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Chihiro Yamanaka, da Fukushima a N.Y. nel segno di Thelonious Monk


La pianista giapponese, di ritorno con un set che tiene insieme Bach e Brubeck, racconta perché è importante tenere in vita gli standard jazz, e come mai ha deciso di suonare con un trio di sole donne

Chihiro Yamanaka

Foto: Getty Images

«Mio padre è un flautista amatoriale, e si esercita ogni giorno con questa composizione di Bach. Al mio gatto non piace molto, e cerca sempre di non fargliela suonare. Quindi, in un certo senso, questo è l’arrangiamento del mio gatto», dice Chihiro Yamanaka della sua versione della badinerie di Bach, il settimo movimento della Suite orchestrale n.2 in si minore, che ha trasformato in una cascata di note frammentata, scomposta, quasi un balletto in equilibrio sul Fender Rhodes. Siamo al Blue Note di Milano e l’impressione, nonostante la performance sia ad altissimo tasso tecnico, è che la pianista giapponese non si prenda troppo sul serio. Una bella fortuna, perché leggendo il bugiardino fornito dallo staff del locale – che racconta nel dettaglio la formazione iperclassica della pianista, che ha studiato alla Royal Academy of Music di Londra e al Berklee College of Music di Boston – pensavo che avrei assistito al solito concerto jazz pieno di esibizioni rigorose di brani notissimi. Per Yamanaka, però, i classici sono solo dei contenitori, e il jazz lo strumento per riempirli con suggestioni sempre diverse: il soggiorno in Brasile nell’improvvisazione di Summertime e negli stacchi in controtempo di Take 5, la nostalgia del Giappone nascosta in un tributo a Petrucciani e così via.

Anche il modo di stare sul palco è tutto meno che rigoroso. Chihiro Yamanaka si agita, mastica le note, scuote la testa, salta in piedi per i passaggi più rumorosi e si ingobbisce per quelli più delicati. È una musicista muscolare, con una padronanza assoluta dello strumento e delle sue potenzialità sia ritmiche che melodiche. L’abbiamo incontrata poco prima dell’esibizione, e le abbiamo chiesto perché è così importante tenere in vita la musica della tradizione.

Come hai scoperto il jazz? 

Sono cresciuta in una famiglia molto musicale; mia madre mi ha insegnato la disciplina dell’esercizio, e ho iniziato ad ascoltare il jazz insieme a mia sorella, che fa la violinista.

Hai iniziato studiando pianoforte classico, poi hai scelto una strada diversa. Com’è successo? Ci sono degli artisti in particolare che ti hanno fatto cambiare idea?
Sicuramente sono stata influenzata dai grandi pianisti della storia del jazz, soprattutto chi suonava in trio: Thelonious Monk, Ahmad Jamal, Keith Jarrett. Tra tutti, Oscar Peterson e Michel Petrucciani hanno posto speciale nel mio cuore: al primo ho dedicato un album, Forever Begins, e il secondo è sempre presente nelle scalette dei miei concerti.

Gli standard sono un elemento fondamentale sia dei tuoi concerti che degli album in studio. Perché è così importante tramandare la musica della tradizione?
Credo sia fondamentale che le nuove generazioni scoprano la tradizione del jazz, e non solo per ragioni musicali. È un tipo di musica che rappresenta valori fondamentali come l’assertività, la creatività, il lavoro di squadra, la capacità di inventare. È un patrimonio per i più giovani (e anche per i più anziani!), soprattutto in quest’epoca.

Suoni quasi sempre in un trio. Che cosa ti attrae di più di quel tipo di formazione?

Credo che il piano trio sia, in un certo senso, l’espressione più naturale del pianoforte jazz. Sicuramente è quella che ci garantisce maggiore libertà d’espressione senza sacrificare la gioia del suonare con altri musicisti. Mi piace anche suonare da sola, ma è una dimensione completamente differente. In Giappone, di recente, ho lavorato con un’orchestra sinfonica ad alcuni brani di Gershwin: è stato molto divertente, e mi ha arricchita molto.

Fai parte della Diva Jazz Orchestra, che è composta solo da musiciste, e ora sei in tour con un trio “female only”. Credi che quello del jazz sia un ambiente difficile per le donne?
Non direi difficile, ma complicato. Come tutti i campi dove ci sono molti uomini, può essere difficile per una donna essere accettata come una voce creativa con la stessa importanza delle altre. Per fortuna, sembra che il mondo abbia preso una direzione diversa, e ora le musiciste non sono più una novità. Al Blue Note ho suonato con Ilaria Capalbo al contrabbasso, una musicista espansiva e tra le voci più interessanti della scena italiana, e Sophie Alloway, una batterista incredibilmente dinamica di Londra.

Hai registrato un album dedicato a Thelonious Monk. Che cosa hai scoperto studiando la sua musica così in profondità?
Credo che Monk sia una delle menti musicali più grandi dello scorso secolo. Le sue composizioni sono uniche su tanti livelli differenti: armonico, compositivo, melodico. L’album Monk Studies è stato il mio personale tributo al suo universo.

Hai scritto l’album Reminiscence per le vittime del disastro di Fukushima. Com’è stato suonare quei brani davanti al pubblico giapponese?
Suonare in Giappone è sempre un’esperienza particolare, sia per la location che per il pubblico. Ho suonato la musica di Reminiscence per il pubblico di casa, sì, ed è stata un’esperienza particolarmente intensa. Gli abitanti della zona non hanno ancora abbandonato la loro terra, e la difendono con grande forza e dignità.

Un’ultima domanda. Con Internet, molti artisti giapponesi – come Midori Takada e Haruomi Hosono – stanno vivendo una seconda vita, sia nelle playlist lo-fi che nei beat “nostalgici” di molti giovani produttori. Perché questa musica è così attraente per le nuove generazioni? 

Credo che i giovani siano attratti dalla musica che viene da epoche e zone diverse, e Internet permette loro di trovarla. Credo apprezzino anche il minimalismo e la musica “suonata”. Amo gli artisti che hai citato, e il fatto che i loro album stiano vivendo una seconda vita grazie alle nuove tecnologie è il segno della creatività e del potenziale che hanno le nuove generazioni.

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