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Chi ha bisogno di fare un disco? Non le Hinds

La rock band spagnola sta vivendo l’esperienza più 3.0 che si possa immaginare: essere delle mezze celebrità senza un album alle spalle. Che, però, ora hanno pubblicato

Le Hinds. Fonte Facebook

Le Hinds. Fonte Facebook

Le favole esistono ancora. Le Hinds, quattro ragazze di Madrid tra i 20 e i 24 anni che fanno garage rock, prima ancora di avere pubblicato l’album d’esordio (Leave Me Alone, uscito in questi giorni) sono già salite sul palco di festival come Glastonbury e SXSW, e hanno suonato con Libertines e Black Lips. Questo mese vengono anche in Italia, per tre date. Com’è stato possibile? Grazie a Bandcamp, il luogo in cui oggi sbocciano queste fiabe pop, e a una stampa musicale che ha fatto bene il suo mestiere di scouting. Le Hinds non sono soltanto cool quanto possono esserlo quattro millennials libere di comportarsi come star: hanno anche un talento per creare suadenti riff di chitarra, in stile primi Strokes – non a caso Casablancas & soci sono i loro eroi.

Le loro canzoni sembrano semplici, ma oltre all’immediatezza delle melodie c’è una certa creatività strutturale: «È perché non ci piacciono i ritornelli, le strofe sono molto più interessanti», mi racconta Carlotta Cosials, cantante e chitarrista della band (divide questi ruoli con Ana García Perrote). Solo un anno e mezzo fa le Hinds (“Cerve”) si chiamavano Deers, ma una band di signori canadesi, i Dears, ha costretto le quattro madrilene a cambiare nome. «Non ne voglio parlare», dichiara Carlotta, «sono stati degli stronzi». La Spagna non è il tipico luogo d’origine di una rock band, tantomeno femminile: «Lì non ci hanno preso sul serio», dice Carlotta, «vedono che ci divertiamo sul palco e ci prendono per delle hippie». Faccio notare che, dopo un esordio di carriera così, lavorare a un disco vecchia maniera dev’essere un po’ noioso: «Per questo lo abbiamo registrato come un live, due take e via. Non è facile abituarsi ai tempi dell’industria discografica».

E com’è essere una rock band femminile, oggi? «Siamo giudicate su tutto», risponde Carlotta, «sui vestiti, sullo smalto. Abbiamo provato a vestirci in modo più anonimo, per concentrare l’attenzione sulla musica. Ma poi ci siamo guardate e abbiamo detto “Fanculo!”. Essere una rock band di ragazze è una missione».

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