogno, ed è in corso una battaglia con il tuo ego, quindi quando dico di essere un genio musicale in realtà sto dicendo che mi piacerebbe esserlo. Un po’ come quando Kanye West dice di essere un dio: è ciò che vorrebbe. In sostanza sul palcoscenico ricopri un ruolo, ma quella che doni al pubblico è comunque una verità, un ritratto onesto e genuino di quello che è il sogno della tua vita. In fondo è questa la ragione per cui amiamo artisti come David Bowie e Björk: perché ci hanno regalato il loro sogno.

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