Chiedimi chi erano i Sonic Youth: la storia dei Marlene Kuntz

Cristiano Godano, in occasione del doppio concerto del 31 maggio, racconta di una carriera lunga trent’anni e rivendica l’orgoglio di essere onesti: «Siamo la band meno maliziosa sulla faccia della Terra»

Cristiano Godano dei Marlene Kuntz. Foto Ernesto Notarantonio / IPA


Parafrasando il maestro, la passione per il rumore viene e va. Oggi un ragazzino difficilmente si emoziona per un amplificatore che urla, il romanticismo che si cela dietro a un musicista che violenta la propria chitarra con un cacciavite è un ricordo di noi adulti. Quelli che hanno seguito tutti i cambiamenti delle proprie band preferite, disco dopo disco, ostinatamente convinti che, anche dietro gli album “minori”, ci fosse qualcosa di genuinamente bello. «Le carriere degli artisti sono sempre molto affascinanti», dice Cristiano Godano. Al telefono per quasi un’ora snocciola le sue band noise preferite, racconta di Neil Young che l’ha avvicinato al rock, di Leonard Cohen e dell’onestà intellettuale di Nick Cave. Sottolinea il lavoro immenso che ci può essere dietro ad una canzone d’amore. Traccia una linea lunga trent’anni che mette insieme tanti aspetti diversi ma, soprattutto, rivendica l’orgoglio di essere stati onesti – «la band meno maliziosa sulla faccia della Terra», dice – sia quando si trattava di sparare le bombe più potenti dell’artiglieria, sia quando ci si giocava tutto su un’unica nota, quasi sussurrata. In occasione del loro doppio concerto a Milano, il prossimo 31 maggio ai Magazzini Generali, una lunga intervista ai Marlene Kuntz.

Partiamo dal concerto del 31 maggio a Milano interamente dedicato all’idea del doppio. Perché?
Volevamo fare qualcosa di irripetibile, un doppio concerto che si dividesse tra una prima parte acustica, riservata solo ad un certo numero persone, e poi quella in elettrico. Se la prima è quanto meno rara – è parecchio che non suoniamo in acustico tutti insieme – volevamo che anche il secondo momento fosse particolare, da qui l’idea del doppio, del doppelgänger. È un tema molto affascinante, è stato affrontato nel cinema e in letteratura ed è stato toccato, o anche solo sfiorato, da diverse nostre canzoni.

Vuoi darci qualche titolo?
Siamo ancora al lavoro sulla scaletta e non vorrei svelare troppe anticipazioni. Ti direi Lamento dello sbronzo, forse non è nemmeno l’esempio migliore ma in quel «due di me, non li riusciresti a reggere» si legge bene l’idea del doppio, ovvero quella dell’ubriaco che dice al suo interlocutore che esiste un’altra persona che dovrebbe poter conoscere – ovvero lui da sobrio – anche se sa già che non gli interesserà.

Altre volte è andata decisamente peggio: in 111, ad esempio, il protagonista passa da maritino amorevole a omicida violento. Ne vogliamo parlare?
È un bell’esempio, sì. La prima parte di quella canzone è quieta, ha una sua melodia ben definita, legata all’ordinarietà di questa coppia appena sposata. Dal momento che – come ben sappiamo – il sentimento e la passione fanno fatica ad essere eterni e spesso si arriva ad una sorta di accettazione reciproca senza amarsi più di tanto, magari si rimane insieme per via dei figli, quando la canzone esplode allora esplode anche la voce narrante. Lì capiamo che le cose sono andate in maniera diversa.

È importante mettere dei mostri nelle canzoni?
(Lunga pausa, NdA) No, non sempre sono necessari per raccontare bene una suggestione. In quel caso dovevo andare fino in fondo: il protagonista non si è fermato al ruolo di marito annoiato, è arrivato a uccidere la sua donna. Dovevo spingermi anch’io dalle parti del mostro, di colui che in qualche modo si sente pentito, o quanto meno ha capito di essere diventato qualcosa di aberrante.

L’amore che si logora e finisce è così affascinante? È un tema piuttosto ricorrente nelle vostre canzoni.
Ne ho parlato parecchio, è vero. È sicuramente affascinante. In un’intervista Nick Cave diceva che di solito i cantanti sono più fertili quando si tratta di raccontare l’amore che esplode o quello che finisce, spiegare cosa c’è lì nel mezzo è sicuramente più complicato. Cave nell’album No More Shall We Part introduce la moglie e ti assicuro che dire di essere sposato in un testo rock’n’roll è piuttosto sconveniente quando il tuo pubblico, di norma, aspetta la dannazione o la trasgressione. È una cosa che mi ha sempre colpito tantissimo, ammiro molto la sua onestà intellettuale.

In trent’anni di carriera qual è la vostra canzone d’amore più bella?
Direi Musa, penso rappresenti bene lo stato d’animo di una persona innamorata. Non è stata certo immediata, ho sempre diffidato da chi dice che le canzoni “arrivano” e si scrivono in pochi minuti, anzi, credo che dietro alle migliori ci sia un lavoro immenso; Leonard Cohen continuava a non ritenerle concluse a distanza di anni. In quel brano, però, c’è stato un incontro magico tra la genuinità e lo sforzo intellettuale, quasi come ci fosse stata una convergenza instantanea tra il cuore e il cervello.

Acustico e elettrico sono due anime molto ben presenti nei Marlene Kuntz. Lungi da dire che siete ripetitivi, ma se tracciassimo un grafico di come è cambiato il vostro suono negli anni otterremo una sinusoide dall’andamento regolare. Sbaglio?
Sarebbe un paradosso dire che la nostra ripetitività è cambiare di continuo, ma è vero, i Marlene Kuntz conoscono molto bene il range entro cui muoversi. Ci sono generi che non sono nelle nostre corde, anche volessimo, non sapremmo neanche da dove cominciare. L’abbiamo sempre rivendicato con orgoglio perché, usando la tua immagine dell’onda, sappiamo salire in alto ma anche scendere molto in basso. Vuol dire che se riesci a tenere inchiodata la platea di un teatro con una nota quasi sussurrata, allora hai la stessa potenza di quando spari le bombe più forti della tua artiglieria.

Da dove nasce la tua passione per il rumore?
Non saprei rispondere. È successo che, intorno ai 18-19 anni, sia rimasto affascinato da certe visioni sonore: il post-punk dei Killing Joke, dei PIL, gli Einstürzende Neubauten, i Throbbing Gristle, Cabaret Voltaire, SPK, ecc. Probabile sia colpa di Rust Never Sleeps di Neil Young, il disco che mi ha avvicinato al rock dove, oltre alla parte acustica, ci sono anche momenti violentissimi.

In un ipotetico Celebrity Deathmatch tra le band noise più potenti del mondo chi vincerebbe?
Non credo che farei vincere i Sonic Youth, che è la classica risposta che tutti si aspetterebbero da me. Classificarli solo come una band rumorosa è una sciocchezza. Sapevano creare delle dinamiche incredibili, anche quando andavano giù, a scavare nei volumi più bassi, riuscivano comunque a fare delle cose magnifiche. Probabilmente vincerebbero i Meshuggah.

Ti rattrista l’idea che oggi un ragazzino non sappia che cos’è un Big Muff?
Ma no… (ride). Se parliamo di musica fatta con le chitarre, quella che arrivava dagli intrecci, dai timbri, da tutto quello che per anni ha rappresentato la dimensione artistica dei Sonic Youth, ecco, è un approccio che oggi ha il fiato corto. Ai giovani di adesso non interessa, punto. E forse va anche bene così.

Tornando al tema del concerto, parliamo del mito di Narciso, il doppio per eccellenza. L’hai affrontato spesso e nei modi più diversi – L’ira di Narciso, Io e Me, ecc – e il retrogusto era sempre quello della solitudine. Ti spaventa rimanere solo?
Bella domanda. È un tema ricorrente nelle canzoni ma, in realtà, in solitudine sono particolarmente a mio agio. Non vuol dire che io sia burbero, anzi, ma stare da solo non mi spaventa. Forse andando in là con gli anni, da anziano, potrei cambiare idea.

Di solito si dice che in provincia si soffre principalmente di due cose: la noia e la paura di morire soli. Ne vogliamo parlare?
In realtà si muore sempre soli, provinciali o cittadini non importa. Posizioni filosofiche a parte, la dimensione provinciale mi è sempre stata stretta e mi pare lo si capisca bene dalle mie canzoni. Certo, la provincia ha i suoi pro e suoi contro: Cuneo ha molti aspetti stupendi, con gli anni inizi ad apprezzare lo scambio con la natura, capisci quanto sia una dimensione preziosa. Per quanto riguarda le attività culturali, i concerti, gli eventi, i film d’essai che arrivano in un cinema solo e nemmeno sempre, tutto è ovviamente meno stimolante. Uno impara a trovare la propria dimensione.

Ti facevo più arrabbiato verso la tua città, sai?
Noi abbiamo trovato la nostra collocazione, siamo sempre stati felicemente alieni. I “Marlene di Cuneo” è un binomio che ha sempre funzionato, un po’ come il “Paolo Conte di Asti”, detto con tutto il rispetto, il paragone è ingombrante. Poi, è chiaro, se ti connetti con il resto del mondo capisci all’istante quanto Cuneo sia lontana, lontanissima, da dove accadono veramente le cose. Il classico cuneese è quello che crede di essere al centro di tutto, ma solo perché non si è mai guardato attorno. È facile sentirsi il migliore se non sai cosa c’è là fuori. In provincia tu sei ancora più incline a questo tipo di ignoranza, e non lo dico in maniera non cattiva, utilizzo il termine nella sua accezione più stringente, ignori le cose.

Stiamo vivendo un momento dove la nostra parte più provinciale, quella indignata, diffidente, ottusa, è diventata una fonte d’investimento importante. Viene sfruttata dai programmi televisivi, dalla stampa, dai partiti. Mi domando come faccia un artista rock’n’roll, oggi, a raccontare la propria rabbia senza regalare voti ai 5 Stelle. Che ne pensi?
È una domanda complessa, servirebbero delle lunghe riflessioni a riguardo. Io me la cavo dicendoti che, quando mi indigno per qualcosa, difficilmente ha a che fare con questioni sociali così allargate. La mia è una visione molto moderata, sono sempre propenso a tenere in considerazione l’opinione opposta alla mia. Detesto la spocchia dell’arrabbiato e di chi crede di avere sempre ragione al 100%.

I Marlene Kuntz si sono mai preoccupati di piacere al pubblico?
Certo, saremmo degli ipocriti se dicessimo il contrario. Penso, però, che i Marlene siano uno dei gruppi meno maliziosi sulla faccia della Terra, non c’è mai venuta in mente una mossa di marketing in grado di allargare il nostro bacino di ascoltatori. L’unica cosa che ci importava veramente era trovare modi per essere stimolanti e stimolati. Dopo aver fatto Uno, che considero uno dei nostri dischi migliori, avremmo potuto sicuramente rimanere su quel tipo di equilibrio, invece è arrivato Ricoveri virtuali e sexy solitudini, che è decisamente diverso, genuino, era un po’ uno sfogo contro la deriva che ha preso la musica in rete. Sono convinto che la vita di una band sia bella anche per questo: se la guardi dall’alto vedi i picchi, le cadute, le debolezze, le timidezze, le spocchie, i momenti di disillusione. Le carriere degli artisti sono sempre molto affascinanti.

Sbaglio o i vostri fan sono decisamente meno zen nell’accettare questi cambiamenti?
Penso sia normale, quando cambi rotta rischi sempre di deludere qualcuno ma, contemporaneamente, conquisti qualcun altro. A me fa sinceramente sorridere l’idea che esistano ancora persone interessate a ribadire che, da Che Cosa Vedi in poi, non siamo più gli stessi. Tieni presente che quell’album si apre con Cara è la fine, che è una delle canzoni più potenti e cattive, più rabbiose e cupe, più disperate e tristi che abbiamo mai scritto. C’è ancora chi viene dirci che non siamo più i Marlene dei primi tre dischi. Dopo ne abbiamo pubblicati altri sette. Sono passati vent’anni. Fatevene una ragione.

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